Nell’epoca della (presunta) fine del lavoro, prima delle macchine ci sono comunque le persone. E qual è il loro apporto? La creatività e la gentilezza, che sarebbero anche il migliore antidoto per diluire l’odio dei troll che l’algoritmo guida in battaglia nella Rete

Il fattore umano di Graham Greene era la capacità di discernimento nella vita (naturalmente doppia) di una spia dell’MI6 britannico, la bussola per capire la rotta tra morale e ragion di Stato, tra servizio e libertà. Il passo necessario, l’ultimo, prima che l’uomo diventi una macchina rinunciataria e del tutto privata dell’esercizio di libero arbitrio. Greene ha dato dignità profonda a una burocratica definizione militare, declinata anche dall’economia quando “umano” diventa il fattore di produzione lavoro. Che è esso stesso una forma di capitale. Via via, col tempo, quell’espressione ritorna al suo spersonalizzante cliché da regoletta per le moltiplicazioni; e il significato si confina nella definizione quasi aritmetica del ruolo dei lavoratori nella complessa catena del valore. E scorrono le carrellate dei ritratti di operai, delle loro vite sospese tra tempo di lavoro e tempo di vita, ritmate – edizione dopo edizione – dalle metriche del gesto lavorativo: prima ossessivo, poi solo pesante, infine alleggerito (se non proprio liberato) dalla scienza ergonomica e dall’aiuto delle macchine. E dei robot. Che un po’, quel lavoro, lo hanno anche divorato e distrutto.

Strano paradosso, il lavoro: condanna alla fatica, ma anche esercizio di creazione. Forse il principale indicatore della perfettibilità dell’uomo. E non a caso il fattore umano torna quando una catastrofe cerca un colpevole o un incidente la causa dell’errore. «Quando lavora, l’uomo non trasforma soltanto le cose e la società, ma perfeziona se stesso». Se non fosse il passo di un’enciclica di un santo (Gaudium et spes, di papa Paolo VI) si direbbe il testo che meglio di tutti sintetizza il mito pagano del Proteo multiforme in grado di modificare la natura, cardine della lettura ideologica novecentesca del tema del lavoro che ha diviso il mondo e la politica, fino alla rivoluzione, fino alla guerra.

Obbligo e sottomissione, ma anche libertà dal bisogno: i due opposti che lo rendono vitale in eterno. Sfida e condanna per l’intera umanità. Anche nell’epoca dei robot. Anche nell’epoca della fine (molto presunta) del lavoro. Soprattutto se quella fine sancisce il nuovo inizio dell’economia intangibile, del capitalismo senza capitali, dove finalmente il fattore umano e il suo impulso creativo potrebbero diventare, in realtà, il primo fattore di investimento, fare la differenza nel grande business dell’immateriale, dove la commodity preziosa diventa l’idea oppure il dato. E soprattutto la sua percepibilità. Che a sua volta significa forma, racconto, mito, verità o inganno. Anche se si producono beni tangibilissimi. E così il fattore umano torna protagonista anche della produttività, la competenza recupera la radice comune con la competizione. La sua misura diventa il valore. E, per stare ai canoni della nuova saggezza oggi affidata agli chef à penser, si può anche arrivare al fattore umano del «ristorare alla francescana», stile Bottura, per capire (e sapere) che il piatto è sempre e soltanto il culmine di una cultura dell’empatia, alla fine antica come l’uomo. Dove anche un sorriso è parte della pietanza. Un modo come un altro per esercitare il «coraggio di essere umani», come dice la canzone.

Perché ci sono le persone prima dei robot: li progettano, li guidano, li migliorano. E questo, per esempio, fa dire ai maestri dell’Industria 4.0 dell’eccellenza emiliana che l’obiettivo è «lavorare meno per lavorare meglio». Anche perché, se lavorassero solo i robot, chi consumerebbe tutto quello che produrrebbero? E quanto sarebbe saggio se questo buon senso si applicasse anche ai robot della Rete, ai troll che l’algoritmo guida in battaglia, all’assalto del nemico di schermo, col veleno dell’odio esibito. Perché più lo guardiamo a fondo questo fattore umano, più scopriamo che la sua caratteristica davvero rivoluzionaria è la gentilezza. E lo dicevano, prima ancora che le scritte di qualche maglietta con Che Guevara, i nostri grandi antichi guerrieri. Un nome? Marco Aurelio, imperatore combattente e filosofo. Non un leone da tastiera qualunque.

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