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Letizia Battaglia con gli zoccoli e vestita male

18.02.2019

La fotografa palermitana Letizia Battaglia

Shobha / Lunar Pictures

«Vi racconto come affrontavo la morte...». Alla Berlinale appena conclusa, ha fatto parlare di sé il documentario "Shooting the Mafia”, dedicato alla pioniera del fotogiornalismo italiano, simbolo imperituro della lotta contro la mafia. L'abbiamo intervistata insieme alla regista, Kim Longinotto.

Si è conclusa la Berlinale 69, e con essa anche l’era Dieter Kosslick. Sarà da vedere se la sua eredità verrà in qualche modo assorbita nel lavoro del suo successore, ma nell’immediato presente i premi assegnati dalla giuria sembrano rispecchiare la sua visione. L’Orso d’Oro è andato all’israeliano Nadav Lapid, per Synonymes, un dramma onirico dalle premesse esplosive (la scena di apertura vale forse il calvario a cui ci sottopone) ma che collassa rapidamente sotto l’iper-intellettualismo del protagonista, un ex soldato deciso a diventare cittadino francese. Grâce à Dieu di François Ozon — la cronologia appassionante di ex vittime di un prede pedofilo, risolute a rompere il muro del silenzio — vince il meritato gran premio della giuria, mentre Angela Schanelec è riconosciuta — finalmente, data la sua relativamente lunga carriera nel contesto berlinese — come migliore regista. «Looking forward to the next mistakes» recitava il comunicato stampa di congedo al festival, l’unica edizione in cui (cosa mai successa prima) un film è stato ritirato dal concorso a evento già inoltrato, per problemi “tecnici”: nel caso del regista Zhang Yimou è purtroppo sinonimo di blocco della censura cinese. Un festival nelle cui sezioni secondarie, più che nel concorso, abbiamo visto “nascere” o “ricordare” stelle — Joanna Hogg, Callisto McNulty, Peter Parlow, Nikolaus Geyrhalter, l’immenso doc su Aretha Franklin, la retrospettiva sul cinema delle donne in Germania, che esige al più presto una risposta italiana — si conclude anche con una soddisfazione nazionale: il premio alla miglior sceneggiatura per La paranza dei bambini a Maurizio Braucci, Claudio Giovannesi e Roberto Saviano. Il film si aggiunge alla lunga lista di film italiani che sono riconosciuti e apprezzati all’estero eppure sembrano avere come unica preoccupazione la rappresentazione, più o meno realistica, del disagio e della marginalità apparente dell’illegalità nel nostro Paese. Ma fa giustamente riflettere: il Paese reale è solo quello che reagisce alla violenza con violenza?

Il documentario Shooting the Mafia, presentato nella sezione Panorma, si propone l’obbiettivo opposto: raccontare chi sta dall’altra parte e rifiuta, cocciutamente, di partecipare al fenomeno. Non necessariamente le vittime, ma soprattutto chi resiste, pacificamente e operando all’interno della cittadinanza. Girato dalla pluripremiata regista inglese Kim Longinotto — la cui origine italiana è legata a un padre che, confessa lei, era fan del Padrino — questa produzione irlandese-americana si concentra su una pioniera del fotogiornalismo italiano e simbolo imperituro della lotta contro la mafia: Letizia Battaglia. Il lavoro della fotografa palermitana è stato recentemente oggetto di un’esaustiva retrospettiva al Maxxi, ma sorprende che — escluso un breve documentario girato per l’occasione da Franco Maresco (La mia Battaglia) e un episodio della serie Sky Fotografi del 2012 — non esista alcun ritratto completo dell’artista. Combinando i video casalinghi di Battaglia con immagini della sua giovinezza, diversi spezzoni d’archivio sugli eventi storici e una selezione di scene da film e dodel neorealismo italiano, Shooting the Mafia cerca di colmare questo vuoto, pur con la distanza che una produzione straniera si trova immancabilmente ad affrontare di fronte a una storia così italiana e allo stesso tempo unica. Siamo riusciti a bloccare Letizia Battaglia tra una pausa sigaretta e l’altra e l’abbiamo intervista insieme alla regista Kim Longinotto.

