Appendice

Più vero della cronaca vera

IL 108 07.02.2019

Più la vicenda si fa disturbante, più limpida diventa la scrittura che la racconta: “Il vampiro di Ropraz” di Jacques Chessex è un libro da riscoprire

Un ebreo per esempio racconta la vampa di antisemitismo che ha investito il paese svizzero di Payerne nel 1942. L’ultimo cranio del marchese di Sade ripercorre l’ultimo anno di vita dell’aristocratico, ormai anziano ma ancora non domo, partendo dall’inquieta vicenda postuma delle sue ossa. L’orco è la storia, con radice autobiografica, di un figlio metaforicamente ucciso dal padre, in un’inversione della formula psicanalitica. In questi romanzi – tradotti da Fazi qualche anno fa – lo scrittore svizzero francese Jacques Chessex (1934-2009) ha sempre pattugliato il lato buio della strada, senza paura di sollevare scandali, di provocare fastidio nei suoi lettori – ed eccome se ne provoca! – e di mettere al centro della scena, con insistenza, quello che di solito si preferisce non guardare, se non con un rapidissimo e dissimulato lampo morboso dello sguardo. Nonostante la predilezione per le zone meno luminose, la sua attività non è però rimasta nell’oscurità, se già nel 1973 Chessex è il primo svizzero a vincere il premio Goncourt, proprio con L’orco.

Anche Il vampiro di Ropraz, che ricostruisce un caso di cronaca avvenuto nel 1903 nell’omonimo paese nell’entroterra di Losanna, scava nella terra più nera, in senso letterale: le salme di tre ragazze, inumate in cimiteri di campagna, vengono trovate disseppellite, violate, smembrate e masticate in più punti. Impronte nella neve, scoperchiamento di casse inchiodate, uso abile di un coltello: non è l’opera di un animale, ma di un uomo con orrendi istinti ferini. Cent’anni fa, Ropraz, dove in seguito lo stesso Chessex prenderà casa, ha ancora un lato selvaggio. Il lupo è un ricordo recente. Nella zona, tra miseria e alcolismo, «le idee non circolano, la tradizione pesa, l’igiene moderna è sconosciuta». Desideri febbricitanti e inconfessabili, serpeggiano dietro gli spessi muri delle case. Gli abitanti «sono aspramente protestanti ma si fanno il segno della croce non appena intravedono i mostri che la nebbia disegna». Alla fine si trova un colpevole presunto, che, quello sì sicuramente, ha commesso ripetuti atti di violenta zoofilia e ha stuprato una donna: è un ventunenne, che sconta un’infanzia brutale.

Il vampiro di Ropraz, come molti dei libri migliori dello scrittore svizzero, parte da dati storici. Ma poi, come scrive Daria Galateria nella prefazione, «Chessex usa il reale per forzarlo fino al fantastico (“più è banale, più è orribile”). Ha usato la cronaca varie volte (…), ma teme che porti lontano “dal lancinante io”». E proprio qui sta una delle chiavi che custodiscono il segreto di questo libro fulminante: il racconto è condotto con una leggera e splendida limpidezza di scrittura, da illuminismo francese, che contrasta con la vicenda disturbante. Ma non appena la storia inizia a irrigidirsi in un resoconto positivista, ecco che dalle connessure tra frasi sempre perfette e sterilizzate, inizia a trasudare l’inspiegabilità degli impulsi più nascosti e più orrendi degli esseri umani, quegli sprofondi di cui la ragione, forse, non può dare davvero conto e in fondo ai quali non c’è una riconciliazione. Poi, nelle ultime pagine del Vampiro, c’è anche un’estrema sorpresa, che sfregia, con uno scoppio di risa che sembrava ormai impossibile, un glorioso monumento all’eroismo francese.

Jacques Chessex

Il vampiro di Ropraz

Fazi 2009
92 pagine, 14 euro
traduzione
di Maurizio Ferrara
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