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L’attesa infinita della verità su mia sorella, Emanuela Orlandi

IL 108 25.01.2019

Emanuela Orlandi, al centro, con i fratelli Pietro e Natalina

Dopo la conferma che le ossa rinvenute nella Nunziatura Apostolica non sono della ragazza, il caso è ripiombato nel limbo che dura da 35 anni. Ma il fratello Pietro continua la sua battaglia. Chiamando in causa direttamente i vertici del Vaticano

Quando furono trovate quelle ossa, loro non sapevano che cosa sperare. Se avere la soluzione al mistero, ma anche la conferma della morte di Emanuela; oppure che quegli scheletri non li riguardassero e loro restassero in un limbo, lungo trentacinque anni. Gli esami della Polizia scientifica hanno stabilito che non c’è ancora la soluzione alla scomparsa di Emanuela Orlandi: quei resti, riesumati sotto al pavimento in una dépendance della Nunziatura Apostolica, sono antecedenti al 1964 e appartengono ad un uomo. Pietro Orlandi e la famiglia dell’adolescente, scomparsa il 22 giugno 1983, devono ancora aspettare. Come i congiunti di Mirella Gregori, l’altra quindicenne sparita in quella stessa primavera del 1983 da Roma. In quest’infinita attesa, il fratello di Emanuela (tuttora cittadina vaticana) continua a battere ai portoni della Santa Sede, per chiedere l’apertura di un’inchiesta, l’accesso agli atti o almeno risposte precise. Ora che le ultime indagini della Procura capitolina si sono chiuse con un’archiviazione.

«Abbiamo presentato una denuncia e più istanze per la consultazione del rapporto sul caso e chiarimenti su incongruenze: tutto è sul tavolo del promotore di Giustizia, Gian Piero Milano», elenca Pietro Orlandi. In questi anni, quando la scomparsa di una ragazzina è diventato uno dei misteri più fitti d’Italia, tra trame criminali, segreti di Stato e movimenti epocali della grande Storia, lui ha continuato a ricevere presunte segnalazioni. «Ora c’è chi dice di conoscere qualcuno della banda della Magliana che sa, ora è un detenuto che vuole parlarmi perché ritiene di aver sentito qualcosa; ma mai nessuno è in grado di fornire indicazioni concrete. Però vado sempre a verificare, perché se poi proprio quella fosse la volta buona?». Dopo tre decenni e mezzo di piste percorse e abbandonate, inchieste aperte e richiuse e di «mancanza di collaborazione del Vaticano», lui si è convinto che solo se dall’interno delle mura leonine arrivasse un contributo decisivo si scoprirebbe la sorte della quarta e penultima figlia di un commesso della Prefettura della casa pontificia, appassionata di flauto traverso, svanita dopo l’abituale lezione di musica a piazza Sant’Apollinare e dopo un’ultima telefonata a casa, in cui riferiva di aver ricevuto una proposta per un guadagno facile.

Emanuela Orlandi

Nonostante tutto quello che è successo, per Pietro Orlandi la Santa Sede continua a essere sinonimo di casa: «L’abbraccio di mamma, che all’interno di quei confini continua a vivere; le visite con i miei figli alla nonna; i ricordi della più bella infanzia possibile. E poi i giardini vaticani, frequentati come il parco sotto casa; gli incontri con Giovanni XXIII; quel senso di sicurezza assoluta». Quel mondo all’apparenza incantato lui l’ha formalmente perso con il matrimonio, insieme alla cittadinanza vaticana; ma, in realtà, soprattutto quando, con la vicenda di Emanuela, si è reso conto che «non era solo una grande bellezza». È il luglio 1997, la chiusura della prima indagine. «Dissi a un giornalista che, secondo me, il Vaticano non si era occupato fino in fondo di una sua cittadina, e per queste parole fui convocato dal cardinale Rosalio Castillo Lara, il presidente del Governatorato in Vaticano: mi intimò di smetterla con questa storia». Pietro non confidò più di ricevere aiuto dai porporati, «come invece era nei primi tempi, quando anche Giovanni Paolo II venne a casa nostra, mentre si ipotizzavano connessioni tra la scomparsa di Emanuela e Ali Agca, l’attentatore del Papa».

