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Noi, l’amore, lo festeggiamo con Dente

14.02.2019

Dente (pseudonimo di Giuseppe Peveri, classe 1976), ha pubblicato sei album. L'ultimo, “Canzoni per metà”, è uscito nel 2016

Dieci anni fa, il giorno di San Valentino, il cantautore emiliano usciva con un disco pop e sofisticato che rimane tra i bignami più cinici e completi della musica italiana sul re dei sentimenti. Da riascoltare, sempre, puntualmente, ogni febbraio

Oggi ci viene naturale associare Dente alla vecchia guardia dell’indie italiano, orgogliosamente defilato com’è dalla strada maestra, ma nel 2009, quando usciva l’album L’amore non è bello, il cantautore emiliano era davvero il nome nuovo delle riviste di settore, l’astro in ascesa dei circoli Arci e di una sezione di mercato molto più piccola – ma non meno significativa – di come è adesso. Quello pubblicato il 14 febbraio di dieci anni fa rimane, infatti, il suo disco più compiuto, tramandabile, nonché uno dei turning point di quella stagione di musica italiana ancora alternativa e sotterranea.

Non era una data casuale, quella di San Valentino, e tutt’oggi, ogni volta che gli innamorati festeggiano, quel disco rinnova senza invecchiare le sue caustiche intenzioni: per la musica, che abbraccia un pop a tutto tondo sofisticato, un po’ amaro e per niente banale, e per i testi, che compongono uno dei bignami più cinici e completi sull’amore di tutta la musica italiana.

Al momento della composizione, c’è da dirlo, il Peveri aveva imboccato un momento di grazia, tanto da trovare melodie ariose e ispirate che prima, nel gioiellino naif di Non c’è due senza te, aveva solo intuito, mentre dopo, con svolte più strettamente cantautorali e barocchismi forse troppo “maturi”, non avrebbe più rinnovato così cristalline. C’è tanto Battisti sul fondo de L’amore non è bello, un’influenza illuminante e non ancora inflazionata, fra il tributo esplicito a quel capolavoro di intro che è «Abbracciati abbracciala abbracciali» in La presunta santità di Irene e lo sguardo lontano di A me piace lei (una sorta di La canzone del sole hipster) e di schegge solo apparentemente giocose come Sole e Quel mazzolino. In mezzo, poi, tanti arrangiamenti pastellosi, con fiati italianissimi e retrò à la 70s, mai nostalgici e – soprattutto – sereni.

Sereni, appunto. Ad ascoltarlo con superficialità, L’amore non è bello sembra quasi un disco delicato e spensierato: è una trappola, che il titolo-boutade (il riferimento è all’ovvio proverbio) già anticipa. I testi – i migliori che Dente abbia mai scritto – sono un colpo basso che si accanisce sugli stereotipi da San Valentino. L’effetto è straniante, sì, perché su filastrocche e melodie solari si innestano invece le sue canzoni di “non-amore” più cattive e maliziose che abbia partorito, con psico-drammi sentimentali da cronaca nera. Succedono tutte a lui: la ragazza che lo tradisce, un’altra che non lo corrisponde, la macchina che lo lascia a piedi, il ricordo di una donna persa che lo tormenta, e ancora slanci, inciampi e slanci. Ispiratissimo, il cantautore emiliano scrive poesiole (La più grande che ci sia), giochi di parole (Quel mazzolino), epitaffi (Sola andata), tragici finali a sorpresa (A me piace lei, purtroppo) e dissemina qua e là scorze di un romanticismo lucido e impossibile (Vieni a vivere con me). E lo fa con brillantezza, fra inclinazioni da cantautore e omaggi alla tradizione leggera italiano.

Perché sì, la trama potrebbe stancare, o risultare persino ammorbante o autocommiserativa, ma la lucida ironia di certi passaggi, il cinismo illuminante di altri momenti e il tocco di compiaciuta malinconia generale rendono il disco una sorta di esorcismo naturale e collettivo nei confronti dell’amore che gli stereotipi in stile San Valentino fingono di non vedere – vedi alle voci: gelosie, tradimenti, fallimenti sentimentali. Così, mentre Battisti e Prévert guardano da lontano, si ride, ci si dispera e ci si innamora di nuovo: perché «l’amore non è bello» – sembra dire Dente, alla fine – ma neanche tanto brutto.

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