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Stiamo lì, distanti, un po’ fuori da tutto

13.02.2019

La formazione dei Massimo Volume: da sinistra, Egle Sommacal, Emidio Clementi e Vittoria Burattini

Houellebecq. I poeti inglesi. La formidabile efficacia del trittico chitarra/basso/batteria. L'importanza di avere vinili e cd sugli scaffali di casa. A quasi 30 anni dall’esordio, i Massimo Volume tornano con “Il nuotatore”, un album di immutata urgenza sonora. La nostra intervista a Emidio Clementi sulle sue immersioni letterarie e musicali

Lontani dalle dinamiche di mercato e di “socialità diffusa”, i Massimo Volume non temono l’assenza e le pause di elaborazione. Merito di quasi trent’anni di carriera e di una solidità creativa che li ha portati a superare le barriere di genere e di tempo, diventando una delle cult band dei nostri giorni. Con il loro settimo album in studio tornano al nucleo storico del gruppo, con Egle Sommacal, Vittoria Burattini ed Emidio Clementi. Una compattezza sonora che prende forma nei nove brani del nuovo disco Il nuotatore, rigorosamente suonati in formazione chitarra/basso/batteria. A prendere il centro della composizione sono come sempre le liriche di Clementi, perfettamente integrate nella complessità strumentale dei compagni di palco, chirurgicamente taglienti nell’interpretazione di una prosa fortemente letteraria. E ancora una volta sembra anche una questione di tempo, di metabolizzare un processo di creazione sonora che necessita di spazi mentali e possibilità di evoluzione.

A quasi sei anni di distanza dalle irrequietezze di “Aspettando i barbari”, i Massimo Volume escono con un album tanto in equilibrio quanto in tensione, che non abbandona l’urgenza degli anni Novanta ma la reinventa con un calibrato lavoro di produzione. Un disco che racconta memorie e contemporaneo, aprendosi a momenti di poesia e mutando pelle in forma di narrazione. Un susseguirsi di tracce cha ancora una volta raccolgono significato anche dalla copertina e dal titolo. La prima raffigurante una spiaggia affollata, cristallizzata nella foto di Luciano Leonotti (manomessa da Marcello Petruzzi). Il secondo che richiama il capolavoro di John Cheever e ci trascina tra i flutti delle piscine attraversate dal nuotatore. Una narrazione a episodi, dunque, piena di storie e personaggi, che Emidio Clementi ci racconta in un’intervista che parte proprio dal suo altro amore: la scrittura.

I primi due nomi che vengono da accostare alla figura del nuotatore sono John Cheever e Gilles Deleuze, entrambi impegnati a raccontarci che «questa è l’acqua». Perché sei partito da qui e cosa cercavi di trovare nell’acqua?
«I motivi per cui siamo partiti da qui sono inconsueti per il mondo del rock. Ho provato a scavare, trovando un filone che mi interessasse, quello di una realtà apparente e di un’inquietudine che scorre sotterranea, che si prova quando le cose ti appaiono d’improvviso diverse nella tua esistenza. Eravamo alla ricerca di un tema che racchiudesse tutto il disco e mi sono reso conto che la figura del nuotatore era decisamente evocativa. L’acqua infatti è un elemento estraneo, che ti può mandare a fondo, ma che puoi sfruttare al meglio se riesci a governare e comprendere. Successivamente ci siamo mossi sulla copertina. All’inizio cercavamo qualcosa di più didascalico, ma poi ho visto la foto di Luciano Leonotti dove nessuno nuota, con questo immaginario molto quotidiano. All’interno del disco le persone fotografate rimangono singole, in una specie di ritorno alla solitudine, che serve ad allargare il senso e riconnettersi all’atto del nuotare».

Mi pare che la tua scrittura sia molto influenzata dagli autori anglofoni: oggi più di ieri?
«È difficile stabilire con esattezza cosa ci colpisce maggiormente, ma con i poeti inglesi sento una particolare comunanza di intenti. Di Tony Harrison, per esempio, mi ha catturato il modo di lavorare in rima baciata e la capacità di far scaturire un registro più leggero persino dal tono drammatico. Ho dunque pensato che questa potesse essere una strada percorribile, dato che ora provo maggiore consapevolezza. Philip Levine è un altro poeta che sento vicino, mentre T.S. Eliot lo conosco ormai a memoria. Questa è stata la prima volta in cui mi sono trovato a scrivere i testi con il disco quasi finito. Mi ha preso un po’ l’ansia, perché sentivo che il lavoro stava tutto su di me e anche i tempi dello studio erano dettati dalla mia velocità di scrittura. Questa particolare condizione ha forse dato una maggiore unità alle liriche e probabilmente anche l’impronta degli americani è stata utile, dato che nella nostra musica che non c’è un vero e proprio cantato. Bisogna dunque scegliere ogni parola con grande attenzione fra le più quotidiane e comuni».

