Elezioni Europee 2019

Il pianeta Lussemburgo

di Enrico Dal Buono
fotografie di DIEGO MAYON per IL
IL 108 16.01.2019

Terrazza panoramica affacciata sul verde del Granducato: sullo sfondo, i palazzi istituzionali della Unione europea

Reportage dal Paese sede del Parlamento e della Corte di Giustizia europea. Tra boschi, piste ciclabili, ristoranti, 170 nazionalità che si incrociano e fiumi di crémant (lo champagne locale). Chi pensa – ancora – che il Granducato sia solo un rifugio di grigi burocrati dovrà ricredersi

Molti s’immaginano distrattamente il Lussemburgo come un asettico complesso di banche internazionali, o come un grande – ma neanche troppo – ufficio europeo in cui ingrigiti burocrati si aggirano tra umbratili piante di ficus con incartamenti sotto braccio. In aprile il World Economic Outlook lo ha collocato al terzo posto nella classifica dei Paesi più ricchi del mondo e primo in Europa per Pil pro capite: 111mila dollari. Ed è vero che, nel recente passato, fu zona franca del segreto bancario e che qui hanno tuttora sede il Segretariato generale del Parlamento e la Corte di Giustizia europei. Questi elementi hanno sicuramente contribuito a formare, per lo meno in Italia, l’opinione e la percezione di uno Stato fatto più di sedie ergonomiche e di documenti Excel che di esseri viventi. Eppure, nei suoi 82 chilometri di lunghezza per 56 di larghezza, il più piccolo Stato del mondo, con dinastia e ambasciatori, è tutto un susseguirsi di boschi di betulle e querceti, piste ciclabili e vigne, mucche e campagne. Dai castelli medioevali che svettano sulle valli tortuose delle Ardenne ai vigneti che digradano verso la Mosella fino alle mura cittadine bordate di meleti, il colore nazionale è più il verde che il grigio.

Il ponte Adolfo sul fiume Pétrusse, costruito tra il 1900 e il 1903

Il centro storico della capitale sta su un altopiano collegato alla vallata da tre ponti. Al suo interno si distendono stradine di porfido e si accavallano cunicoli di pietra fitti di caffè e ristoranti. Di fronte alla cattedrale di Notre Dame, cattolica come la maggioranza della popolazione e come la casa regnante dei Nassau-Weilburg, quella che oggi è una biblioteca fu il liceo gesuita in cui studiò Robert Schumann, padre fondatore dell’Ue. In città è palpabile la consapevolezza del ruolo che il Paese gioca da sempre nell’Unione, i cui simboli spuntano fuori dove meno te l’aspetti: il cerchio di stelle decora perfino la pancia prominente di Super Jehmp, il fumetto locale in mantellino, stampato sulle vetrine del Centre de Information Europée. Ma il Lussemburgo è anche l’ultimo Granducato sul pianeta, e anche questo orgoglio fa capolino qua e là: le pasticcerie e le gastronomie migliori, come Kaempff-Kohler o Namur, sono contrassegnate dallo scudo che ne garantisce lo stato di Fornisseur de la Cour (fornitore di corte).

Galleria d'arte nel quartiere di Fishmarket, in centro città

Il bistrot Kaale Kaffi (9 Rue de la Boucherie)

Il prezzo degli immobili, che qui tocca i 25mila euro al metro quadrato, stimola il movimento “respiratorio” di 400 mila pendolari francesi, belgi e tedeschi: la mattina vengono inspirati dalle attività lussemburghesi e la sera espirati verso i loro Paesi d’origine. Eppure, anche dopo l’orario di ufficio e nel weekend, l’atmosfera resta tiepida come quella di un villaggio. Non è raro incontrare i granduchi al mercato e perfino a Junker ci si rivolge con un «Ciao Jean-Claude». Sì, capita che gli abitanti si salutino così: gli italiani rappresentano il 3,6 per cento di una popolazione di circa 550mila persone per il 47,9 per cento di origine straniera. Così, ancora all’aperitivo, quando le labbra non sono impegnate a sorseggiare crémant, la consumatissima versione locale dello champagne, si sovrappongono parole francesi e tedesche, portoghesi e lussemburghesi. La lingua autoctona è stata istituzionalizzata in una grammatica da pochi anni e, con il suo suono teutonico ingentilito dal francese, costituisce tutt’oggi la più parlata dentro le mura di casa.

