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Il Kgb ha trovato casa a New York

IL 109 28.02.2019

Premendo la sigaretta che sporge si attiva il pulsante di scatto della macchina “mimetizzata”

Photo courtesy KGB Spy Museum

Al di là dell’effetto memorabilia, il nuovo museo dedicato alle spie del Novecento è una lezione di storia che mette i brividi

Nella sala degli interrogatori ricostruita nel Kgb Spy Museum, da poco inaugurato a New York, c’è una scrivania con gli arredi originali degli anni Trenta, quando l’agenzia si chiamava ancora Nkvd. Luci basse, una lampada puntata sul “nemico del popolo” seduto su uno sgabello basso fissato al pavimento. In un quadro è stampata la traduzione di un documento riservato che spiegava come condurre gli interrogatori del soggetto “controrivoluzionario”: «Organizza l’interrogatorio fino a ottenere la testimonianza voluta anche se dovrai lavorare per giorni senza riposo. L’accusato non deve avere tempo per sé. Devi sempre ripetere la stessa accusa. Non permettere all’accusato di cambiare postura o di accavallare le gambe. Durante l’interrogatorio è vietato bere, mangiare, fumare. Quando l’accusato firmerà l’ultimo protocollo tutte le precedenti confessioni e testimonianze andranno distrutte».

Il museo ripercorre attraverso 3.500 cimeli la storia dell’intelligence e della polizia segreta sovietica dal 1917 in poi. Al di là dell’inevitabile aspetto nostalgico e folcloristico – per così dire – legato a queste memorabilia, il Kgb Spy Museum ha il merito di ricostruire il dietro le quinte della Guerra Fredda. I film di 007 e i romanzi di Le Carré celebravano l’oggettistica da spie che si ritrova qui, con una differenza: i primi erano fiction, questi apparecchi sono veri. Qualcuno li usava, contro qualcun altro.

L'ombrello bulgaro nasconde un meccanismo in grado di sparare piccoli proiettili carichi di ricina, sostanza tossica letale.

Photo courtesy KGB Spy Museum

Il curatore è il lituano Julius Urbaitis, collezionista appassionato che assieme alla figlia Agne ha ordinato con rigore il materiale raccolto in trent’anni di ricerche. L’elenco è lungo e vario. Per esempio, ecco l’ombrello bulgaro che, attraverso un meccanismo ad aria compressa, era in grado di sparare un pallino avvelenato: uno simile fu utilizzato nel 1978 per uccidere lo scrittore dissidente Georgi Markov a Londra, sul ponte di Waterloo. C’è una collezione di timbri con la matrice per aprire cassaforti e borse con i documenti segreti; decine di apparati telefonici con cui venivano controllate le conversazioni;  microfoni per ascoltare da lontano; microcamere nascoste nelle cinture, nei bottoni, negli anelli, nei pacchetti di sigarette. E il rossetto che, quando lo giri, spara anche lui.

C’è la copia identica di un bassorilievo in legno con lo stemma degli Stati Uniti: l’aquila con l’ulivo e le frecce. Stalin lo regalò all’ambasciatore americano a Mosca nel 1944. Finì dietro la sua scrivania. Conteneva un sofisticatissimo microfono a vibrazione capace di funzionare senza alimentazione e collegato con un apparecchio radio che i sovietici tenevano sempre acceso nell’edificio di fronte all’ambasciata. Per sette anni i russi ascoltarono tutte le conversazioni che si svolsero in quella stanza. Fino a quando un agente del MI6 non scoprì l’apparato, interrompendo le trasmissioni. Preludio della Guerra Fredda.

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