Mahmood primo meritatamente, Di Maio & Salvini che guidano la rivolta e un Festival che, finalmente, rompe parte dei suoi cliché. Bilancio ragionato di una kermesse da ricordare

Sanremo è finito, e – per parecchio tempo – non è sembrato una gara: l’uomo nuovo benvoluto da (quasi) tutti gli altri concorrenti, l’assenza di eliminazioni, un’atmosfera mai davvero competitiva ma, anzi, collaborativa e familiare. La sensazione, soprattutto, è che a gran parte degli artisti non interessassero neanche posizioni di vertice: è sembrata più una “festa” collettiva per prendersi spazi nazionalpopolari, insomma. Perlomeno fino alla proclamazione del vincitore.

Il Paese reale, lo stesso che nella serata dei duetti si è alzato in piedi per Il Volo e ha fischiato Motta con Nada, sì è rivoltato quando il primo posto è andato (a sorpresa) a Mahmood. E dire che per una volta ha vinto il pezzo più contemporaneo e rappresentativo, quella Soldi di matrice urban con contaminazione black, firmata da Charlie Charles e cantata da un artista fino a una settimana fa sconosciuto: poteva essere l’occasione – per il grande pubblico – di riscattare una tradizione di miopia, e invece è stata l’ennesima frattura sull’immaginario del Festival. Perché il televoto, in realtà, aveva premiato Ultimo e il suo pop onesto, ben scritto ma già datato, e solo la giuria degli esperti e la sala stampa ha spinto Mahmood fino alla vittoria finale. Con queste premesse, il resto è intuibile e quasi banale: Luigi Di Maio ha fatto riferimento a un Festival di “élite” colpevolmente slegato dalla volontà “popolare”, mentre sui social è esploso il complottismo ed è tornata la solita diffidenza verso i giornalisti, di settore e non. Sanremo 2019, quindi, specchio del sociale, alla vigilia come a posteriori. Per ora, le perplessità del Paese reale stanno solo a dimostrare che la strada è ancora lunga, sì, ma forse vale la pena percorrerla. E polemiche a parte, comunque, è stata un’edizione in chiaroscuro. Andiamo con ordine.

Intanto lo show, per cui ciò che si è letto in questi giorni è stato, sostanzialmente, vero: lento, macchinoso e in generale difficile da digerire. E sì, la colpa è stata soprattutto delle gag, troppe e quasi mai brillanti o divertenti. Viene da chiedersi quale sia stato il lavoro degli autori, visto un risultato così compassato. Bravi, in ogni caso, Bisio e la Raffaele (meglio il primo della seconda: più spontaneo) a restare a galla, con la conduzione in crescendo di serata in serata, di pari passo con la loro naturalezza. Intelligente anche il passo indietro di Baglioni, che ha scelto nuovamente di presentarsi solo come patron, con tanto spazio agli altri due e interventi ridotti all’osso: gli onori di casa, qualche presentazione, i momenti “solenni” e i duetti nelle ospitate. Appunto, le ospitate: non sempre riuscite, ma tante e comunque utili, spesso, a spezzare la noia dello show – vedi alla voce: Antonello Venditti. Funzionale pure l’idea di alleggerire tagliando Sanremo Giovani, con i relativi vincitori (già decretati a dicembre, tra cui lo stesso Mahmood) direttamente inseriti fra i “grandi”, con buona pace dei più conservatori.

La serata più vivace è stata quella dei duetti: zero gag, poche celebrazioni, ritmo serratissimo e cinquanta artisti sul palco. Lì, più che in ogni altra situazione, è emerso il clima familiare di cui in apertura, con collaborazione inedite, esordi in libertà, contaminazioni e – in generale – esempi della potenzialità dei pezzi in gara. Fra gli ospiti, tra l’altro, gente come Morgan (da antologia con Achille Lauro), i Calibro 35 da Ghemon, Brunori Sas in comunione con gli Zen Circus, Ruggeri e Roy Paci che hanno salvato i Negrita e addirittura Tormento, che da solo è valso la partecipazione di Nino D’Angelo e Livio Cori. E alla fine, dicevamo, l’hanno spuntata meritatamente Motta e sua maestà Nada, con il Paese reale che non ha gradito.

Il Paese reale, sì. Se Sanremo rappresenta, come è vero, la legittimazione presso il grande pubblico (quello “generalista”, delle radio e le tv), il focus era vedere come questi avrebbe reagito a tutta la musica “altra” (rap, indie, itpop) che per la prima volta invadeva l’Ariston. Ecco, è andata bene: gli spettatori si sono rivelati sorprendentemente giovani, millennial. E quindi, anche qui, per quanto (a parte Mahmood) gli altri abbiano raggiunto risultati mediocri a livello di televoto (rispetto a un – per esempio – Nigiotti, che aveva con sé un pezzo ben più debole), si può comunque sperare in un rinnovamento, tecnico come di linguaggio.

Per ora, la certezza è quella di aver assistito al cast di livello più alto degli ultimi venticinque anni, grazie al quale non è stato difficile mantenere l’attenzione sulla musica suonata e sorvolare sui ritmi soporiferi e sui vari Il Volo, Renga, Irama e Tatangelo. Il migliore, oltre al vincitore, è stato Achille Lauro, che con un audace gioco di specchi può davvero aver fatto di Rolls Royce una Vita spericolata 2.0. E che, se non altro, ha diviso e provocato. Dagli altri “nuovi” ci si aspettava qualcosa in più, è vero, ma il risultato è stato comunque all’altezza, per quanto “sanremabile” e accondiscendente. Coraggiosi (loro sì) gli Zen Circus con un monolite (L’amore è una dittatura) senza ritornelli, sempre di spessore Motta, elegantissimo Ghemon, senza sbavature il pop degli Ex-Otago, mentre Daniele Silvestri e Rancore hanno dimostrato che sì, musica d’autore e rap possono essere complementari. Menzione speciale per Arisa e Loredana Berté: il rischio di esibizioni demenziali era dietro l’angolo, ma per voce, presenza scenica e interpretazione ne sono uscite due performance da rinascita, e per questo paradossalmente intense e stranianti. Buona anche Paola Turci, mentre il resto, come detto, viaggia fra plastica in deterioramento ed eterni riciclaggi

Comunque, con un Mahmood primo e un Festival che, per una volta, rompe parte dei suoi cliché, stonano gli scongiuri in diretta di Baglioni a non intraprendere un Festival “politico”, come pure una non-satira politica e un politically correct asfissiante: davvero ci siamo ridotti a questo? Davvero non si poteva fare altrimenti che stare con la paura costante di “offendere qualcuno”? Non è stata una gara, Sanremo 2019, semmai l’epifania della musica “nuova” (per un certo pubblico), ed è stato bello così. Non doveva neanche essere un comizio, quindi, ma almeno un qualcosa che sapesse scrollarsi di dosso l’austerità democristiana che rimane il suo più grande limite. Oppure, il rischio è che il rinnovamento artistico di quest’anno non venga realmente supportato dal contenitore, e rimanga solo un fuoco di paglia. Per il futuro, che ci pensi Baglioni: tieni da parte un posto e segnati ‘sti nomi, Claudio.

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