Stasera si parte e – che lo si voglia o no – ne parleremo a iosa fino a domenica. Con una certezza: con Claudio Baglioni come direttore artistico, il festival ha trovato una centralità inedita: sociale, politica e forse anche musicale

Baglioni sì, Baglioni no, e stavolta per davvero. Forse è l’ultima tappa di un riscatto lungo quarant’anni, la sua presenza dietro questo primo Sanremo “impegnato”: lui, il più “disimpegnato” fra i cantautori, l’artista degli amori adolescenziali e dei sentimenti di Questo piccolo grande amore e Sabato pomeriggio, tacciato – erano gli anni Settanta – di colpevole disinteresse verso lotte di classe e rivendicazioni proletarie, con tanto di moglie che, dopo la rivalutazione del marito da parte della critica, non ha perso occasione per togliersi qualche sassolino dalla scarpa. Forse è una rivincita, la sua, o forse è solo una casualità. Per adesso, la certezza è che, con Claudio Baglioni come direttore artistico, Sanremo ha trovato una centralità inedita: se non ancora strettamente musicale (questo lo si potrà dire fra qualche giorno, con calma), sicuramente sociale, oltre che politica.

Dagli anni Ottanta, il Festival si era trasformato in una scatola vuota, espressione di un “establishment” privo di significato, di un nazionalpopolare parodia di se stesso, incontestabile anche perché innocuo. Una fabbrica di meme, un luogo della mente di cui ci sentivamo in dovere di commentare le ospitate, i silenzi e i look dei concorrenti con quel taglio di post-ironia tipico dei nostri trend su Twitter. Persino le polemiche e la musica non avevano molto senso: sempre uguali e sterili, le prime; più vicina a un eterno riciclaggio che a qualche timido segnale di vita, la seconda.

Motta

Ghemon

Negli ultimi mesi, però, l’atmosfera è cambiata: dentro Sanremo, dove è rimasto al timone un Baglioni più smaliziato; fuori dalla kermesse, visto che è montato davvero il populismo, e il dibattito si è ri-acceso intorno ai soliti temi, sì, ma con toni mai così esasperati. E allora, quando lo scorso 10 gennaio il cantautore ha preso posizione contro le attuali politiche sull’immigrazione, Salvini ha risposto invitandolo a «fare il cantante» senza sconfinare in questioni che non gli competerebbero. E intorno, ovviamente, si è accesa la miccia: Baglioni dovrebbe limitarsi al suo ruolo, Baglioni ha fatto bene, Baglioni ha fatto male, «Vogliamo Baglioni fuori dalla Rai». I soliti, vecchi argomenti, appunto, ma mai – davvero – così esasperati.

Ecco: da una semplice dichiarazione, il più disimpegnato dei cantautori ha innescato così un Sanremo politico. E persino la conferenza stampa di vigilia del lunedì, con propositi quanto mai concilianti, è stata programmatica in questo senso: «Non parleremo di migranti, né della crisi del Venezuela», ha insistito davanti ai microfoni Claudio Bisio, co-conduttore insieme a Virginia Raffaele, per smorzare i toni generali. Una precisazione, la sua, che paradossalmente ha messo a nudo – ancora di più – il carattere politico del Festival, quasi dovuta, e che comunque non cancella (perché non può, e non vuole) il percorso tracciato fino a oggi dalla direzione artistica.

L’Ariston, insomma, si è trasformato in una roccaforte contro il populismo aperta su tutti i fronti, un appuntamento che fa discutere davvero, specchio delle contraddizioni di un’Italia divisa da nazionalismi, sovranismi e diffidenze anti-establishment e anti-istituzionali. Basti pensare ai dissensi in merito da parte dei nuovi vertici Rai, per esempio, oppure alle polemiche sulle esclusioni, con il pezzo (appunto) “sovranista” degli Of New Trolls (Porte aperte) lasciato fuori per presunte divergenze “politiche”, e quello sulla pedofilia di Pierdavide Carone con i Dear Jack (Caramelle), dove la piazza ha invocato un’ipotetica “censura”. E poco importa che la prima fosse semplicemente una canzone debole, mentre per giudicare la seconda dovremmo quantomeno ascoltare i brani ammessi. Tutto molto esagerato, appunto.

La band genovese degli Ex-Otago

Ora: sarebbe stato bello se, di fronte a questi veleni, l’immagine del Festival si fosse mantenuta limpida come avrebbe dovuto. Invece, da qualche giorno un’ombra è finita anche su Baglioni, deus ex machina di questa piccola rivoluzione, in contrasto con il buonsenso di cui si è fatta emblema la kermesse. La storia – lo sappiamo – è vecchia di un anno, ma solo ora ha trovato vera cassa di risonanza: il cast, fra ospiti e cantanti in gara, appartiene in (grande) maggioranza della F&P Group, la scuderia di artisti con cui è sotto contratto anche il cantautore romano. E quindi sì, ci sarebbe in ballo un conflitto di interessi notevole. Per quanto, infatti, molti dei nomi – soprattutto fra gli ospiti – siano assolutamente “sanremabili”, e non avrebbero bisogno di eventuali “raccomandazioni” per prendersi il posto d’onore (Venditti, o lo stesso Ligabue su tutti), i numeri parlano chiaro, il dato di fatto sussiste e appanna – almeno per il momento – quanto di buono fatto prima dal direttore artistico, con non pochi imbarazzi nella produzione.

Alla fine, l’unica risposta non potrà che arrivare quindi dalla musica suonata: lì si misurerà – al di là di tutto – la reale portata politica del Festival, oltre che l’altro senso di questa “riappropriazione”. L’all-in della direzione, infatti, guarda finalmente all’attuale mercato discografico in maniera attiva, e alle sonorità contemporanee senza pudori: c’è la canzone politica di Motta e Zen Circus, diavoli dell’alternative, dei live sudati e dell’impegno sociale; c’è il neo-soul ultrapersonale di Ghemon (uno che viene dal rap, con un percorso tutto suo e una storia di depressione da raccontare); c’è l’urban di Mahmood, che sul palco si porterà addirittura Gue Pequeno, nella stessa sera dei Sottotono; e c’è l’indie bello light degli Ex-Otago, faccia decisa e pulita di un pop che sa farsi largo senza ammiccamenti o passaggi obbligati. E poi Achille Lauro, che promette futuro: provocatore, visionario, ambiguo, odioso persino. Riprendersi Sanremo, quindi, per riprendersi i propri spazi rovesciati di significato: di attualità, di dibattito sociale, di musica soprattutto, da anni viva e ora protagonista di un nuovo “nazionalpopolare”. Per le verifiche, e le polemiche, ci sarà tempo.

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