Da allora, piste e ipotesi (dal prestito della banda della Magliana mai restituito, che avrebbe fatto scattare il rapimento, ai soldi per il movimento polacco di Solidarnosc, fino alle trame dei servizi segreti dell’Est contro la Santa Sede) si sono alternate a depistaggi e speranze tradite. Fino a oggi, «quando parlare di Emanuela in Vaticano è un tabù, più di quanto un tempo fosse la pedofilia: su questo, la Chiesa ha fatto molti passi avanti, su Emanuela, invece, mai una parola. Solo un muro di gomma». Confidava in Papa Francesco, la famiglia Orlandi, e Pietro usa il passato mentre parla. «Abbiamo chiesto anche solo un saluto durante la preghiera dell’Angelus o un’udienza privata, invece mai niente. Eppure Emanuela resta cittadina vaticana». Le uniche parole dal Pontefice, Pietro le ha ascoltate in un fugace e fortuito incontro nel 2013, dopo la celebrazione della messa nella basilica di Sant’Anna. «Il Papa mi disse: “Emanuela è in cielo”. Per alcuni, voleva essere una frase di conforto. Anche se così fosse, le sue ossa sono sicuramente in terra e quelle parole, pronunciate in un momento in cui l’inchiesta di piazzale Clodio era aperta, per me hanno significato che sapesse qualcosa».

Emanuela Orlandi assieme al fratello Pietro

Il fratello della ragazzina – che oggi avrebbe 51 anni – ha continuato a chiedere accesso a Francesco, per «capire che cosa intendesse». Ma anche questi interrogativi sono finiti nell’elenco delle istanze, inviate a Gendarmeria e promotore di Giustizia, insieme alla richieste di chiarimenti «sulle rogatorie internazionali, respinte dal Vaticano; sulle telefonate dei presunti rapitori alla segreteria di Stato, mai comunicate ai magistrati. E soprattutto sulla presunta trattativa avviata negli anni scorsi da rappresentanti della Santa Sede con il procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo. Trattativa mai smentita. In quel momento, «il “rapporto Emanuela Orlandi” era sulla scrivania di Padre Georg, attuale prefetto della Casa Pontificia, a quanto mi riferì Paolo Gabriele (l’ex maggiordomo di Benedetto XVI finito nelle carceri vaticane per lo scandalo Vatileaks, ndr) ».

Stando a più versioni, a partire dal novembre 2011, ci sarebbero stati contatti riservati tra prelati e il magistrato capitolino, che sarebbe andato più volte in Vaticano, a fronte della disponibilità a ricevere un dossier con i nomi di personalità coinvolte nel caso Orlandi e notizie sui resti di Emanuela. Un caso che incrociava un altro affaire estremamente delicato: la sepoltura nella basilica di Sant’Apollinare di Enrico De Pedis, il “Renatino” della banda della Magliana, accusato di coinvolgimento nel rapimento Orlandi dalle dichiarazioni, mai confermate, di Sabrina Minardi, la “pupa del boss”, poi pentita. La salma di De Pedis, su disposizione della Procura, fu poi traslata nel cimitero di Prima Porta e l’inchiesta sulla scomparsa di Emanuela archiviata. Pietro ha ripensato a quello spiraglio, dopo la notizia del ritrovamento delle ossa nella dépendance della Nunziatura. «Sembrava proprio la via d’uscita cercata, per chiudere il caso con una verità parziale, che non avrebbe arrecato troppo danno alla Santa Sede».

Quando rimette insieme i pezzi di uno dei più intricati misteri, Pietro Orlandi è sempre più convinto di due cose: che da subito sotto al Cupolone sapessero che cosa fosse successo, «visto che informarono direttamente il Papa di quello che all’inizio sembrava solo l’allontanamento di un’adolescente»; e poi che la verità deve «pesare così fortemente sull’immagine della Chiesa che non sanno come uscirne. Mia sorella è diventata oggetto di un enorme ricatto».

Ed è tutta questa nebbia, popolata di ipotesi inquietanti, a convincere la famiglia Orlandi che solo quando il Vaticano lo vorrà davvero, avranno risposte su Emanuela.

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