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Questo “Souvenir” è un vero gioiellino

15.02.2019

Tilda Swinton, Tom Burke e Honor Swinton Byrne in “The Souvenir”

Ambientato nella Londra intellettuale-alternativa anni Ottanta (con colonna sonora di Bronski Beat e Psychedelic Furs), il film di Joanna Hogg presentato a Berlino è un'esperienza visiva che si vorrebbe non finisse mai. Se è vero che il cinema vive del desiderio di chi osserva, questa pellicola è una lezione da ricordare

Vi è mai capitato di desiderare che un film non finisse mai? È quasi un’esperienza mistica, e spiega forse perché, quando ripensiamo a un film che ci è piaciuto particolarmente, la nostra memoria cancella la cornice fisica del cinema, dello spettatore capellone davanti a noi, delle briciole di popcorn sparse sul maglione. Ventiquattro ore dopo aver visto The Souvenir — presentato a Berlino nella sezione Panorama e prodotto, tra gli altri, da Martin Scorsese — resiste ancora l’impressione di esserci stati dentro, aver vissuto all’interno dell’inquadratura per quasi due ore. Se avete amato Moonlight, Chiamami col tuo nome o Il filo nascosto forse potrete intuire come ci si sente. Anche The Souvenir è una doppia storia d’amore: tra due persone e per un mezzo, quello cinematografico.

Sarà evidente, a uno spettatore mediamente informato sulla società e cultura alternativa britannica, come la regista Joanna Hogg abbia tratto ispirazione dalla propria biografia. Oggi quasi sessantenne, Hogg si è formata nella Londra degli anni Ottanta sotto l’ala di Derek Jarman e della FilmMakers Cooperative, costruendosi una carriera di documentarista e autrice per la televisione completata da quattro lungometraggi: il primo nel 1988, Caprice, con Tilda Swinton, l’ultimo nel 2014, Exhibition, con protagonista l’artista concettuale Liam Gillick. Entrambi gli interpreti vanno citati perché rappresentativi della sofisticata scena artistica in cui la regista è cresciuta e lavora. È un milieu intellettuale che va sottolineato non solo perché imprime una sua peculiarità estetica ed ideologica al film, ma anche poiché Hogg non si fa scrupoli a servirsene come ambientazione. Il suo, però, non è né narcisismo ombelicale né cecità di fronte al privilegio che informa le sue opere e la classe sociale dei suoi collaboratori, bensì un set abitato da eventi e psicologie articolate, sia criticamente che in modo estremamente originale.

Grandi aspettative circondavano la première berlinese, e non solo perché il film ha vinto giusto una settimana prima il gran premio della giuria al Sundance. Annunciando il film al pubblico del Zoo Palast, le cui forme ricordano una navicella spaziale, Hogg ha infatti parlato di planetari e orbite per descrivere la genesi del progetto, in cui hanno partecipato amici (o figli di amici) conosciuti ai tempi dell’università. Come nel caso delle pluridecennale amicizia che la lega alle Swinton, madre e figlia. The Souvenir segna il debutto di Honor Swinton Byrne, qui nel suo primo ruolo da adulta. Ventunenne nei panni di una venticinquenne, Swinton Byrne ha una fisicità molto diversa dalla longilinea Swinton senior, che nel film ne interpreta la madre. Larga di fianchi, con il viso ancora pieno dell’adolescenza e una carnagione quasi trasparente, se il suo corpo ci fa dimenticare la parentela, il talento attoriale è stato chiaramente ereditato. Quasi volesse allinearsi allo stile che si è imposto al festival (dall’estremo letargico di Angela Schanelec in concorso fino all’ironicamente ribattezzato “mumblecore berlinese” di The Components of Love o Aren’t You Happy?), la regia di Hogg tiene tutto sottotono e non concede grandi scoppi emotivi ai suoi personaggi. Eppure Swinton Byrne è una rivelazione a cui il cinema non potrà più fare a meno.

