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La banda bengalese non suona più il rock

IL 108 04.02.2019

I venti illiberali che soffiano sul Paese mettono in crisi il panorama artistico locale. Ma una speranza (musicale) c’è, e si chiama hip-hop

Diventato indipendente dal Pakistan nel 1971, il Bangladesh conta 48 milioni di giovani, gran parte dei quali senza un’adeguata educazione e privi della necessaria formazione per entrare nel mondo del lavoro. Cresce il malcontento, ma soprattutto l’adesione a gruppi di matrice religiosa e fondamentalista. Tra le “vittime” del crescente stato di violenze e intimidazioni c’è anche la scena rock locale: «È un genere che in Bangladesh ha preso forma con l’indipendenza e con la nascita della nazione», spiega il professor Mubashar Hasan, del dipartimento di Culture Orientali dell’Università di Oslo. Alcuni partigiani della guerra di liberazione (il più famoso dei quali si chiamava Azam Khan) si trasformarono da eroi a musicisti, attuando dal palco un vero cambiamento culturale: organetti e chitarre monocorde, tipici della musica popolare di retaggio agricolo, furono sostituiti da tastiere e batterie, capelli lunghi e valori liberali. Prendendo a modelli Jimi Hendrix, George Harrison e i Doors, era un rock intriso di messaggi politici e sociali.

Il genere si è poi evoluto nel corso degli anni Novanta, racconta Hasan, quando in Bangladesh si ascoltavano Guns N’ Roses e Aerosmith, affiancati da gruppi locali come i Rockstrata, i Warfaze o i Love Runs Blind, che incoraggiavano alla critica antigovernativa e allontanavano dal fanatismo mentre al potere si alternavano dittature e democrazie illiberali. Sul finire degli anni Novanta, quando il Bangladesh apriva la sua economia al mondo, i rocker puntavano l’indice contro le conseguenze della crescita, le disparità sociali e l’avanzata del terrorismo, manifestando una certa lungimiranza: «Oggi il Bangladesh è un hub mondiale della manifattura, con un’economia crescente e un pericoloso estremismo su base religiosa», spiega Hasan.

Nell’ultimo decennio, il rock è in declino: «Negli ultimi anni, governo e forze di sicurezza hanno terrorizzato accademici, giornalisti, imprenditori, diplomatici e attivisti procedendo ad arresti arbitrati, rapimenti e uccisioni extra-giudiziarie: il caso del fotografo Shahidul Alam (attivista e fotogiornalista pluripremiato, incarcerato per mesi e recentemente liberato, ndr) ne è l’esempio. Prevale la paura. La cultura rock ha aiutato a cambiare il Bangladesh; oggi le resta ben poco spazio».

Una speranza, musicalmente parlando, c’è, e si chiama hip-hop, spiega Hasan. Le strofe cantano di amore, soldi, ma anche di cultura del silenzio, violenza, corruzione; e corrono (un poco) più libere sul web: «Raccontando semplicemente la vita e le difficoltà che troppi giovani affrontano quotidianamente in questo Paese, potrebbe diventare – come è negli Usa – un nuovo genere di protesta».

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