Al via la grande rassegna cinematografica della capitale tedesca, affollata come mai di autrici e registe. Oltre a questo progredire verso l’equità di genere: gli spunti, i nomi, le sezioni da tenere d'occhio

Comincia la 69esima Berlinale (dal 7 al 15 febbraio), il festival cinematografico internazionale della capitale tedesca. L’ultima del direttore creativo e gestionale Dieter Kosslick, che l’ha guidata per 18 anni, e che per molti è stato responsabile della crescita del festival, oggi terzo polo europeo insieme a Cannes e Venezia. In pochi lo ricordano, ma originariamente l’evento si svolgeva d’estate, finché nel 1978 non venne anticipato al mese più freddo dell’anno e accorpato all’allora appena nato mercato dell’audiovisivo, oggi tra i tre più importanti del mondo. Fedele alla natura “trasformista” della città, la Berlinale subì un ulteriore cambiamento nel 2000 e venne trasferita dall’Ovest di Charlottenburg a Potsdamer Platz, il quartiere ideato da Piano sulle rovine del Muro. Nonostante i mini-grattacieli e gli edifici futuristici dell’area, mal sposati con catene di fast-food e punti ristoro di dubbia qualità, il festival ha mantenuto la sua identità anticonformista e più interessata alla sperimentazione piuttosto che agli introiti prodotti dal cinema mainstream.

Forse anche per questa postura ideologica, Kosslick è stato criticato per agire più da showman o imprenditore piuttosto che da devoto alla causa (critica, fra l’altro, spesso rivolta al nostro Alberto Barbera di Venezia) poiché fondatore di iniziative tese a estendere il cinema oltre le sale (per nominarne alcune: l’hub Berlinale Talents, praticamente un festival a sé; una sezione di cinema culinario “guarda & magna”; celebrità giganti accusate di accecare i film piccoli pur di dar visibilità al festival). Dal prossimo ann,o la direzione artistica sarà affidata Carlo Chatrian, già alla direzione di Locarno e altra nomina (insieme a quella di Eva Sangiorgi a capo dell’austriaca Viennale e Paolo Moretti della Quinzaine di Cannes) che ha reso il 2018 un anno speciale per i curatori italiani in campo cinema.

Il CineStar al Sony Center di Potsdamer Platz

Brigitte Dummer © Berlinale 2011

Forse l’influsso locarnese di Chatrian si intravede già dalla selezione del concorso, in cui spiccano System Crasher (l’opera prima della tedesca Nora Fingscheidt, già famosa per una sceneggiatura che ha fatto man bassa di premi ancora prima di essere conclusa) e I Was at Home, but, l’ultimo film di Angela Schanelec, cineasta radicale della cosiddetta scuola di Berlino, ammirata (o poco tollerata) per produzioni iper-parche e uno stile affettato al limite della laconicità. Le donne, infatti (le donne!), affollano la sezione premiata con l’Orso d’Oro (Kosslick ha anche firmato in extremis la promessa alla parità di genere promossa dall’associazione delle donne nell’audiovisivo). Il film di apertura è di Lone Scherfig, regista danese che aveva cominciato bene sulla scia di Dogme 95 (suo era l’esilarante Italiano per principianti) ma una volta convertitasi a produzioni anglofone, si è confusa tra ambientazioni europee e sentimenti hollywoodiani (One Day, An Education). Per il momento, ad attirarci almeno un poco verso il suo ultimo The Kindness of Strangers si occupano i due, solitamente capaci, attori principali, Zoe Kazan e Tahar Rahim.

