Nessun sussulto, zero emozioni, Alfonso Cuarón che fa la figura del secchione, persino Lady Gaga imborghesita. Il cambiamento a Hollywood è solo apparente. Dai, meglio rivedersi l'anno prossimo

La cerimonia degli Oscar appena conclusa dimostra che: A) Il cambiamento a Hollywood è solo apparente; B) L’altra faccia dell’inclusione, sbandierata ai quattro venti, è il marketing; C) Era meglio quando c’erano gli “envelopegate”, che almeno intrattenevano. Invece, quest’anno, mancava pure la suspense del caos, vedi imprevisto Warren Beatty e Faye Dunaway.

Tutto confermato (con un’eccezione)
Unico vero colpo di scena della serata è stato l’Oscar finito in mano a Olivia Colman per The Favourite invece che a Glenn Close per The Wife. Il resto di una piattezza assoluta. Green Book è il miglior film dell’anno e il film con la migliore sceneggiatura originale; confermato Mahershala Ali come miglior attore non protagonista. Alfonso Cuarón con Roma ha vinto per la regia, per la fotografia e per il miglior film straniero. Tra le nostre predizioni: tre errori tecnici. Abbiamo sottovalutato il botteghino, così Black Panther e Bohemian Rapsody hanno vinto – oltre alla colonna sonora e a montaggio e missaggio sonoro – anche per i costumi e le scenografie (il primo) e per il montaggio video (il secondo), soffiando la statuetta ai maestri di quelle specialità che avevano fatto un eccellente lavoro sia su The Favourite che su Vice. Sembra che questi premi rispondano più a esigenze di marketing (entrambi i film vincitori hanno trionfato al box office) e d’ospitalità (la Disney ha prodotto Black Panther e possiede anche la ABC, dove la cerimonia è stata trasmessa) che a reali meriti creativi.

Alfonso Cuarón sul set di “Roma”

E questo sarebbe lo show?
Risulta difficile trovare dei punti di forza nello show, che, senza nessuno a dirigere la serata e con l’iniziativa di invitare personaggi provenienti dallo sport (Serena Williams), dalla politica (John Lewis), dal food (José Andrés), per allargare l’audience, ha perso invece anche l’attenzione dei cinefili più convinti. Quasi quasi ha funzionato di più il red carpet con Billy Porter, il miglior vestito della serata in un abito da dama ottocentesca firmato da Christian Siriano, e Ashley Graham in Zac Posen, in nero per camuffare i rotolini di grasso per cui è tanto famosa. Entrambi brillanti nella loro leggerezza. Unica gag della serata, l’ingresso di Melissa McCarthy e Brian Tyree Henry, la prima travestita da Regina Anna (The Favourite) col mantello regale coperto di conigli e il secondo con un mix di dettagli da Black Panther a Mary Poppins Return.

Il tweet di Justin Chung con il menu servito al buffet degli Oscar: dagli antipasti in giù, film, attori e registi in una spassosa declinazione gastronomica

Cercasi emozione
Tornando alle premiazioni, su cui c’è davvero poco da aggiungere, potremmo semplificare dicendo che quello che è mancato a questa edizione è stata l’emozione. I numeri musicali, a partire dall’apertura con Adam Lambert a cantare le canzoni dei Queen con quell’aspetto un po’ tumefatto à la Rodrigo Alves, il Ken umano, re della chirurgia e del vuoto pneumatico dei reality di terzo millennio, erano finti almeno quanto i loro interpreti. La performance di Bette Midler, con una mise da October Fest assai discutibile, sarebbe stata obsoleta anche nel Cretaceo; mentre la nenia dei due cowboy Gillian Welch e Dave Rawlings, da La Ballata di Buster Scruggs, potrebbe aver spinto qualcuno a chiedere il rimborso della sottoscrizione a Netflix. Anzi, forse il numero era studiato proprio con l’intento di riportare la gente al cinema, altrimenti non si spiega se non con il masochismo. Tendenza a cui il Presidente in carica (ancora per poco) John Bailey sembra essere piuttosto propenso, considerati i trascorsi.