Scendendo verso la città bassa si costeggiano i bastioni diroccati della fortezza, patrimonio Unesco. Con le loro feritoie per i cannoni e le loro casematte, sono testimoni di un tempo in cui essere al centro d’Europa non era tanto un vantaggio finanziario quanto un problema militare. Ai piedi dei bastioni si apre un parco sottile che costeggia il pigro corso dell’Alzette. Si sentono frusciare i salici, le papere dormono sulla riva, si susseguono case basse dai giardini silenziosi immersi nei castagni: se il Lussemburgo determina la storia, lo fa da fuori. Per scendere dalla città alta si può prendere anche il Pfaffenthal elevator dal parco Pescatore. L’ascensore corre in un tunnel panoramico. All’imbocco, un contatore di biciclette per incentivarne l’utilizzo certifica che alle 15.25 ne sono passate 168. Al termine, al di là delle pareti trasparenti, oltre un querceto, spuntano i palazzi in vetrocemento dell’Ue, tra i pochissimi edifici con più di quattro piani del Paese: da qui sembrano trascurabili grattacieli di provincia. «Essere europei e globali è la nostra forza: con le sue 170 nazionalità il Paese è un ottimo laboratorio culturale», dice Andrea Simoncini, origini italiane e francesi, fondatore dell’hotel e della galleria d’arte contemporanea, incastrati l’uno nell’altra, che portano il suo cognome. «Il primo spazio lo inaugurai negli Anni 80 per ospitare creativi dissidenti dall’Europa dell’Est, ma negli ultimi decenni, da elitaria, l’arte sta diventando popolare in città».

Il cuore istituzionale della capitale: sulla sinistra, le colonne della Philharmonie Luxembourg progettata da Christian de Portzamparc

Il centro della capitale all'alba

Una casa a Grund, il quartiere sulla riva dell'Alzette

Frammenti del Muro di Berlino a Schengen

Una casa a Grund, il quartiere sulla riva dell'Alzette

Il passaggio ciclopedonale sul ponte Adolfo

Alex Reding, proprietario della galleria Nosbaum, conferma: «Fino a qualche tempo fa il gusto nazionale era molto conservatore. Poi, nel 1996 ha aperto il Casino-Forum d’arte contemporanea e nel 2006 il Mudam, il Musée d’art moderne Grand-Duc Jean. Pittori e scultori vivono ancora a Parigi o a Bruxelles, tuttavia i nostri clienti sono più cittadini locali che businessman di passaggio». Un’altra differenza tra le due categorie antropologiche, così equamente divise in Lussemburgo, si vede a tavola. Mathieu Morvan, sous-chef del ristorante Plëss, con tappeti colorati sul parquet e poltroncine di tartan bianconero, dice: «Gli indigeni preferiscono piatti tradizionali, come il pollo arrosto. Gli uomini d’affari internazionali cucina asiatica e riso giapponese».

In mezz’ora di auto o di bus si arriva a Schengen, villaggio di 560 abitanti in riva alla Mosella, sul cui letto, nel 1985, fu siglato l’accordo che determina la nostra moderna concezione dello spazio e delle frontiere. Sull’altra riva c’è la Germania e, dopo un ponte, la Francia. Una boa bianca sporcata dalle intemperie segna il punto in cui i tre Stati si toccano. «Il documento è stato firmato sulla barca Princess Marie-Astrid, in acque internazionali, anche perché in quel periodo stavano ristrutturando il castello e non c’erano molti altri posti adatti allo scopo», spiega Martina Kneip, direttrice del Museo di Schengen. Sul lungofiume si susseguono le 26 bandiere dell’Acquis (quelle di Gran Bretagna e Irlanda non ci sono perché non hanno firmato il trattato), stelle di bronzo decorate con i simboli non ufficiali degli Stati aderenti al trattato (per l’Italia Pinocchio e la Vespa, per il Lussemburgo una vacca e le vigne), due pezzi del muro di Berlino: su uno c’è, da una parte, un ritratto di Michail Gorbaciov, dall’altra, la colomba blu della pace. «Settimana scorsa uno studente delle medie mi ha chiesto se era il logo di Twitter», sorride Kneip.

Il Konrad Café & Bar

Orchestra in piazza

Ben Olinger, conduttore di Rtl Luxembourg e ora proprietario con la moglie del D’Wäibar, ristorante vicino a Schengen, con dehor affacciato sul molo, da cui partono le crociere sulla Mosella e ricca selezione di vini locali, dice: «Siamo fieri allo stesso modo delle firme e delle bottiglie. Brindiamo alla scomparsa delle frontiere con un buon crémant accompagnato da un’assiette di bandiere europee». Le colline attorno sono ricoperte da vigne di Pinot grigio e bianco, Riesling e Gewürztraminer. «Il vino viene anche esportato nei Paesi limitrofi», dice il produttore Guy Krier. «Per la vendemmia ho avuto un aiuto di Stato: un aiuto manuale. Ogni anno il ministro dell’agricoltura Etgen lavora tra le viti di un’azienda diversa. Il 2018 è stato il mio turno».

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