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Sono mister Heatherwick e risolvo problemi di design

IL 108 31.01.2019

Il designer Thomas Heatherwick. Nelle altre foto, il suo studio, nel quartiere di King’s Cross a Londra

Heatherwick Studio

Inglese, 48 anni, una vena creativa inesauribile che l'ha spinto a progettare, in tutto il mondo, edifici di ogni tipo. Compresi i centri commerciali, come quello appena realizzato a Londra all'interno di Coral Drops Yard, antico deposito vittoriano di carbone

Thomas Heatherwick ha modi affabili e l’aspetto di un ragazzino sotto i riccioli incolti ma composti. Viene spontaneo associare questo 48enne progettista-prodigio ai lavori che l’hanno reso celebre: edifici che sembrano drappeggi, geometrie ipnotiche che si stondano, si aggomitolano, sembrano esplodere; oppure si baciano, come la Coal Drops Yard che ci troviamo di fronte in questa fredda mattina londinese. È un nuovo distretto commerciale e culturale nel cuore di King’s Cross ed è il primo progetto su larga scala completato da Heatherwick in patria, in un’area-cantiere della capitale già ribattezzata il “Quartiere del Sapere”.

Ex complesso industriale vittoriano, Coal Drops Yard veniva impiegato nell’Ottocento come magazzino per il carbone e adesso ha riaperto ospitando oltre 50 brand famosi (Paul Smith, Tom Dixon…), ma anche pop up shop di marchi innovativi. «Ci siamo trovati davanti a due edifici industriali paralleli, come un paio sci, uno dei quali lungo quanto la Cattedrale di St Paul», racconta Heatherwick. «Nel nostro studio siamo interessati da sempre alla dimensione umana di ogni progetto: che sia un autobus o un ponte o altro, ci concentriamo prima di tutto sulla risposta emotiva di chi dovrà usare quel luogo. Cercavamo una soluzione che abbracciasse tutta la struttura per renderla un luogo di aggregazione. La chiave di tutto, allora, è stata il cuore». Gli ex magazzini sono coperti da tetti che, come due lingue di lava, sembrano fluire l’una verso l’altra per rialzarsi verso il cielo e congiungersi in un bacio. E da lontano, la forma è proprio quella di un cuore.

Heatherwick Studio

Heatherwick Studio

Heatherwick ha cominciato a discutere del progetto 17 anni fa; ce ne sono voluti 4 per completare i lavori. Nel frattempo, aveva fatto pratica con il progetto di ristrutturazione del Pacific Place, l’incredibile mall di Hong Kong, una commessa da 156 milioni di sterline. «Per molti centro commerciale è un termine disgustoso, ma a me entusiasma: in un’epoca in cui sempre meno persone si ritrovano in Chiesa e molti dei tradizionali luoghi di aggregazione chiudono, lo shopping può darci un motivo per stare insieme, per farci uscire dalla nostra dimensione. Il mondo digitale ci fa sentire più connessi che mai, ma la realtà è che ci ritroviamo isolati dal punto di vista fisico; così, apprezziamo ancora di più quando possiamo ritrovare il senso di aggregazione in un luogo bello. Coal Drops Yard asseconda questa tendenza. C’è un mix di spazi diversi che le high street non offrono più. Unità di 15 metri quadrati si affiancano ad altre di 2mila: significa che c’è posto non solo per marchi famosi, ma anche per gli studenti di design della vicina Central Saint Martins o per quei negozianti che non si possono permettere i costi di un’attività nelle consuete arterie commerciali di Londra».

Per capire a che cosa si riferisce parlando di connessione umana bisogna guardarli con attenzione, i suoi progetti, e capire a che cosa aspirano: per esempio, il museo Zeitz MOCAA, riconversione di un silo di stoccaggio del grano nel più grande museo di arte africana contemporanea a Cape Town; o il centro studi della Cape Town di Singapore, dove le aule sono distribuite come petali di cemento; o, ancora, il nuovo quartiere generale europeo di Google sempre qui, a King’s Cross, un edificio di 330 metri di lunghezza che impiegherà il legno lungo tutta la facciata in proporzioni mai viste prima a Londra, e che sarà ispirato al lavoro degli architetti dell’Ottocento. In tutto quello che fa, Heatherwick sembra attingere alle certezze del passato per plasmare forme innovative applicabili a edifici, oggetti, luoghi. C’è molto di leonardiano nel processo creativo e nel metodo di lavoro seguito da lui e dai suoi collaboratori: Heatherwick Studio è una sorta di bottega rinascimentale del futuro, un laboratorio in cui si comincia modellando carta, legno e argilla, e le tecnologie digitali vengono poi impiegate per complesse messe a punto ingegneristiche.

