Appendice

Perché dobbiamo dire grazie ai Nine Inch Nails

06.02.2019

Trent Reznor (classe 1965) sul palco con i suoi Nine Inch Nails

Trent Reznor e “The Downward Spiral” stanno agli anni Novanta come i Pink Floyd e “The Wall” stanno alla generazione precedente: una folle spirale di autodistruzione che diventa pietra miliare, icona osannata, opera imprescindibile per capire un'epoca

Quando penso a Trent Reznor e alla sua creatura, i Nine Inch Nails, mi torna sempre in mente un episodio. Diversi anni fa incontro Chris Vrenna, amico di gioventù di Reznor. Questi due loschi figuri avevano collaborato alla scrittura di The Downward Spiral, anno di grazia 1994, opera poi inclusa da Rolling Stone nella classifica dei 500 album più grandi di sempre. Reznor era poco più che un esordiente contornato da pochissimi fidi scudieri, tra cui Vrenna, per l’appunto. Quell’album era nato a Cielo Drive, Los Angeles, tra le mura della famigerata Tate House, dove anni prima i seguaci di Charles Manson avevano trucidato Sharon Tate, la moglie di Roman Polanski.

The Downward Spiral è un simulacro degli anni Novanta che definire imprescindibile è riduttivo: musica elettronica stratificata su infiniti inserti presi da film, rumori di campo e suoni processati, linee vocali che si dilatano tra rabbia e tragedia, chitarre distorte in modi alieni. The Downward Spiral e i Nine Inch Nails stanno agli anni Novanta come The Wall dei Pink Floyd sta ai fine Settanta, una folle spirale di autodistruzione che i critici osannano per anni, riconoscendo alla band la palma di gruppo icona di un’epoca. Ma dopo quel colpo memorabile l’idillio tra Vrenna e Reznor finisce e, come spesso accade, la frattura è burrascosa, terribile, netta.

Dopo i convenevoli di rito e le domande sui suoi attuali progetti, rompo gli indugi e gli chiedo di quel periodo. Per un attimo si rabbuia, abbassa lo sguardo, poi inizia a raccontare di quegli anni, delle ore notturne trascorse a riversare su hard disk intere filmografie per estrarre minuscoli inserti a uso e consumo di Reznor. Si illumina parlando di quei Nine Inch Nails. So che con Reznor non è finita bene, ma glielo chiedo ugualmente, perché lui è uno di quelli che lo ha conosciuto meglio: com’è Trent Reznor? Scuote la testa, rimane in silenzio, poi mi guarda fisso negli occhi e pronuncia due sole parole: un genio.

Trent Reznor è effettivamente quello. Un solitario, pochissimi amici, rapporti personali ridotti all’osso, più litigi e rotture di quante se ne possano ricordare, eppure chiunque abbia lavorato con lui lo riconosce: sì, Reznor è un maledetto genio. Dopo The Downward Spiral continua a sovvertire le regole del mercato, usa lo studio di registrazione come uno strumento, processando e creando suoni con un lavoro tanto minuzioso quanto estenuante. Non ha bisogno di nessuno, se non dal vivo. Nelle sue mani la musica, qualunque essa sia, subisce un trattamento inconfondibile e negli anni Novanta il sound dei Nine Inch Nails diviene uno dei più originali, riconoscibili, al pari di quanto fatto da Nirvana, Pearl Jam, Beck e Soundgarden. Anche per questo la coda di estimatori e corteggiatori che Reznor si guadagna è lunga e nobile: David Bowie, David Lynch, Oliver Stone, Tori Amos, Johnny Cash, Guns’n’Roses, Dave Grohl, Dr.Dre, giusto per dirne alcuni. In pochi anni, il nome dei Nine Inch Nails diviene uno dei punti di riferimento della scena mondiale, per quanto relegato a un culto ancora di nicchia. Reznor ha una presa incredibile sui giovani che lo vedono non solo come un innovatore del suono, ma come interprete del loro stesso disagio esistenziale, il cantore di un male di vivere che si chiama depressione, abbandono, dipendenza.

L'ultimo album uscito con il marchio Nine Inch Nails è “Hesitation Marks” nel 2013

I testi dei Nine Inch Nails trasudano una cruda onestà che toglie il fiato e che empatizza con l’esistenza di milioni di ragazzi, perché la sola cosa di cui Reznor riesce a scrivere è se stesso e i suoi demoni, quegli stessi demoni che popolano la giovane America. Nessuna posa, nessun compromesso, solo la vita vissuta in periferie di falsi miti, lontani dalle immagini patinate dei telefilm e di Hollywood, una vita di valori precipitati nell’entropia e di un sogno che è collassato su se stesso. I Nine Inch Nails diventano una delle voci di un’intera generazione, quella uscita dalla sbornia colorata degli Ottanta e tuffata con violenza nelle guerre e nelle miserie di fine millennio.

Mettere sulla piastra del giradischi un loro album significa ripercorrere un momento di storia in cui la musica e la società sono cambiate profondamente, e osservare quel cambiamento con gli occhi neri e pesti di chi li ha vissuti sulla propria pelle portandone le cicatrici. Ma dopo aver lasciato dietro di sé una discografia tanto rada nelle uscite quanto straordinariamente unica, Reznor cambia pelle e si mette a scrivere colonne sonore, ancora una volta sovvertendo l’ordine costituito.

Insieme all’amico e produttore Atticus Ross compone le musiche di The Social Network per David Fincher. La scelta del duo è ardita. Niente orchestra, solo loro due e quintali di elettronica. Un paradosso, un’assurdità, una bestemmia per i soloni della composizione tradizionale che da decenni bazzicano Hollywood. Ma così facendo vincono l’Oscar e Reznor inizia una seconda vita. Chi lo conosce bene sente il respiro dei Nine Inch Nails, che pure vivono ancora, dentro tutte le sue opere dedicate ai film, ma soprattutto avverte il tocco della sua mano. Sì, perché Reznor è un architetto del suono, un manovale della consolle, un artigiano dei sintetizzatori, uno che fin da ragazzo ha imparato nottetempo a padroneggiare ogni strumento e ogni attrezzatura esistenti in quello studio in cui durante il giorno faceva le pulizie.

Torno a osservare Vrenna mentre ricorda proprio quei tempi di lavoretti occasionali e affitti non pagati. Anni trascorsi insieme a sputare sudore e correre con una decapottabile di seconda mano lanciati su un’autostrada di disperazione e illusioni. Leggo nei suoi occhi nostalgia e un filo di amarezza, ma alla fine di tutto prevale un alone di orgoglio, l’orgoglio di esserci stato e di aver scritto una grande pagina del rock.

Giovanni Rossi, autore di questo articolo, ha pubblicato Nine Inch Nails. Niente mi può fermare, saggio minuzioso sulla storia di Trent Raznor e dei suoi progetti musicali. Uscito qualche anno fa, torna ora in un’edizione aggiornata con cinque capitoli aggiuntivi: il libro più completo al mondo sull’artista americano (Tsunami Edizioni, 528 pagine, 20 euro)

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