Rami Malek

Olivia Colman

L’effetto Bunuel
Alfonso Cuarón, tre volte sotto i riflettori, ha fatto un po’ la figura del secchione, citando nei discorsi di ringraziamento cineasti come Billy Wilder ed Ernst Lubisch e sermonando sull’eguaglianza dei popoli. Parole che perdono di potere in maniera sistematica a ogni ennesima ripetizione, come in uno di quei film claustrofobici di Bunuel (vedi L’Angelo Sterminatore). Persino Guillermo Del Toro, che ieri aveva tweettato di avere l’influenza, era sottotono, e per introdurre il collega e conterraneo ha usato la stessa identica formula di Venezia: «Questo nome lo so pronunciare». Poteva sforzarsi un po’ di più. Da Spike Lee, che con BlacKkKlansman è ritornato in gran forma, tutti si aspettavano la battuta politica. Anche lui non ha deluso nessuno: «Tra poco ci saranno le elezioni, fate la cosa giusta», ha ovviamente predicato.

Where the hell is Stanley Donen?
Negli Oscar delle ovvietà quello che sembra un vero oltraggio è l’assenza dall’In Memoriam, lo spazio video che ogni anno viene dedicato alle persone del mondo del cinema scomparse durante l’anno, di Stanley Donen, ultimo dei grandi della Hollywood dell’epoca d’Oro, papà tra gli altri di Singin’ in the Rain e On The Town, e appena deceduto. Sulla Rete tantissimi gli insorti come Robbie Collin (The Telegraph) e Tomris Laffly (Film Jounal, Vulture), solo per citarne due, tutti a lamentare la grave incapacità dell’Academy di adattarsi alle contingenze dell’ultimo minuto. Uno allegro come Donen, comunque, era sprecato in un ambiente così tetro, con la scenografia firmata da David Korins che somigliava più all’inferno dantesco che a una “Nuvola di Cristallo”, come lui l’ha chiamata. Scenografia che sarebbe stata perfetta per celebrare due mefistofelici come Michael Powell e Emeric Pressburger, ma non un tipo spiritoso come Stanley Donen.

Lady Gaga

L’insolità sobrietà di Lady Gaga
Quando tutto manca, almeno Lady Gaga poteva sorprendere con un vestito pacchiano da fata turchina psichedelica, e invece pure lei si è imborghesita all’improvviso e ha scelto il più scialbo degli Alexander McQueen: nero, con una pettinatura che sembrava la posa del decolorante sui capelli bagnati. «Tenete duro, i vostri sogni si realizzeranno». Ormai impossibile distinguere la finzione dalla realtà.

All That Jazz
In conclusione: 4 Oscar su 5 nomination sono andate a Bohemian Rapsody, 3 a Green Book, incluso miglior Film, 3 a Roma, 3 a Black Panther e una a testa per tutti gli altri, così da non scontentare nessuno. Ultima nota. Su Deadline hanno postato in tempo reale la storia di Spike Lee che appena annunciato l’Oscar come miglior Film a Green Book pare si sia alzato per andarsene, in segno di protesta. A proposito di Roma, Johshua Rothkopf, senior film critic a Time Out New York, ha tweetato: «Renoir, Bergman, Fellini, Kurosawa – nessuno di questi registi di film in lingua straniera hanno mai vinto l’Oscar al miglior film nonostante molte nomination (e vittorie) in altre categorie. Pare che resti ancora un limite invalicabile. Difficile sapere cosa cambierà lo stato dei fatti». Ma d’altra parte l’avevamo scritto che a Hollywood è un po’ come nel Gattopardo di Lampedusa: tutto cambia perché tutto resti come prima. Eccetto per Georgina Chapman. Di lei, vera vittima del sistema (vedi Weinstein), neppure l’ombra.

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