Letizia Battaglia / Lunar Pictures

Perché ha deciso di fare un documentario su Letizia Battaglia?
Kim Longinotto: «Tutti abbiamo visto i film sulla mafia, che hanno contribuito a creare un’immagine molto specifica dell’uomo “d’onore”. È un mito, chiaramente. Sembra che quando Bernando Provenzano fu arrestato trovarono dvd del Padrino nel suo nascondiglio. Volevamo raccontare la mafia dal punto di vista di chi è sceso in campo contro “l’uomo d’onore”, come Letizia, che ha dedicato il lavoro di una vita a mostrare le conseguenze della mafia. In una scena del film mostriamo la sua fotografia che ritrae l’omicidio del giudice Terranova, nell’automobile coi vetri spezzati, il sangue, e poi il corpo delicatamente riposto nella bara e portato via. O una bomba che devasta l’intera autostrada. Si capisce come la mafia brutalizzi la società tutta. È una metafora incredibile che credo di aver bisogno in questi tempi cupi. Quando guardiamo a quello che succede in Brasile, Messico, conosciamo le storie dei cartelli, delle gang, delle ville dei signori della droga, ma della gente ordinaria non sentiamo mai niente. Nel doc mostriamo il bunker durante il maxi processo ma non sentiamo il commento di un giornalista televisivo o un esperto. È Letizia che dice, parlando di Totò Riina: “Ma guarda questo sciatto cafone!”. Capisci quanto siano codardi, orribili! Il documentario è anche il tentativo di situare il positivissimo amore per la vita che ha Letizia, la sua fiducia in se stessa ed estroversione, contro questi “uomini d’onore” — le loro armi, sangue e totale mancanza di cultura e speranza verso il futuro. Questa era l’intenzione del film e anche il motivo per cui ci abbiamo messo 9 mesi a metterlo insieme».

Quando ho visto che c’era questo documentario in programma ho pensato a quello di Maresco…
Letizia Battaglia: «Ma quale?».

Alla retrospettiva che le ha dedicato il Maxxi un paio di anni fa.
LB: «Allora è quello antico! Ne sta girando un altro. Di due ore…».

Mi sono resa conto che non esiste ancora un documentario italiano esaustivo sul suo lavoro. Cosa ne pensa?
LB: «Con Maresco stiamo lavorando insieme da due anni. Non sta facendo un film sul mio lavoro ma un film suo, abbastanza satirico naturalmente, sulla mafia che non è più quella di prima. Io sono uno strumento e un mafioso — un piccolo imbecille, ma un mafioso — è un altro strumento e lui ci contrappone. Qua invece si parla di me, ecco».

Ma quando ha ricevuto la richiesta di Kim Longinotto come ha reagito?
LB: «Sembra che all’inizio abbia detto di no e poi le ho detto di sì. Non sapevo che avrebbero fatto tutta sta tragedia. La parte sulla mia giovinezza l’hanno procurata loro, le fotografie, i filmati… per me è stato scioccante. Non avevo visto il film prima dell’America [al Sundance]. Col pubblico! Ero messa là, con tutte mie storie, delicate e non, le figlie e gli amori… ma l’hanno fatto bene».

Non è un documentario intrusivo.
LB: «Intrusivo no, però vuole mostrare. Espositivo [ride], di tutta la mia vita».

Qual era il vostro accordo con Letizia, le avete fatto approvare il documentario, poteva dire la sua sul montaggio?
KM: «No, perché sapevo che se l’avesse visto prima mi avrebbe chiesto di cambiare molte cose — mi ha chiesto adesso di apportare due piccoli cambiamenti per la versione italiana perché non vuole esporre la sua famiglia. Il pubblico americano l’ha amata tantissimo. Quando gli spettatori hanno capito che era in sala, c’è stata una standing ovation».

Letizia Battaglia è stata però anche una figura cruciale per il femminismo italiano e altri aspetti della vita sociale-artistica del Paese — come mai concentrarsi solo sui lavori di mafia?
KM: «Credo che siano le sue opere più potenti. Il suo femminismo mi sembra emerga comunque, quando racconta di suo padre, che la chiuse in un convento; di quando lei fu punita perché vide un uomo che si masturbava per strada; nel considerare il matrimonio inizialmente come una possibilità di fuga per poi rendersi conto di che cosa vuol dire realmente; soprattutto nel desiderio di lavorare. Perché tutti noi, uomini e donne, vogliamo lavorare, fare qualcosa nel mondo, ma ci viene costantemente detto: non adesso, non così».

