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Presidente, questa preghiera è per te

IL 108 21.01.2019

«Per te, come leader e come essere umano». La storia di Susan Francois, la suora americana che, ogni mattina, affida a Twitter un pensiero dedicato a Trump

“Dear @Potus”, caro Presidente degli Stati Uniti d’America: la sua preghiera, ogni mattina, comincia così. Un seme, un messaggio nella bottiglia lanciato nel mare di internet, indirizzato all’uomo che guida la nazione più potente del mondo, perché «ha bisogno anche lui di preghiere»: Donald Trump.

Susan Francois, 46 anni, fa parte della Congregazione delle Suore di San Giuseppe della Pace, molto diffusa negli Stati Uniti dove conta più di 250 comunità. La casa generalizia è a Washington, la città del presidente. A lui, suor Susan, ogni giorno, dopo la liturgia delle ore, la meditazione, le riflessioni sugli accadimenti del mondo, dedica una preghiera “virtuale”.
Non sente di fare niente di speciale. Le consorelle pregavano per il presidente George W. Bush prima, e per Barack Obama poi. Lei ha solo trasferito quelle invocazioni su Twitter: «Dear @Potus», recita per esempio il tweet 661, «io prego per te come leader e come essere umano perché tu possa crescere in umiltà e nell’abilità/capacità/buona volontà di focalizzarti sul bene comune e sulla pace per tutti. #Papa Francesco ha qualche buon consiglio per tutti noi», con un link che rimanda a un tweet di @Pontifex.

In occasione del G20 in Argentina (dove fino all’ultimo giorno non si capisce se gli Stati Uniti accetteranno di firmare il documento finale o se andranno avanti da soli rompendo il multilateralismo), la preghiera al commander in chief dice: «Dear @Potus, siccome rappresenti la nazione al #G20 preghiamo perché tu possa avere nella mente e nel cuore il bene per le generazioni presenti e future oltre l’ego, i pensieri personali o gli interessi particolari».

Donald Trump è il leader politico che usa i social meglio di tutti. Detta l’agenda attraverso Twitter, il canale preferito per far conoscere il suo pensiero e ciò che fa. Perché una suora ha deciso di entrare in questo tritacarne, tra hacker e seminatori d’odio? Lei racconta che ha iniziato quasi per caso, un giorno di febbraio di due anni fa, mentre all’aeroporto di Chicago aspettava un volo per tornare a New York. Trump era all’inizio del mandato. Lei era spaventata dai suoi programmi, ma ha provato a fare qualcosa per sostenere il presidente e per non far prevalere la negatività che le cresceva dentro.

Il primo tweet lo ha scritto per se stessa. Non si aspettava di diventare un fenomeno mediatico. Ora, il suo è un impegno quotidiano. Trump non le ha mai risposto, ma lei ogni mattina continua a inviargli il suo seme di pace da un luogo dove regna il silenzio.

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