Madre e figlia nella vita reale e nel film: classe 1997, Honor Swinton Byrne (a destra) è la figlia di Tilda Swinton

Ma che cos’è questo “souvenir”? È un dipinto di Jean-Honorè Fragonard che Anthony (Tom Burke) mostra a Julie (Swinton Byrne) durante il loro secondo appuntamento alla Wallace Collection. Julie è una studentessa di cinema che sta preparando il suo primo lungometraggio, le cui fotografie (scattate all’epoca dalla regista) aprono il film. Sono istantanee di Sunderland, sulla costa orientale dell’Inghilterra, che nei primi anni Ottanta (epoca del film) ospitava una delle più problematiche comunità operaie del Paese. Julie vuole documentarne la vita quotidiana, raccontare persone reali attraverso un soggetto di suo concepimento. Di natura gentile e generosa, si sorprende quando un docente le fa notare quanto la sua estrazione sociale — simboleggiata dall’appartamento pagato dai genitori a Knightsbridge — possa essere d’impedimento alla riuscita del progetto. Meno legittime sono le critiche provocatorie espresse da Anthony, un rampante impiegato al Ministero degli Esteri che non può raccontare nulla della propria vita privata perché “top secret”, giustificazione di sparizioni improvvise e portafogli vuoto.

I loro primi incontri avvengono in ristoranti e sale da tè di un’opulenza a metà tra Io sono l’Amore e Commonwealth fuori tempo massimo. Una bottiglia di champagne in fresco e vasi di gigli gonfi sono sempre sul tavolo, come una rete a mezzo campo per i ping-pong verbali di Julie e Anthony, che indossa solo mocassini di velluto e calzini sgargianti tipo Paul Smith. Ma più che un dandy, Anthony è una figura vampiresca, tanto più affascinante perché esterno alla gang di studenti e artisti di passaggio a casa di Julie. Più la relazione con Anthony si fa importante, meno presenti diventano questi amici e meno energia (e soldi) ha Julie da dedicare alle proprie ambizioni cinematografiche. L’amore è suggellato da un’erotizzante vacanza a Venezia, tra pizzi, arazzi e candelabri nello stile che piace a lui, e una visita in campagna presso i genitori di lei. Progressisti, felici di supportare la creatività e l’intelletto della figlia, passeggiano per la tenuta con cagnetti da caccia e commentano la questione dei troubles irlandesi, che turbavano allora entrambe le isole, con una risposta emblematica del loro engagement politico: «It’s complicated».

Avrei ucciso per vedere un film simile a quattordici, quindici anni. Come me altri spettatori godranno infinitamente della colonna sonora (tra Stop the Calvary di Joana Lewie e Love my Way dei Psychedelic Furs via Smalltown Boy dei Bronski Beat), ma noteranno anche i campanelli di allarme che l’ingenua Julie manca di riconoscere. L’unico a metterla in guardia è un amico di Anthony (un cameo del comico Richard Ayoade) che civettuolo suggerisce: «Eroina!». La scena madre di The Souvenir si svolge, come del resto gran parte del film, nell’appartamento di Julie, un bozzolo ovattato e confortevole dalle cui finestre si scorge un paesaggio cittadino tratto direttamente da diapositive in 35mm scattate all’epoca della regista. Una bomba piazzata dall’IRA scoppia ad Harrods, a due passi da casa, e Julie sobbalza nel suo soggiorno indaco, tra le mani un messaggio d’amore ancora fresco di inchiostro. La sequenza, potente e allo stesso tempo affettata nella maniera in cui questi personaggi vivono le proprie emozioni, mostra con un’efficacia incredibile l’intimità di una giovane donna: affacciata verso l’esterno, ma ancora tutta rivolta alla propria interiorità.

Succederà “il peggio”, come annuncia una livida Tilda Swinton. Ma il peggio, per quanto devastante sia il primo amore, ha vita breve nella vita di Julie, che col tempo coltiva nuovamente i suoi interessi e riprende a lavorare al proprio film. Le riprese di questo chiudono The Souvenir, e lo fanno con una delle poche sequenze in movimento. Sono infatti gli interni, inquadrati quasi sempre dalla camera fissa, che la regista anima più intensamente dei suoi personaggi, con un’abilità compositiva che ricorda il miglior Peter Greenaway e che ci seducono al punto da non volercene mai più andare. Se è vero che il cinema vive del desiderio di chi osserva, The Souvenir è una lezione indimenticabile.

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