Il sottosuolo del Sulcis e le bricole di Venezia, i palazzi di Milano e gli abissi al largo della Sicilia. L'arte senza confini di Giorgio Andreotta Calò, elogio della lentezza e della profondità

Sono passati più di dieci anni da quando, a bordo di una piccola imbarcazione, Giorgio Andreotta Calò si è alzato in volo sui palazzi di Milano. È il dicembre del 2008. Agganciato a una gru, lo scafo usato dall’artista veneziano durante le sue esplorazioni lagunari compie una breve traversata sopra i condomini del quartiere Lambrate. Atterrato sul tetto della galleria Zero insieme al suo proprietario, viene prima diviso in due, seguendo la chiglia, poi adagiato su uno specchio d’acqua. Ora la barca è di nuovo nel suo elemento naturale. E nel gioco di riflessi, finisce per riacquistare la sua integrità, addirittura sdoppiandosi. È la stessa imbarcazione che vediamo adesso – riassemblata, capovolta, accanto a un carosello di 44 diapositive che testimoniano le fasi di quella performance – in un angolo di CittàdiMilano, la mostra che da oggi al 21 luglio presenta al Pirelli HangarBicocca una sintesi della produzione scultorea firmata dall’artista.

Il volo sulla gru: “Volver”, 2008

Courtesy ZERO… Milano e Studio Giorgio Andreotta Calò, Venezia. Foto di Davide Conconi

Veduta dell'installazione “Volver” al Pirelli HangarBicocca

Courtesy dell’artista, ZERO… Milano e Pirelli HangarBicocca. Foto di Agostino Osio

Andreotta Calò occupa gran parte della superficie espositiva a disposizione con Produttivo, installazione costituita da campioni di roccia e sedimenti prelevati in Sardegna: più di mille metri lineari di carotaggi estratti nel Sulcis, stipati in 300 casse, stesi nel capannone milanese per riprodurre – fedelmente, ma in orizzontale – i livelli di profondità e le peculiarità geologiche del suolo di provenienza. Emblema dei concetti-chiave cari all’artista (la rappresentazione dello scorrere del tempo, la trasformazione della materia, l’interesse per gli elementi naturali), Produttivo può anche essere vista come un manifesto del suo modo di lavorare, basato sui ritmi lenti di una paziente opera di ricerca e intervento sul campo. Andreotta Calò si era già interessato al tema dei carotaggi: nella sua Venezia (dov’è nato nel 1979), commissionando un intervento per l’estrazione di caranto, l’argilla compatta su cui poggia la città lagunare; ma l’esperienza in Sardegna – dove l’artista ha trascorso lunghi periodi nel corso degli anni – ha assunto confini più ampi e immersivi, riflessi nelle immagini di In girum imus nocte, il film che, in mostra, racconta il pellegrinaggio notturno compiuto nei luoghi di estrazione del carbone in compagnia dei minatori.

La serie "Clessidre”

Courtesy dell’artista; Nomas Foundation e Pirelli HangarBicocca. Foto di Agostino Osio

Il tempo, si diceva: da un lato cristallizzato e sospeso nei suoi effetti; dall’altro coinvolto nelle vesti di coautore, alleato nel gesto artistico. La serie Clessidre è lì a dimostrarlo. Sono sculture realizzate a partire dalle bricole, i caratteristici pali d’ormeggio che punteggiano il panorama liquido di Venezia: l’azione incessante dell’acqua marina, che le assottiglia sempre più nella parte centrale, viene amplificata dalla mano che le lavora e le fissa nel bronzo, sottraendole a ulteriori processi di mutamento ed erosione. Anche nella serie Meduse Andreotta Calò interviene sulle bricole, questa volta levigandole nella parte superiore fino a farle somigliare all’animale marino da cui prendono il nome. Il tempo torna a suo modo protagonista in Città di Milano, fondale scenografico che domina l’ambiente espositivo. È una gigantesca fotografia realizzata il mese scorso al 31mo piano del Grattacielo Pirelli, trasformato per l’occasione in una grande camera oscura. Per 3 minuti e mezzo, un filo di luce lasciato filtrare attraverso una lente dall’esterno ha impressionato nove moduli di carta fotosensibile, dando origine a una vasta raffigurazione in negativo del paesaggio Est della metropoli. Il risultato ribalta le coordinate consuete del nostro sguardo. La città che abbiamo davanti è capovolta: i palazzi penzolano dall’alto, quello che di solito è a destra lo vediamo a sinistra, il cielo è una macchia nera che occupa la fascia più bassa, cupo e sconfinato come un abisso.

La serie "Meduse”

Courtesy dell’artista e Pirelli HangarBicocca. Foto di Lorenzo Palmieri

Dettaglio di “Produttivo”

Courtesy dell’artista e Pirelli HangarBicocca. Foto di Agostino Osio

Abisso, esplorazione, profondità. Tutto, nella mostra, evoca l’idea di discesa e risalita, di immersione ed emersione, nel quadro di una riflessione di più ampia durata sulle forze inesorabili, nascoste, che plasmano la nostra vita e quella dell’ambiente che ci circonda. In questa cornice rientrano anche la serie delle Pinnae Nobilis (ispirate ai molluschi e abbarbicate sui pilastri dell’Hangar), le tre opere Dogod (con i frammenti di osso raccolti sulle rive dell’isola di Sant’Antioco) e il video posto in apertura di esposizione con le immagini del piroscafo “Città di Milano”, naufragato al largo di Filicudi giusto un secolo fa, nel giugno 1919. Costruita e varata nel 1888 per conto di Pirelli, “Città di Milano” è stata la prima imbarcazione posacavi italiana. Nel filmato, vediamo il relitto adagiato sui fondali siciliani, sedimentato nel paesaggio marino, scrutato da alcuni sommozzatori in un’atmosfera di vaghezza e sospensione di senso. Un invito a unirci all’artista, a diventare con lui subacquei, a intraprendere il viaggio.

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