Appendice

Gli animali che ci rendono uomini

IL 108 24.01.2019

Ci piace così tanto usare il dono della parola per coniare nomi zoologici che creiamo anche specie immaginarie: in libreria ci sono stupendi bestiari antichi e una sorpresa moderna (in attesa di una mostra al Getty Center di Los Angeles)

Ci sono quelli medievali, i più celebri, ma ci sono anche quelli antichi, i più fortunati, e quelli moderni, numerosissimi anche se dal prestigio decaduto: di bestiari ce n’è per ogni evo. Tanto che se si avesse tempo di ragionarci sopra, cosa tutt’affatto esclusa tra spread, crescita zoppa, occupazione monca e destino dell’Ue, ci si potrebbe anche domandare cosa mai sarà questa che sembra una propensione tutta umana, questa attenzione che portiamo sugli esseri viventi che ci circondano. L’uomo è certo un animale che parla, un animale politico che mente, ma anche un animale che osserva gli altri animali, che dai tempi di Adamo li nomina e poi li cataloga e li mostra pure negli zoo, ognuno nella propria gabbia col proprio habitat di cartone.

Certamente l’uomo non ha guardato le bestie sempre alla stessa maniera, ogni epoca ha il suo sguardo e il suo metodo di classificazione: sacro nella cosiddetta preistoria, morale nel Medioevo, scientificamente rigoroso nella modernità; ma ognuno di questi criteri non si disgiunge mai da una certa meraviglia. L’osservazione degli animali muove verso le bestie spinto sempre da una curiositas che non si esaurisce neanche nel piglio più oggettivo.

Anche Aristotele, che con la sua Historia Animalium è stato il modello dei bestiari futuri, da Plinio al Fisiologo cristiano a Buffon, nelle sue descrizioni della natura degli animali non è affatto immune da esiti fantastici, a volte involontariamente comici, più prossimi a Groucho Marx che a Linneo; come quando a proposito delle vacche riporta che queste «pascolano con una compagnia consueta e se una si mette a vagare le altre la seguono; perciò i mandriani, se non ne trovano una, le cercano tutte»; o come quando dei gabbiani scrive che hanno carne fragrante, «tranne il culo, che sa di sabbia». È difficile credere che il maestro di color che sanno abbia assaggiato le terga del pennuto o che abbia ingiunto a un sottoposto di farlo – allora si coniugavano osservazione, sentito dire e panzane varie un po’ alla maniera di Erodoto, il quale tra l’altro riportava nelle Storie di una popolazione di esseri mezzo capra e mezzo uomini abitante di là dalla Tracia. L’immaginazione ha sempre segnato lo sguardo sulle bestie o pseudo bestie.

In particolare nel Medioevo, insieme a pericolosi animali reali, lupi minacciosi, cinghiali aggressivi e orsi famelici, il mondo era popolato di terribili esseri fantastici, grifoni grifagni, mortali sirene e velenosissimi draghi, una zoologia immaginaria che non smette di affascinare anche l’uomo moderno, decisamente più scettico, realista e sapiente di un tempo. Tra le molteplici pubblicazioni recenti sul tema, se ci si recasse in libreria sarebbe possibile reperire una esaustiva raccolta di Bestiari tardoantichi e medievali, che al di là del rilievo storico dei testi e dell’aspetto moralizzante che accompagnava l’interpretazione allegorica della bestie, lonze, lupi o leoni, ci consegna un universo dal fascino inesauribile. Così, oltre a scoprire perché la donnola concepisca dalla bocca e dall’orecchio partorisca, si potrebbero leggere anche le Etimologie di Isidoro di Siviglia, vero esercizio di stile in cui il nome delle bestie è ricondotto alla loro natura. Così diventa un’evidenza che il porcus è così chiamato perché incline al fango, cioè allo spurcus; oppure che l’orso si chiami orso perché partorisce cuccioli informi cui la madre dà forma leccandoli, cioè ore suo, con la propria bocca. L’etologia medievale dà materia di conforto anche agli animi crepuscolari irretiti nei labirinti d’Amore, e nella silloge suddetta si può trovare anche il celebre Bestiario d’amore di Richard de Fournival, che intesse la natura simbolica degli animali in un’argomentazione volta a persuadere una recalcitrante donzella a cedere alle sue profferte amorose.

