Appendice

Liberateci le orecchie dal “copia & incolla”

29.01.2019

La band dei Thegiornalisti

Il tanto decantato ricambio si è arenato, trionfa il mediocre e il già sentito, lì fuori è pieno di emuli di Sfera Ebbasta e Calcutta: dopo l'intervento di Francesco Prisco e il suo "Spegnete la musica italiana", la seconda puntata del nostro dibattito sulla nuova scena nazionale

Siamo entrati in una nuova era della musica italiana. Lo dicono dicono i numeri degli album più venduti, lo dice la presa di coscienza collettiva: code chilometriche fuori dagli instore, tour in palazzetti stracolmi, social in fiamme. Lo dicevamo anche noi sul numero 105, in cui davamo una data di inizio a questa nuova ondata, il 2015, anno di uscita di XDVR di Sfera Ebbasta e Mainstream di Calcutta, i due dischi che hanno codificato i nuovi sottogeneri musicali del panorama italiano: trap e itpop.

Fin qui, una storia bellissima; l’annoiata musica italiana finalmente scossa da una rivoluzione giovanile, tutto bellissimo. Ma solo fin tanto che parliamo di numeri: quando ci approcciamo alla qualità, invece, spuntano preoccupanti discrepanze. E per questo noi, fruitori abitudinali, giornalisti, fruitori e amanti della musica, siamo rimasti, come scriveva Francesco Prisco qualche settimana fa su questo sito, «impalati e impallati, confusi e infelici».

Ci siamo ritrovati dentro a un naturale e necessario ricambio generazionale, ma l’equazione ricambio = innalzamento qualitativo non è di certo un assioma. Se – indubbiamente – i dischi di Sfera Ebbasta e Calcutta hanno codificato qualcosa di nuovo per classifiche e ascolti del pubblico italiano, tutt’attorno si è venuta a creare una noiosa rincorsa alla replica del loro modello di successo. Gli artisti indie hanno virato sull’itpop da classifica (in quello che Prisco chiama «equivoco indie»), quelli del rap sulla trap, senza porsi troppe domande sulla legittimità artistica di questo spostamento. Il risultato è stato un appiattimento generale e generalizzato. Quando Sfera Ebbasta e Calcutta sono diventati i modelli di arrivo, piuttosto che i modelli di partenza, la grande onda si è prosciugata. I musicisti italiani hanno compiuto un’opera di “populizzazione artistica” che – probabilmente – comporterà una caduta qualitativa più violenta di quanto ci si possa aspettare. I punti di riferimento non sono più le innovazioni delle sottoculture dei più vasti mercati musicali d’oltremanica o oltreoceano (per non parlare dei Paesi non anglofoni o filo-spagnoli), ma una sorta di nazionalismo interno che non produce ricerca, proposte, novità fuori da certi canoni. Nella classifica FIMI degli album più venduti nel 2018, nei primi 30, l’unico artista internazionale è Ed Sheeran con un disco del 2017.

Loredana Bertè

Giusy Ferreri

Questo dato è rappresentativo e terrificante. Quello che manca a questa seconda ondata di musicisti è proprio una cultura musicale da cui attingere. Sfera ha captato un suono che tra Francia e USA stava dominando la scena post rap, Calcutta ha ripreso la tradizione della canzone italiana, contaminandola con un certo pop di origine anglofona. Entrambi, rielaborando a loro modo qualcosa di esterno (sia in termini geografici sia temporali), hanno creato qualcosa di inedito. Per questa ragione, il copia-incolla dei musicisti che hanno provato a emulare la loro impresa non funziona. Suonare come Sfera o scrivere come Calcutta è cheap, è stantio, è ignorante. È la differenza tra la musica bigger than life e smaller than life, evidenziata da Prisco, per cui abbiamo accettato la mediocrità come aspirazione ed espressione artistica ideale.

