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Ma quanto vale davvvero l’Oscar?

IL 109 23.02.2019

Vincere la celebre statuetta è un vero affare. Non tanto per l’oggetto in sé (placcato d’oro, non arriva ai trecento dollari), quanto per la cosiddetta “bankability”, ovvero la capacità di garantire incassi e compensi futuri a chi la riceve. E i conti cominciano dal red carpet

Anche il più snob dei cinephile, adoratore di palme, leoni e orsi, è stregato dalla serata più glamour di Hollywood. Un po’ perché gli americani, schiacciati dal senso di colpa, ormai tendono a preferire ai filmoni tecnicamente impeccabili ma di bocca buona, pellicole aspre che facciano ammenda del passato (o presente) razzista, guerrafondaio, misogino. Solo nel 2010, l’Academy ha finalmente rimediato al vulnus di non aver mai affidato la statuetta per la regia a una donna, premiando Kathryn Bigelow per The Hurt Locker sul conflitto in Iraq. Immancabilmente il Cencelli del politically correct è rispettato pure quest’anno con BlacKkKlansman e Green Book sul versante afroamericano, Vice per gli affari di Stato, A Star Is Born e Bohemian Rhapsody per la categoria lacrime e lustrini, Black Panther per gli amanti dei supereroi, La favorita per i filoeuropei e Roma, premiato a Venezia, bellissimo e basta. A inchiodarci agli schermi c’è poi la professionalità degli attori a stelle e strisce, magistralmente addestrati alla battuta, al melò, al messaggio impegnato come l’anno scorso con la squadra del #MeToo contro Harvey Weinstein, che rende sempre frizzante lo spettacolo al Dolby Theatre.

Ricevere una statuetta è un vero affare. Non tanto per l’oggetto, che è solo placcato d’oro, non arriva ai trecento dollari e si becca subito il venditore. Quanto per la cosiddetta bankability, ovvero il valore che il premiato porta al film: la capacità dell’attore o del regista in primis, e poi delle altre figure, di trascinare in sala lo spettatore o far scaricare in rete il titolo. Tom Hanks, migliore interprete nel 1994 con Philadelphia e nel 1995 per Forrest Gump, è stato in cima alla lista della bankable movie stars da allora al 2006 (poi scalzato da Will Smith) con compensi fino ai venti milioni a pellicola. La regola vale anche per le seconde file: Anne Hathaway, miglior attrice non protagonista nel 2013 per Les Misérables, è stata scritturata per Barbie, in uscita nel 2020, per 15 milioni di dollari.

La bankability del regista che ha ricevuto l’Oscar invece si misura in termini di ricchezza del finanziamento e di possibilità di scegliere star di altissimo livello. E magari il mistico final cut, che si favoleggia sia concesso solo a Steven Spielberg e Peter Jackson. Non sempre l’Academy ha visto giusto come per Capra, Cukor, Ford, Wilder, Kazan, Houston, Eastwood, Scorsese. C’è il caso di Michel Hazanavicius, che, dopo The Artist, ha realizzato pellicole acerbe, se non brutte. A volte il premio blocca la creatività, come per l’ottimo Asghar Farhadi, che dopo l’Oscar di Una separazione, prodotto con un budget di 800mila dollari e arrivato a un incasso di quasi 24 milioni e mezzo, ha girato Tutti lo sanno con tanto di Penélope Cruz e Javier Bardem e un finanziamento di quasi 12 milioni di dollari, ma al box office ne ha fatti meno di 14 perché è un’opera senza urgenza. Sicuramente a fare il salto più grande sono gli outsider, ovvero i registi dei film stranieri, i De Sica, Kurosawa, Fellini, Tati, Bergman, Polanski, Pawlikowski, che da quel momento cambiano completamente orizzonte professionale. O gli attori, come Anna Magnani e Sophia Loren, la prima premiata nel 1956 per La rosa tatuata, la seconda nel 1962 per La ciociara. Oltre alla bankability, assurgono nei Paesi d’origine direttamente al rango di divinità.

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