Al di là dello spirito ironico e moderno di Fournival, è indubbio però che tale immaginario zoologico fosse tutt’altro che percepito come tale nell’Età di mezzo. Uomini e animali nel Medioevo di Chiara Frugoni ce ne mostra tutta la reale consistenza in un mondo sottomesso a precarietà e paura, forse addirittura più del nostro, e in cui l’immaginazione giocava un ruolo necessario alla stabilizzazione del Cosmo. L’allegoria animale era parte di un Tutto che travalicava la scrittura, finiva in immagini nelle menti, nelle miniature, nei dipinti, sugli arazzi e nelle chiese. Con i suoi aspidi e draghi, basilischi e leoni, il duomo di Modena, per dire, di fronte al quale passiamo oggi distrattamente mentre compulsiamo sul telefonino alla ricerca dell’osteria con le migliori recensioni, era allora un bestiario di pietra perfettamente comprensibile e in qualche modo rassicurante.

Certo oggi non si cade più in preda alla propria immaginazione come Don Chisciotte. Ma anche se la scienza moderna descrive l’anatomia degli animali, ne osserva i comportamenti e riconduce tutto al quadro teorico del determinismo darwiniano, non esaurisce certo l’essenza fantastica delle bestie. Del resto non sappiamo neanche di noi stessi chi siamo dove andiamo eccetera, quelle domande che ci assillano quando davanti allo specchio ci radiamo velocemente per arrivare in ufficio all’ora. Sì, d’accordo, siamo animali che parlano, ma per dire cosa? Ecco, forse il silenzio degli animali, il loro mutismo ostinato ci rimanda una certa solitudine costitutiva della nostra specie, una sensazione di estraneità a noi stessi che apre uno spazio indeterminabile, un’occasione di meraviglia anche oggi.

A tal proposito, se foste ancora nella libreria di cui sopra, potreste essere attratti anche voi da un tomo vermiglio che spicca tra gli altri come l’apparizione improvvisa di un animale nel bosco. Si tratta de Il libro degli esseri a malapena immaginabili di Caspar Henderson. In questo bellissimo volume, che nel sottotitolo inglese si qualificava giustamente come bestiario del XXI secolo, l’autore intreccia intorno a ventisette specie animali – la cui realtà, come si deduce dal titolo, è ben più fantastica di qualunque altra prodotta dall’immaginazione – un discorso che tiene insieme biologia e divagazione storica, notazioni etnologiche e filosofiche, conducendoci in un mondo, il nostro, insieme reale e fantastico, ma sempre compromesso dall’unico essere pernicioso esistente, l’uomo. Questo bestiario del nuovo millennio – composto da esseri abissali, orsi acquatici e spugne, ma anche da polpi, macachi e civette – è infatti sorretto da una morale come i suoi modelli medievali, solo di segno moderno, cioè ecologico. Le specie che qui vengono raggruppate sono spesso minacciate dall’estinzione insieme ai loro ecosistemi, e l’imperativo morale attuale è allora salvarli per salvare noi stessi: per continuare a vantarci di avere il potere di parlare, abbiamo pur bisogno di qualcuno che lo riconosca.

A partire da maggio, ci sarà una mostra sui Bestiari al Getty Center di Los Angeles

Bestiari tardoantichi e medievali. I testi fondamentalidella zoologia sacra cristiana

Bompiani 2018
2.560 pagine, 50 euro
a cura di Francesco Zambon
con testi originali a fronte

Chiara Frugoni

Uomini e animali nel Medioevo. Storie fantastiche e feroci

il Mulino 2018
392 pagine, 40 euro

Caspar Henderson

Il libro degli esseri a malapena immaginabili

Adelphi 2018,
543 pagine, 34 euro
traduzione di Massimo Bocchiola
con disegni di Roberto Abbiati
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