Pensi che col passare degli anni la tua scrittura in musica abbia acquistato un carattere ancor più narrativo?
«Forse Il nuotatore è un po’ più narrativo rispetto ad Aspettando i barbari, dove ho giocato maggiormente con l’ambiguità e con storie meno legate fra di loro. Nel nuovo album, invece, avevo in animo l’uso delle rime per poter “sciogliere” la musica. Qui trovi anche un lirismo di fondo che è affine a quello di Cattive Abitudini, dove avevamo lavorato senza post-produzione. E sebbene Il nuotatore sia un disco con chitarra/basso/batteria, proprio le chitarre sono tutte trattate. Questa volta ci siamo concessi qualcosa di più sulla cromaticità dei suoni, ma in effetti l’album potrebbe essere considerato una sintesi dei precedenti due. Tra di noi ci dicevamo “cerchiamo di essere più sexy” e quella sensualità la si trova tutta nelle ritmiche».

Trovo che la vostra musica possieda ancora l’urgenza sonora degli esordi, cosa ha significato lavorare solo in formazione originaria?
«Quando ci siamo ritrovati in tre abbiamo cominciato a scrivere e provare con l’idea di capire successivamente se coinvolgere un altro chitarrista. I pezzi venivano fuori scarni ma intriganti. A Egle alcuni passaggi risultavano un po’ deboli, così sono nate delle nuove linee di chitarra e ora faccio addirittura fatica a individuare la chitarra portante. Ognuna dà colore al tutto, quindi adesso è necessario dare sostegno alla performance dal vivo».

Dopo quasi sei anni da Aspettando i barbari senti attesa attorno a questo disco?
«Il disco ha richiesto due anni di lavoro, nel mezzo dei quali ci sono anche stati periodi dedicati alle situazioni personali. Ora sento che c’è una certa attenzione su di noi, forse anche perché è da tanto tempo che manchiamo e la gente magari aspetta con più attesa il nuovo disco. Per me abbiamo trovato un po’ la nostra cifra stilistica e, senza fare paragoni, forse siamo come i film di Malick, che ne fa pochi ma predispone il pubblico a qualcosa di prezioso e importante».

Il mercato discografico è enormemente cambiato, ma voi avete sorpassato le scene musicali mantenendo una precisa identità. Cosa è accaduto attorno a voi?
«È vero che la nostra generazione sonora è durata molto, prima passava in appena una stagione e se era il momento del Punk o della New Wave diventava difficile che venisse fuori un disco à la Neil Young. Però ricordo che a un certo punto uscì Nevermind dei Nirvana e noi, assieme a tanti altri gruppi, fummo inseguiti dalle major. A quel tempo pensavamo che il mondo dei cantautori stesse per finire, quindi abbiamo cavalcato quella scena, ma con i modelli americani e le distorsioni nessuno è riuscito a incidere più di tanto sugli ascoltatori, neppure con dischi belli. I cantautori invece sono rimasti lì, e l’attuale idea di mollare i riferimenti stranieri e rifarsi alla tradizione italiana ha permesso ai nuovi di sostituire i vecchi. Anche a Sanremo ormai sono tutti giovani, ma questo perché anche mia mamma o mia zia li possono apprezzare, mentre un disco dei Massimo Volume non lo metteranno comunque sul piatto».

Il primo album dei Massimo Volume, “Stanze”, è stato pubblicato nel 1993

Dove si collocano, oggi, i Massimo Volume?
«Forse i Massimo Volume restano ancor distanti, in un angolo loro, un po’ fuori da tutto. Stanno lì. La nostra speranza è di diventare un po’ dei classici, con lo sguardo sull’attualità, sull’Italia e sulle nostre vite. Non c’è un gruppo più lontano di noi dalla nostalgia. Se qualcuno mi chiedesse “Tu la rifaresti questa vita?” gli risponderei “Ma per l’amor di Dio!”. L’abbiamo fatta, ora basta. Proprio per questo abbiamo scelto di suonare nei teatri, perché siamo un gruppo attivo da quasi trent’anni e un po’ ci spettano anche i luoghi dove non ci siamo esibiti. In teatro non hai uno scambio chiaro con il pubblico, fai fatica a capire se si stanno annoiando oppure sono coinvolti. Per questo è necessaria una maggior consapevolezza, che ci permetta di non chiedere e pensare se stiamo facendo le cose giuste. In un teatro c’è la possibilità di sentirci al massimo delle potenzialità di ascolto».