Letizia Battaglia / Lunar Pictures

Nel documentario Letizia riflette sulla difficoltà che aveva nel fotografare il dolore e il trauma “per amore” — che io ho interpretato come sforzo di raccontare e mostrare agli altri questi eventi terribili.
LB:
«Una cosa era come io mi ponevo di fronte alla morte: con gli zoccoli e vestita male. Un’altra era cosa provavo: dovevo fotografare bene. Questo nonostante i miei sentimenti, lo sgomento e il dolore di dover vedere sia un corpo morto con la violenza, sia i familiari, gente che urlava. Ma io sono soprattutto una persona, che vive, fa fotografie, tutto “per amore”. Il sentimento governa la mia vita. Cosa ti scandalizza?».

Nulla: vorrei capire il contrasto tra la sua difficoltà di azione e le sue fotografie, che pur ritraendo scene mostruose sono di una bellezza unica.
LB: «Quello arriva se hai un po’ di talento, cultura, impegno, rispetto. Vedo in realtà che le foto degli altri colleghi non ci sono più. Perché avevano valore in quel momento. Ma è anche un caso: a volte vengono fuori foto buone, altre no. Ma io so quali sono le foto buone, ecco. A marzo faccio una mostra di 200 foto, perché mi hanno “obbligata” a cercare nell’archivio lavori mai pubblicati, in antagonismo col Maxxi di Roma [Letizia Battaglia: fotografia come scelta di vita, presso La casa dei 3 oci a Venezia, dal 20 marzo]».

E come ci si sente per una volta a essere il soggetto di un’immagine?
LB: «Beh il documentario è diverso. Decidi cosa non far vedere. Adesso dirigo il Centro Internazionale di Fotografia a Palermo. Kim è venuta all’inaugurazione, c’erano centinaia di persone. Nel documentario non si vede. Non ha fatto vedere Leoluca Orlando, che io rispetto molto come sindaco».

Nel doc si parla anche della sua attività politica. Che cosa ha imparato?
LB: «Non mi piace com’è oggi, come non è democraticamente vissuta. Mi è piaciuto moltissimo amministrare, fare l’assessore: pulire un marciapiede, dare un sussidio, occuparmi delle piccole cose. Quando sono stata deputata regionale prendevo un sacco di soldi, ma non mi han fatto fare niente. Non esistevo. Difatti mi era venuta come una specie di malattia: dormivo seduta sui banchi. Era pazzesco, eravamo 2 donne su 90 uomini…».

Ho un’ultima domanda per Ollie Huddlestone, il montatore, su come avete lavorato con le immagini di archivio e quelle tratte dai film di finzione. Mi è sembrato ci fosse l’intenzione di creare un contrasto con la violenza delle immagini di mafia.
Ollie Huddlestone: «Abbiamo composto il film in questo modo innanzitutto perché è stato molto difficile reperire abbastanza footage per gli effettivi eventi. Per esempio la vicenda di Falcone e Borsellino è sempre raccontata come un unicum nei documentari italiani, ma sono passate settimane tra un fatto e l’altro. Quando racconti la storia, però, vuoi che lo spettatore si senta come se stesse succedendo davanti ai suoi occhi. Non esiste molto materiale sulla mafia; ci sono scene di arresti, polizia, il tribunale, il maxi processo, e i morti in strada. Ma ovviamente non vedi gli omicidi in sé. Quindi abbiamo introdotto gli “home videos” di Letizia e molti film di finzione per dare un senso del mondo in cui lei si muoveva, soprattutto quando era una giovane donna. Abbiamo usato immagini tratte da Anna, di Alberto Lattuada con Silvana Mangano. E ovviamente Isole di fuoco e Contadini di mare di De Seta, che sono emblematici di quello che succede in Sicilia, per esprimere come la società si sia spalancata per opporsi a questa forza inamovibile».

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