Heatherwick vive e lavora a due passi di distanza da Coal Drops Yard, al 356-364 di Gray’s Inn. È un mastodontico palazzo vittoriano, Willing House. Un cancello nero, sotto un’imponente arcata in pietra bianca, porta a un androne buio illuminato dal leggero scintillare delle biciclette appese in verticale alla parete. «Accomodati pure», mi dice un’assistente dai lunghi capelli platino indicandomi una fila di seggiolini. Sono quelli, in velluto logoro, di un vecchio Routemaster, l’autobus londinese a due piani che Heatherwick ha rimodernato qualche anno fa, in una versione giudicata ora troppo costosa dal sindaco Sadiq Khan. Heatherwick Studio è un ampio open plan in cemento e travi d’acciaio riscaldato da morbide luci ambrate. “Compartecipazione” è la filosofia che scandisce il lavoro dei professionisti che discutono accanto a plastici e modelli in scala dei progetti realizzati: la fiaccola olimpica del 2012, le sedie a trottola Spun, un modellino luminescente della cattedrale di semi di Shanghai (il padiglione inglese all’Expo del 2010) e il futuro quartier generale di Google, quello in California. Heatherwick descrive con entusiasmo il progetto Google a Mountain View, a cui sta lavorando con i danesi di Bjarke Ingels Group: «Vedi, il tetto sembra fatto di tante tende leggere, ma sono tutti pannelli fotovoltaici», spiega; poi delega i dettagli a Stuart, giovane responsabile del progetto, afferrato al volo mentre è sulla via del pranzo. Google ha commissionato uno spazio creativo aperto dove poter sperimentare idee, proprio come succede qui, nel laboratorio in cui siamo: «Alcune funzionano, altre no, ma il progresso si realizza così», dice lui.

Heatherwick Studio

Heatherwick è uno di quei talenti nati con il senso della missione, di quelli che da bambini smontano congegni per trovare soluzioni a ogni tipo di problema. «Ero bravo a disegnare, mi interessava risolvere quesiti matematici, volevo scoprire come funzionavano le cose». Mi racconta che, fin da giovane, gli sembrava che tutto potesse essere progettato meglio: «La Gran Bretagna era molto conservatrice; erano gli anni di Margaret Thatcher, sembrava che nel Paese non ci fosse spazio per idee nuove. A 24 anni, quando mi sono laureato, non pensavo che avrei avuto molte opportunità di lavorare».

Heatherwick Studio si è stabilito a King’s Cross 17 anni fa. Oggi conta 250 problem solver che professano di lavorare da inventori pratici, senza uno stile predefinito, per progettare luoghi che colgano e celebrino le complessità del mondo reale. «I nostri progetti migliori sono quelli in cui non si sa da chi sia partita l’idea. Io non mi chiudo mai a pensare da solo: lo facciamo tutti insieme, in un flusso continuo di discussioni e analisi». Heatherwick ricorda che una delle prime forme ad averlo ispirato è stata quella dei trulli. «Sento di aver imparato molto nel Sud Italia», confessa. «Quando ero un ragazzo, la Puglia non rappresentava una destinazione alla moda; tutti andavano in Toscana, ma io lì avevo un amico che mi chiedeva sempre di andarlo a trovare. Quello che mi lascia stupito, se penso al vostro Paese, è che le nuove architetture non siano al livello della vostra tradizione e non rendano giustizia al vostro patrimonio, culturale e di sapienza tecnica». L’Italia merita di occupare ancora un ruolo di prima fila nella progettazione di luoghi dove le persone tornino al centro, sostiene il creativo inglese, che rivela di essere stato contattato per un progetto a Firenze, ora in sospeso. Troppo spesso i nuovi edifici ci lasciano freddi, perché l’approccio ideativo non tiene conto del contesto: «Ogni luogo ha una sua natura, e quindi necessita di soluzioni architettoniche specifiche. Fare questo è un dovere che abbiamo verso noi stessi e verso gli altri».

Heatherwick Studio

Per Heatherwick il ruolo dell’architetto è di reinventarsi continuamente, invece che seguire dogmi e stili precostituiti, e di reinventare i luoghi tenendo conto delle loro specificità. Non sempre, però, gli è andata bene. Il caso più clamoroso: il progetto del Garden Bridge di Londra affossato dai costi esorbitanti e dalle critiche dei suoi concittadini. «Continuo a sostenere che fosse una bellissima idea», replica. «Ma abbiamo smesso di pensarci, perché possiamo lavorare su tantissime altre cose». Heatherwick Studio è all’opera su più di 30 progetti, incluso l’atteso Vessel a New York, un edificio scultura che pare un alveare. Sempre a New York, nel corso del 2020 aprirà finalmente Pier55, il parco galleggiante sul fiume Hudson. Dovremo aspettare più a lungo, invece, per vedere il nuovo terminal dell’aeroporto di Changi a Singapore, realizzato in partnership con KPF.

Mentre l’assistente ci fa segno che il tempo è terminato, la discussione tocca la Brexit. Ci racconta che la sua famiglia ha vissuto sulla propria pelle le conseguenze della Storia: il nonno è partito volontario per combattere i fascisti nella Guerra civile spagnola; la nonna, ebrea tedesca, è scappata a Londra dalle persecuzioni naziste. «L’Unione Europea è il simbolo di un impegno preciso: non combattersi più, nella consapevolezza che tenersi per mano e prendersi cura degli altri equivalga a fare il nostro stesso interesse», dice Heatherwick. «Non smetterò mai di sostenere le ragioni dell’unità. Sarò pure uno sfrenato ottimista, ma dobbiamo sempre andare

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