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La terza via alle serie di malavita italiana

IL 109 20.02.2019

“Suburra” (che torna dal 22 febbraio su Netflix) continua la sua strada tra “Romanzo criminale” e “Gomorra”, confermando quello che di buono ha già mostrato (ma anche qualche défaillance nella scrittura di alcuni personaggi)

A sentire i detrattori più cinici, Suburra non sarebbe una serie di malavita e intrecci d’interesse, ma una serie di fantascienza. Sarebbe questo l’unico modo per giustificare la fluidità degli spostamenti dei personaggi, all’interno di una Roma senza traffico. Ci sentiamo di tranquillizzare gli spettatori turbati da questo aspetto: nella seconda stagione, il viavài rallenta e sparisce anche l’elemento più nonsense, ovvero quel consigliere comunale tutto d’un pezzo, che per giunta si muoveva usando solo mezzi pubblici. Distopia pura.

Per il resto, Suburra riparte confermando quanto di buono già mostrato, nel tentativo di aprirsi una faticosa terza via nel mondo delle serie sulla grande criminalità italiana. A differenza di Romanzo Criminale e Gomorra, non segue l’ascesa e caduta di un gruppo di criminali, ma è il racconto di come tutto sia business e di come ogni business abbia un lato sporco: che si tratti di terreni o di migranti, di preferenze alle elezioni o di droga, l’unica costante è una fame di denaro e di controllo che sembra inarrestabile. Nessuno ha intenzione di fermarsi, perché c’è sempre una nuova area di interesse da controllare e c’è sempre un modo di farlo tenendosi per sé la fetta più appetitosa della torta. Su questo sfondo, che garantisce un continuo ricambio alla casella “intrecci & tradimenti”, gli sceneggiatori hanno costruito un nucleo di relazioni che funziona con l’elastico, in un continuo movimento di allontanamento e di riavvicinamento, che a volte può sembrare schizofrenico (o peggio: casuale), ma in realtà permette di costruire picchi drammatici che colpiscono con forza lo spettatore.

Se la costruzione generale convinceva prima e convince adesso, Suburra continua ad avere qualche caduta nella scrittura dei singoli personaggi, in particolare l’ex-bravo ragazzo Lele (Eduardo Valdarnini), che ha un salto poco comprensibile tra una stagione e l’altra, e Sara Monaschi (Claudia Gerini), che continua a essere un corpo estraneo alla serie sotto ogni punto di vista. Non soffrono invece di questo problema Aureliano e Spadino, sorretti dal carisma, dagli occhi spiritati e dalle acconciature estreme portati in giro da Alessandro Borghi e Giacomo Ferrara. Suburra sono loro: due giovani alle prese con un passato ingombrante, fatto di rapporti di forza decennali e di tradizioni secolari, che cercano di scardinare in modo più o meno consapevole. Che poi facendolo trovino o meno traffico sul lungotevere, ci sembra un dettaglio davvero di poco conto.

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