In ogni caso, ecco le signore sul palcoscenico di questa edizione: L’austriaca Marie Kreutzer con il ritratto psicologico The Ground Below my Feet. Isabel Coixet, spagnola dalla filmografia mista (eccellente La mia vita senza me con Mark Ruffalo praticamente neonato; grande boh i film successivi) con un drama queer in costume, Elisa y Marcela. Poi When the Day Had No Name sulla Macedonia d’oggi a opera di Teona Strugar Mitevska. Ovviamente l’habitué Agnieska Holland, con una biopic sul giornalista gallese Gareth Welsh inviato in Ucraina durante l’Holodomor. E infine la madre di tutte le signore, Agnès Varda, suo malgrado trasformata in meme di sé stessa e protagonista di una tardiva quanto meritata riscoperta, che fa il punto sulla propria carriera con l’auto-doc Varda par Agnès.

Il red carpet al Berlinale Palast

Richard Hubner © Berlinale 2014

Ma oltre a questo progredire verso l’equità (7 registe vs 10 registi), la maggior parte dei nomi in concorso potrebbe non dire molto al grande pubblico. Certo, ci sono François Ozon (con il grande Melvil Poupaud), Fatih Akin fresco di vittoria a Cannes, e pure André Techiné fuori concorso accompagnato da Catherine Deneuve. Che sia un’occasione buona questa, per far brillare cineasti meno conosciuti o distribuiti? Si vedrà a fine festival, ma intanto a riscaldare gli animi dei cinefili ci sono già il nuovo lavoro del turco Emin Alper, il cui thriller Frenzy frustrò le nostre abilità di detective alla Venezia di qualche anno fa; un forse horror di Denis Côte, canadese superbo e versatile che solitamente non sbaglia mai; e l’ultimo di Zhang Yimou, uno dei più importanti registi della Quinta Generazione del cinema cinese. Chiude il giro degli attesi un italiano, Claudio Giovannesi (autore del premiato Fiore) con La paranza dei bambini, dall’omonimo romanzo di Roberto Saviano.

Infine, per far venire l’acquolina in bocca, una manciata di segnalazioni fra le sezioni, a cominciare dagli italiani brava gente: Dafne, di Federico Bondi; tre opere prime per cui fare il tifo (Flesh Out di Michela Occhipinti, Normal di Adele Tulli e Gli ultimi a vederli vivi di Sara Summa); il documentario Selfie di Agostino Ferrante. Italiane soprattutto brave, anche perché producono film tedeschi, come Valeria Venturelli nel mediometraggio Off Season, e Giorgia Malatrasi nel doc Searching Eva. Un lavoro su materia italiana è quello della veterana del documentario Kim Longinotto che ha ritratto un’eroina del giornalismo nazionale, Letizia Battaglia, in Shooting the Mafia.

La biglietteria del festival a Potsdamer Platz

Alexander Janetzko © Berlinale 2015

Il documentario è in effetti un genere piuttosto amato alla Berlinale ed è proposto in forme diverse sebbene a volte sul medesimo contenuto, come succede a due studi sull’antropocene: uno che si anticipa “sensazionalista” con le immagini di Jennifer Baichwal ed Edward Burdtynksy, e la voce di Alicia Wikander, e un altro invece nella sezione Forum (che è sempre un buono segno quando si tratta di soggetti alla moda come questo), più dimesso e conciso, Earth, di un regista fisso del genere, Nikolaus Geyrhalter. Anche se lo si dice sottovoce, è proprio in questa sezione più marginale e senza premi Forum che si spera di trovare i preferiti, a cominciare da A Portuguesa di Rita Azevedo Gomes, tratto da un racconto di Musil. Un’altra ispirazione letteraria informa The Plagiarists, ispirato a un testo di Karl Ove Knausgård, mentre il cangiante Weitermachen Sounssouci arruola la grande dame del teatro berlinese Sophie Rois. Si finisce con un 35 mm riemerso dagli archivi: Variety di Bette Gordon, sceneggiatura di Kathy Acker e la fotografa Nan Goldin che interpreta un’approssimazione di sé stessa. Se non bastasse ancora a convincerci, la retrospettiva è tutta dedicata alla donne del cinema tedesco… con focus DDR.

Chiudi