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Inventare il futuro guardando il mais che viene su

IL 108 08.02.2019

Nelle immagini pubblicate in questa pagina, la sede di H-Farm a Roncade (Treviso)

Riccardo Donadon, fondatore della piattaforma H-Farm, ci parla di intelligenza artificiale, della macchinizzazione delle nostre vite e di chi si compenetrerà con la tecnologia per “aumentarsi”. Ma ci spiega anche perché l’uomo e la natura resteranno il centro di tutto

«Tutte le storie hanno inizio dalla nostra fine: le inventiamo perché siamo mortali». Così comincia Essere una macchina di Mark O’Connell (Adelphi), magnifico saggio – di cui abbiamo parlato su IL105 – che racconta questa storia: «[Secondo alcuni] la tecnologia può aiutarci a potenziare il corpo e la mente, a fonderci con le macchine, insomma a ridisegnarci a immagine e somiglianza dei nostri ideali più alti. […] È realistico?». La domanda che apre l’indagine sul transumanesimo – appassionata ma agnostica, didattica ma irrisolta – butta lì altri quesiti mica da niente: quanto la tecnologia ha cambiato (e potrà ancora cambiare) la nostra vita? Che profilo avrà l’uomo del futuro? L’artificiale supererà il naturale? Di questo parlo con Riccardo Donadon, la persona che, in Italia, mi pare più adatta a dirimere la questione. È il fondatore di H-Farm, nata nel 2005 come incubatore di startup e sviluppatasi poi in una «piattaforma che aiuta i giovani a lanciare iniziative innovative e supporta la trasformazione delle aziende verso il digitale». Due le parole chiave: educazione (dei lavoratori di domani) e innovazione (dei lavoratori di oggi). Allora: dove stiamo andando?

L’UOMO MACCHINA
«Le dita della macchina scansionano la lettura chimica del cervello, […] creando al contempo il codice per tradurre questa attività in una forma compatibile con l’hardware del computer. […] Un’altra appendice meccanica […] rimuove la materia cerebrale esaminata e la getta in un contenitore di rifiuti biologici, in vista del suo smaltimento. È roba di cui non avrete più bisogno. […] La vostra vita animale è finita. Ora comincia la vita da macchina».
(da Essere una macchina)

È uno scenario possibile? «La riflessione è in corso», attacca Donadon. «Ma sposto il punto di vista: io adotto quello dei giovani con cui mi confronto ogni giorno. Ragazzi che vengono qui a formarsi, a progettare il futuro. La prossima generazione, quella nata dopo il 2000, può davvero cambiare tutto. A livello culturale, sociale, economico. È già educata al mondo in cui viviamo. Usa i mezzi tecnologici in modo spontaneo, è connessa su scala globale, ha una sensibilità etica verso ciò che la circonda. Questi giovani hanno un tratto fondamentale: sono cresciuti in una fase di grande abbondanza. Forse per questo, oggi, cercano di razionalizzare, di consumare meno». La macchina, più che l’uomo, è il mondo. «Mettiamola così: l’uomo del futuro è macchina in quanto capace di superare i limiti che esistono oggi. Per il resto, la “macchinizzazione” delle nostre vite è già avvenuta, e sarà definitiva in un tempo più breve di quanto pensiamo: io dico vent’anni. Molti lavori tradizionali salteranno, i grandi player sfrutteranno Paesi come il nostro solo per l’eccellenza, il mutamento sarà irreversibile: se davvero passeremo dal motore termico all’elettrico, per dirne una, salterà un’intera catena di produzione. Dobbiamo arrivare preparati».

L’UOMO SINGOLARE
«[La Singolarità Tecnologica è] una manifestazione estrema del tecno-progressismo, secondo il quale l’applicazione universale della tecnologia risolverà i problemi globali più ostici».
(da Essere una macchina)

L’intelligenza artificiale è il passo successivo. Donadon lo sa. «Un’azienda che opera nel settore tecnologico, e non solo, non può farne a meno. Noi abbiamo realizzato MyMercedes, quella specie di Siri che sta dentro l’auto e sostituisce servizi prima forniti da un call center: anche questa è un’alterazione delle strutture precedenti. Non tutti i progetti di AI, artificial intelligence, sono così cool. La maggior parte riguarda l’implementazione di pezzi che ridefiniscono i processi produttivi». Al tema dell’artificialità si lega quello dell’innovazione. «Noi formiamo i giovani anche per non farli scappare dall’Italia. Da noi la realtà dell’hi-tech è difficile da raccontare: perché siamo in pochi, e perché è tutto a macchia di leopardo. Non c’è un sistema come la Silicon Valley. Io ho aperto E-Tree, la mia prima agenzia specializzata in servizi Internet, vent’anni fa. Sono stato un pioniere? Non lo so. Sono cresciuto in una realtà imprenditoriale, quella veneta, che stimolava a fare impresa: non è scontato in tutto il Paese. E in testa avevo il modello statunitense. Concretamente: in quella società ho messo la reception sotto un letto a castello, il bowling, un massaggiatore. Creare un distretto tecnologico è ancora difficile: l’Italia ha mille campanili, punta sul locale, fa fatica ad attrarre talenti internazionali».

L’UOMO UMANO
«Nel momento in cui scrivo, nessuna mente è ancora stata trasferita su supporto digitale. […] Non si è verificata nessuna esplosione dell’intelligenza artificiale, nessuna Singolarità Tecnologica».
(da Essere una macchina)

«Nel futuro vedremo vari tipi di persone», prospetta Donadon. «Alcuni si compenetreranno davvero con la tecnologia, la useranno per essere “aumentati”: io li ho visti, i tipi che si mettono chip sotto pelle per diventare cyborg. Ho 51 anni, quelli della mia età stanno vivendo queste possibilità in modo compulsivo: prima non c’era niente. Sono i nativi digitali a poter far trascendere l’uomo in una dimensione diversa. Vedo in loro un’occasione filosofica, quasi spirituale. I ragazzi di oggi uniranno alla tecnologia competenza, cultura ed etica: possono farci fare un vero salto in avanti». L’uomo resterà comunque al centro di tutto. «A H-Farm succede già. Siamo andati a occuparci di digitale in mezzo ai campi (a Roncade, in provincia di Treviso, ndr). Siamo fuggiti dalla città, l’occhio di chi sta da noi non guarda un palazzo di fronte, ma il mais che viene su». Riccardo nella natura ci è scappato per primo, tra la fine dell’esperienza di E-Tree e l’avvio della nuova società, che oggi fattura quasi 50 milioni di euro l’anno. «Per un po’ ho fatto il giardiniere. Mi affascinano da sempre le variabili di un giardino, perché sono complesse quanto quelle di un’azienda. Devi immaginare, in prospettiva, come cresceranno le piante. Devi rapportarti al clima, alle stagioni. Devi regolare il tuo ritmo su una dimensione che è naturale. Che è umana».

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