Come è avvenuto il lavoro in studio?
«Il nuovo disco è frutto di una produzione secca, non ci sono sintetizzatori o tastiere, non c’è alcun trucco. Manca anche l’ausilio dell’elettronica, perché nessuno di noi è così pratico da poterla utilizzare con destrezza e ultimamente non rappresenta più una novità. Volevamo arrivare un po’ al nòcciolo del nostro suono e attraverso i pedali tutte le chitarre sono mutate. È proprio il suono delle nostre chitarre a essere molto cambiato nel corso degli anni, ma il merito è di Egle. Lui ha un dono, certe volte mi sembra simile a Coltrane, perché appena lo senti suonare riconosci subito che si tratta di lui».

Cronaca, memoria e poesia convergono nei singoli brani.
«A me piace molto mescolare cronaca e storia con vicende personali, così da allontanarsi dall’aneddoto e rendere le forme di un racconto distante. Porti la narrazione in un tuo territorio, un esperimento che avevo già fatto prima e questa volta mi sono divertito anche di più. Nel disco c’è un registro anche ironico, che certe volte si perde e diventa drammatico con la mia voce».

“L’ultima notte del mondo” è uno dei brani più sorprendenti, anche per la distopia che racconti: come nasce il pezzo?
«L’idea che il vero male, nella vita, sia vicino al bene, a me non pare così assurda e i personaggi citati nel testo testo ne sono consapevoli. Mi sono divertito molto, ho immaginato che per una strana rivoluzione astronomica la Terra sia illuminata da due soli e che manchino le fasi del giorno e della notte. Questa luce – se vuoi di auspicabile serenità, pace e giustizia – ci farebbe diventare tutti ammansiti, una civiltà completamente pacificata ma pessimista. Allora nel brano tutti i cantori del male, da Bela Lugosi a Novalis, intonano il loro coro per far sì che la notte persista, proprio perché sono rimasto affascinato dalla teoria per cui il male possiede una sua dinamicità necessaria al mondo».

Come si stanno svolgendo i preparativi per il nuovo tour?
«Viviamo nella condizione di ansia ed eccitazione che sempre anticipa le tappe di un tour. Si parte da Bologna, che sarà una data impegnativa, e siamo praticamente chiusi in sala prove. Non vedo l’ora di iniziare e allo stesso tempo vorrei che fosse fra un anno. Mi sembra comunque che stiamo lavorando bene, suoneremo brani presi dalla nostra storia ma naturalmente ci focalizzeremo maggiormente sul nuovo album. Sarà di certo un concerto di musica rock, ballerini e nani non ne abbiamo».

Oltre che un grande lettore, sei anche uno scrittore: cosa stai pianificando di realizzare e quali libri ti hanno coinvolto ultimamente?
«Al momento non lo so, ma senza dubbio sento l’urgenza di rimettermi a scrivere. Nell’ultimo periodo mi è piaciuta molto la lettura di Allan Gurganus, con la trilogia di Local Souls, così come mi sono avvicinato ai racconti di Bernard Malamud che avevo in casa da anni. Di Michel Houellebecq ho amato molto Le particelle elementari, sebbene giudichi più intriganti i temi di cui tratta rispetto alla qualità della scrittura. Non riesco a entrare in empatia con la sua voce, ma lo trovo sempre interessante perché lo vivo come una voce coraggiosa e fuori dal coro».

Che cosa pensi dell’ascolto su piattaforme di streaming come Spotify? Pensi che possa aiutare la diffusione della musica o preferisci il buon vecchio vinile?
«Non so se svio dalla tua domanda, però la vedo così: io sono sposato, ma se fossi scapolo e invitassi a casa una donna vorrei che la mia abitazione fosse piena di libri e dischi che possano raccontarmi. Se invece avessi solo Spotify credo che, nella mia vecchiezza, lei penserebbe che quella musica è semplicemente online, che non si tratta dei “miei” dischi. Per questo continuo ad ascoltare e comprare sia vinile sia cd, perché attraverso il loro possesso è come se mi raccontassero di più».

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