Agenda

Amico deejay, facci sognare ancora

IL 108 12.02.2019

Lele Sacchi, dj e conduttore di “In the Mix” la domenica a mezzanotte su Rai Radio 2

Lele Sacchi ricorda le cassettine con le registrazioni dei programmi americani che comprava soltanto pochi anni fa... Poi lo streaming ha cambiato tutto. Eppure, la radio rimane un media molto, molto attuale

Sembrano passati secoli, ma l’esperienza della vita pre-streaming è roba di appena 15 anni fa. Quando, per dire, non si poteva accedere istantaneamente a tutte le radio del mondo, e attorno a quell’assenza si costruivano mitologie spesso più longeve dell’oggetto stesso della mitologia. Nel suo memoir Club Confidential, uscito da poco per Utet, Lele Sacchi (dj e conduttore di In the Mix la domenica a mezzanotte su Rai Radio 2) ricorda per esempio la prima volta in cui andò a New York, nel 1997, e di come il reperto più prezioso con cui tornò in Italia da quel viaggio furono due cassettine con la registrazione dello show del dj Tony Humphries su Kiss-FM. Nell’epoca in cui decine di ore di trasmissione della stessa (ormai defunta) Kiss-FM sono disponibili su YouTube, sembra appunto di parlare di preistoria: ma una preistoria ancora sovraccarica di emozioni. «Ricordo perfettamente quel momento», conferma Lele, «e di come comprare una cassettina sottobanco in un negozio di dischi newyorkese fosse l’unico modo per far arrivare in Europa la voce della radio che aveva cambiato il suono del clubbing newyorkese a cavallo tra anni Ottanta e Novanta».

La domanda è dunque inevitabile: in che misura è ancora possibile, oggi, instaurare con gli ascoltatori una relazione “magica” paragonabile a quella di Kiss-FM (o di John Peel sulla BBC, o delle radio semi-pirata tipo Radio Luxembourg)? «Ovviamente», risponde Lele, «vale per la radio quello che si dice per la musica in generale: la quantità di offerta e la facilità di accesso ne hanno ridimensionato parte del fascino. Ma la radio rimane un media molto attuale: i podcast, oggi così di moda, devono parecchio alla grammatica della radio, e se vogliamo non sono altro che trasmissioni radio “smontate”. Riguardo alla magia delle trasmissioni in FM, l’esperienza degli ultimi sette anni a Rai Radio 2 mi ha insegnato che gli ascoltatori sono molto presenti e molto affezionati, si sentono parte di qualcosa. Naturalmente la tv ha una penetrazione più ampia, ma non crea la stessa empatia fra conduttori e pubblico. Anzi, la tv crea una sorta di distacco, mentre la radio ti fa sentire vicino a chi conduce, quasi un suo amico».

È una relazione maggiore o minore di quella, talvolta quasi carnale, che si crea tra un dj e la gente che balla in pista? «Il problema», dice Lele, «è che quel momento di energia pura, di scambio fisico e mentale che in certi momenti si crea nella pista da ballo, non è replicabile altrove, in nessun modo». Non fosse altro perché, a differenza di un club, alla radio il pubblico è lontano decine o centinaia di chilometri. «Quando trasmetti, il pubblico sei tu dentro lo studio e qualche volta il tecnico di là in regia. Quindi trovi altre motivazioni. Un set pensato per la radio è più meditato, per certi versi più simile a una playlist. C’è dietro più lavoro, più rifinitura». Lavoro che, in ultima analisi, porta a essere dj migliori… «Certo. Spesso non ci si pensa, ma c’è molto studio, molta preparazione dietro il mestiere di dj».

Chiudi