Design

Natura spezzata? Manuale di sopravvivenza

di Sara Deganello fotografie di GIANLUCA DI IOIA
28.02.2019

Il titolo è “Broken Nature: Design Takes on Human Survival”, è la XXII Esposizione Internazionale della Triennale di Milano, da domani fino a settembre. Qualche consiglio dopo la nostra visita in anteprima

Il futuro fa capolino dal Palazzo dell’Arte di Milano tirato a festa, con fuori le bandiere dei Paesi del mondo che partecipano alla XXII Esposizione Internazionale della Triennale di Milano, dal 1° marzo al 1° settembre. Un futuro che non è detto che ci piaccia e che può lasciare un pizzico di ansia soprattutto in chi è genitore. La grande manifestazione dal titolo programmatico Broken Nature: Design Takes on Human Survival, curata da Paola Antonelli del MoMA di New York, non fa sconti e affronta di petto il grande mutamento che stiamo vivendo in questi caldi giorni di inverno: il cambiamento climatico ci minaccia come specie. Se non facciamo qualcosa, l’estinzione è al vaglio delle possibilità. L’attivista svedese Greta Thunberg e i ragazzi come lei lo hanno capito e stanno già lottando per la sopravvivenza. Lo ha detto il sindaco di Milano, Beppe Sala, all’inaugurazione, e per questo il 15 marzo, giorno dello sciopero mondiale per il clima, vuole aprire la Triennale ai giovani. Lo ha ribadito Paola Antonelli: «Qui si tratta dei cittadini. Il motore più potente per il cambiamento. Vogliamo raggiungere il grande pubblico perché, come diceva Buckminster Fuller, ogni individuo è un piccolo timone, e se diretto nel modo giusto può spostare una petroliera. Con Broken Nature vorremmo dare il senso del lungo termine, la coscienza della complessità dei sistemi in cui viviamo e un’idea di quello che si può fare nella vita di tutti i giorni, in modo ricostituente. Riutilizzare, aggiustare, riciclare: questi cambiamenti sono alla nostra portata».

L’approccio ricostituente è il lato positivo della medaglia: l’impegno costante a cercare soluzioni, che è l’essenza del design. Ma su scala mondiale. E questo è il senso della partecipazione internazionale all’esposizione: «Dobbiamo lavorare con il coinvolgimento di tutti, di tutte le comunità», ha detto il presidente di Triennale Stefano Boeri nel presentare i lavori dei 22 Paesi partecipanti, ciascuno con un proprio padiglione all’interno del Palazzo dell’Arte. Designer, artisti e scienziati sono al lavoro per immaginare che cosa possiamo fare. Loro prima di tutti, con il potere della creatività a ricucire gli strappi con la natura. A «ricostituirli», appunto. Certo non sarà l’Arcadia, né l’età dell’oro. Né sarà una passeggiata. Come non è facile la mostra principale dell’esposizione: Broken Nature. Qui vanno in scena le protesi di Goatman, di Thomas Thwaites che ha passato tre giorni a quattro zampe con una mandria sulle Alpi per esplorare il ruolo di altre specie nel nostro ecosistema. O l’ideazione di un tratto gastrointestinale esterno: nuove attrezzature che ci aiutano a consumare e digerire risorse semi-commestibili come radici e derivati della cellulosa come nel progetto Foragers di Anthony Dunne e Fiona Raby.

Foragers di Anthony Dunne e Fiona Raby

Oki Naganode di Julia Lohman

Goatman di Thomas Thwaites

Nella ricerca sui nuovi materiali, il micelio dei funghi va alla grande. Anche le alghe, come quelle giapponesi naga usate nell’installazione Oki Naganode di Julia Lohman. O le posidonia che d’estate invadono le spiagge del Mediterraneo e che qui si fanno sedia (Poseidon di Gasmi Issiakhem Feriel in alghe secche e resina organizca), parenti dei mobili in pelle e ossa di renna realizzati da Victor Alge.

Sul filone del riutilizzo come antidoto al consumo della vita moderna, Broken Nature ricorda come le coppette mestruali siano la soluzione più ecologica e propone, per proteggersi dal sole, di accantonare creme e olii inquinanti e invece indossare occhiali speciali in acciaio, ampi cappelli e leggerissime palandrane (si veda la collezione Sun+ dello studio buro Belén). Per evitare check up sanitari o individuare una gravidanza si potrebbe affidarsi al sensibilissimo olfatto delle api come mostra Susana Soares nel progetto Bee’s.

La nazione delle piante

Il padiglione tedesco con Carceri d'invenzione di Armin Linke

Il padiglione della Repubblica Ceca: una distopia basata sul litio

Accanto al densissimo materiale di Broken Nature, da studiare e assimilare, a fare quasi da contraltare c’è la mostra La nazione delle piante, curata dal neurobiologo Stefano Mancuso. Un tripudio di verde spettacolare che ricorda a tutti come il regno vegetale comprenda l’85 per cento degli esseri viventi contro lo 0,03 per cento degli animali. Sono le piante le responsabili che hanno reso la terra così come la conosciamo e possiamo rivolgerci a loro, al loro funzionamento, alle loro peculiarità, per imitarle e risolvere alcune questioni riguardanti il nostro futuro.

Per un momento di stasi dopo il bombardamento di informazioni e di idee, si può sostare all’interno della stanza di The Great Animal Orchestra, commissionata dalla Fondation Cartier pour l’art contemporain di Parigi e creata da Bernie Krause e dal collettivo inglese United Visual Artists: è un’immersione nei suoni della natura, nei versi degli animali, da ascoltare respirando profondamente. La fermata finale obbligatoria per contemplare e insieme riflettere è invece il padiglione della Germania, con ingresso dal bookshop al piano terra. Qui all’interno di una bellissima doppia scala progettata nel 1963 dallo scultore Carlo Ramous in collaborazione con gli architetti Carlo Bassi e Goffredo Boschetti – svelata e recuperata per l’occasione – è allestita la ricerca di Armin Linke Carceri d’invenzione: cinque schermi che mandano in onda gli spazi fisici in cui si gioca la partita politica del cambiamento climatico. Dopo la salita un gradino alla volta, scendendo, ci penseremo.

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