Possiamo poi analizzare con attenzione alcuni dati per notare altre piccole increspature. Il singolo (digitale e streaming) del 2018 è Amore e Capoeira in cui, a cantare, troviamo Giusy Ferreri. Il brano più suonato in radio, invece, è Non ti dico no con la voce di Loredana Bertè. Ecco, non proprio le più giovani e rivoluzionare suffragette che ci aspetteremmo, a dimostrazione di come, nella sfida dei numeri, i campioni siano sempre loro, quei musicisti innocui, democristiani, popolari, codificati da apparizioni televisive (meglio se nei talent) e partecipazioni sanremesi. Ma anche questo non è un caso. La scena itpop, difatti, ha una stretta parentela con il pop democristiano, come dimostra Oroscopo di Calcutta, prodotta da Takagi & Ketra, gli stessi di Amore e Capoeira, e il flirt dei Thegiornalisti e de Lo Stato Sociale con Luca Carboni che, esclusa la parentesi borderline di inizio carriera, è quello che Prisco ben definisce «cantautorato acqua e zucchero tendente al pop». Non è nemmeno un caso che Motta, The Zen Circus e Ghemon siano finiti nel calderone iper generalista di Sanremo 2019. In un certo senso, è come se avessero accettato la sconfitta, scendendo al livello di coloro che hanno sempre criticato, ritrovandosi, alla fine, uguali a loro. È un po’ quel corto circuito per cui Lo Stato Sociale, ai tempi dell’indie, criticava il mondo dei talent e un certo sistema musicale italiano per poi, ai tempi dell’itpop, partecipare a Sanremo e ritrovare il suo volto più riconosciuto (Lodo Guenzi) come giudice di X-Factor. Scelte mutate con il mutare dei tempi (musicali). Prisco sintetizza tutto ciò con ironia, e forse ha ragione: «La musica italiana è bella e tutto ma alla lunga rompe». In poche parole: non siamo abbastanza bravi, originali, coraggiosi. E sottolineo quell’ultimo aggettivo.

La nuova onda ha il merito, grandissimo, di aver ampliato il bacino di utenza, andando a pescare nel pubblico dei più piccoli. Ha creato interesse, generato discussioni, rianimato la scena live ad alto numero di presenze, non accorgendosi di essersi divorata, nel contempo, l’underground della canzone italiana. Se questa fotocopiatura di suono non ha scalfito il mondo dell’elettronica e della sperimentazione (Lorenzo Senni nella soundtrack di Black Mirror ne è la dimostrazione), non è andata altrettanto bene al sottobosco, quell’incubatore fertile di idee, generi, provocazioni, sostituito da artisti-copia di ciò che stavamo già ascoltando in quel 2015.

Calcutta

Sfera Ebbasta

Si è smarrito l’ambiente indie, luogo eterogeneo, sfaccettato, dagli ampi confini, in nome del sacro sold out. Concordando con Prisco, «Oggi praticamente tutti conoscono il termine indie, ma il termine indie ha cambiato significato». E se la critica musicale è scomparsa, il giornalismo è funzionale solo quando diventa barzelletta e clickbaiting e gli artisti sono troppo impegnati nei firmacopie e nei product placement, chi si assumerà il compito di tradurre questa confusione al pubblico? Ci vogliamo davvero affidare all’ignoranza filo-grillina di community Facebook e gruppi segreti su Telegram o ai dodici secondi delle stories di Instagram di qualche influencer? Quello che manca è la cultura, la fiducia verso quelle che venivano considerate voci autorevoli in materia, qualche figura o spazio in grado di riportare consapevolezza al pubblico. Solo così il fruitore della musica potrà tornare a pretendere qualcosa di meglio. Per quanto, ribadisco, questo non sia il peggior periodo della musica italiana come spesso sento pronunciare o scrivere da vecchi (o giovani vecchi) nostalgici con una memoria molto personale ed erronea della storia.

Nel tanto decantato ricambio generazionale, abbiamo sostituito i triti cantanti della tradizione con delle versioni aggiornate, diluite, impaurite, per cui l’unico obiettivo è economizzare immediatamente questo successo per il periodo di tempo più ampio possibile. Quando i figli vendono la loro anima rivoluzionaria per la poltrona del tanto bistrattato padre, è tempo di riflessioni. La storia è un continuo rinnovarsi di cicli e, noi, stiamo confondendo il cambiamento con il ringiovanimento. Bisognerebbe iniziare a guardare verso il futuro e abbandonare definitivamente questo radicato presentismo. Così rischiamo di perderci davvero tutti, di nuovo.

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