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Il male di vivere, il teatro dell’invisibile

26.02.2019

Nelle foto pubblicate in questa pagina, alcune scene di “Quasi niente”

Claudia Pajewski

“Quasi niente”, ultimo lavoro della compagnia Deflorian/Tagliarini, è un atto di ribellione nei confronti della cosiddetta normalità. E del suo linguaggio

Quasi niente, ultimo stratificato lavoro della compagnia Deflorian/Tagliarini, è un atto di ribellione nei confronti della cosiddetta normalità. Ispirandosi al primo, leggendario, film a colori di Michelangelo Antonioni, Deserto rosso (vincitore del Leone d’Oro a Venezia nel 1964) con una strepitosa Monica Vitti, Deflorian/Tagliarini usa il film per dissezionare la vicenda di Giuliana, la protagonista, e usarla per un j’accuse teatrale contro la lingua del potere. Giuliana nel film è una giovane donna il cui mal de vivre è generato dalla gabbia social-familiare che la soffoca da sempre.

La sua rivolta è la depressione, che coincide col sottrarsi agli usi e costumi del proprio mondo patriarcale, negandosi prima di tutto a quel linguaggio, per lei opprimente e insensato, della quotidianità. Ovviamente è una rivolta dolorosa e in larga parte inconsapevole, ed è proprio da qui che muove la pièce, moltiplicando il suo personaggio che in scena diventa così trino (la Trentenne/ la Quarantenne/ la Cinquantenne) in modo da avviare un’indagine. Affiorando da un grande separé in tulle grigio che divide a metà la scena come un velo di nebbia, mostrando e nascondendo chi e che cosa c’è dietro, la Quarantenne (una spiazzante Monica Piseddu: un po’ donna un po’ ragazza, a metà tra l’attonito smarrimento della Vitti e la generosa tragicità della Magnani) affronta il pubblico prendendo possesso dello spazio spoglio, composto solo da qualche mobile buttato qua e là e da una poltrona di kilt rossa. «È difficile dire anche solo questo… uno non riesce neanche a dire: non ce la faccio», è l’esordio del monologo iniziale. Senza una vera trama, Quasi niente mobilita subito “l’invisibile del linguaggio”, che è la vera posta in gioco dello spettacolo.

La compagnia Deflorian/Tagliarini

Claudia Pajewski

Claudia Pajewski

Claudia Pajewski

Il “quasi” del niente è quello scarto preciso in cui «il teatro, come la poesia, mobilita l’immagine di ciò che non è: il teatro è una porta verso l’invisibile», spiega Antonio Tagliarini nella prefazione del libro che accompagna lo spettacolo (Sossella editore). Eppure, benché si mobiliti la forza della poesia contro l’opacità del mondo, l’intento degli autori è tutt’altro che intimista e neppure retroattivamente femminista: «La causa più probabile di questo sentimento ontologico di inferiorità è il potere sociale: l’idea di non essere il tipo di persona che può soddisfare il ruolo a cui ti ha destinato il gruppo dominante», afferma in scena Daria Deflorian, leggendo un brano del teorico del teatro e filosofo Mark Fisher, acuta intelligenza critica del mondo britannico, morto suicida nel 2017. Andando oltre la conflittualità mondo maschile/rivolta femminile, la Quarantenne depressa è tale perché nel mondo in cui è stata destinata si guarda solo all’immagine grossolana, al linguaggio materializzato, chiuso ad altri sensi e prospettive. Il male di vivere nasce qui, nello spaesamento dello sguardo che vuole andare oltre a questo linguaggio strozzato: verso, l’invisibile poetico, che per Deflorian/Tagliarini forma l’essenza autentica ma impalpabile della personalità di ciascuno di noi.

Noi non siamo mai completamente definiti dalle parole (della famiglia, della società, del potere), noi siamo sempre Altro, direbbe Lacan – ma lo pensava prima Freud osservando le sue pazienti nevrotiche in autolesionistica rivolta contro un mondo troppo angusto per loro. Non c’è rassegnazione, le tre Giuliane inscenano un conflitto e il tentativo di trovare una via di fuga imparando innanzitutto a essere più consapevoli. La crisi della quarantenne Giuliana triplicata deflagra così in altre modalità: nella sua versione precedente, la Trentenne, cantando in scena struggenti blues (con la voce crepuscolare di Francesca Cuticca), e nella più saggia e pacificata Sessantenne, interpretata dalla stessa Deflorian. La querelle finisce per debordare anche nei due personaggi maschili, un Cinquantenne stanco e un Quarantenne magro, avvoltolati nelle rispettive crisi personali. Tutti, senza saperlo di preciso, sono portatori della rivolta nei confronti della materialità claustrofobica del potere sociale: tutti, ciascuno a suo modo, non fanno altro che dire: «Io non ce la faccio». Ma è un modo per ribadire, come l’oscuro Bartleby di Melville: «Preferisco di no».

Mirco Lorenzi

In monologhi che si succedono sfiorandosi a vicenda, uscendo e rientrando continuamente nei personaggi – la grande cifra e innovazione del teatro di Deflorian/Tagliarini insieme all’ironia, quest’ultima non tanto socratica-inquisitoria quanto affettiva-assolutoria –, si compie il miracolo del linguaggio rivoltoso di Deflorian/Tagliarini: attraverso l’autoanalisi, a tratti drammatica ma anche ridicola e dissacrata, il teatro ritrova il suo senso e va incontro alla sua giustificazione drammaturgica. Ecco perché, dai tempi di Reality, loro primo grande trionfo, capolavoro di “anti-teatro” all’insegna di un nuovo realismo tutto da inventare, il modus operandi di questa strana e interessantissima compagnia, nata tardi e tardi arrivata al successo, non cessa di stupire.

In tempi di ostentazione a mezzo social e imperanti visioni grossolane, Daria Deflorian e Antonio Tagliarini continuano a ritornare sul confine incerto tra visibile e invisibile, là dove nascono le parole ma anche le emozioni, i sentimenti. In un’epoca in cui forse stiamo assistendo alla scomparsa dell’umanità all’insegna di un’ibridazione definitiva con le macchine, come dei piccoli Noè del palcoscenico Deflorian/Tagliarini si ostinano a costruire spettacoli-Arca in cui cercare e salvare quel quid che ci rende ancora unici, umani e tutto meno che normali. E, a colpi di Premi Ubu e di altri riconoscimenti internazionali, il loro ostinato e contrario “teatro dell’invisibile” è oggi un punto di riferimento nel mondo.

“Quasi niente” è da poco andato in scena alla Triennale/Teatro dell’Arte di Milano. Prossime date dello spettacolo: 20-23 marzo, Théâtre Garonne, Toulouse; 26 e 27 marzo, Théatre la Vignette, Montpellier; 10-13 aprile, Théâtre de Grütli Ginevra; 8 e 9 giugno, Teatro Astra, Torino; 23-25 novembre, Montreal (Canada)
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