Le polemiche del dopo Sanremo, gli appelli al popolo, l'invocazione di quote nazionali nelle radio (ultimo della lista: Mogol). Ecco, se davvero siamo un Paese che ha a cuore i suoi cantanti e le loro canzoni, abbiamo imboccato una strada decisamente sbagliata

Alla fine, Sanremo e le polemiche che l’hanno anticipato, accompagnato e seguito non sono state un fuoco di paglia, visto come continuano a divampare. In realtà, questa nuova (e inaspettata) stagione di dibattiti più o meno costruttivi sulla musica italiana era stata inaugurata già prima dell’Ariston, fra dicembre e gennaio: dopo la tragedia di Corinaldo, una certa parte dell’opinione pubblica si era sentita legittimata a sentenziare su un mondo – quello della trap, nel caso specifico – da cui era fondamentalmente estranea, e da lì era partita un’improbabile ascesa di veleni culminata proprio con la denuncia di due senatori forzisti (Lucio Malan e Massimo Mallegni) nei confronti di Sfera Ebbasta, presunto modello diseducativo di “istigazione all’uso di sostanze stupefacenti”. Ma era solo l’anticamera, quella, là dove lo snodo essenziale è stato Sanremo: popolo contro élite, Ultimo contro il Festival, Striscia la Notizia contro Achille Lauro e tutto il resto di cui ancora sentiamo l’eco.

Un dibattito esasperato, e aperto tanto sul piano sociale quanto su quello politica: su tutti Salvini, che ha ipotizzato delle quote “italiane” obbligatorie per i palinsesti radiofonici. Una proposta, la sua, che ha appena trovato il consenso di un nume tutelare della musica italiana (e presidente della Siae) come Mogol, ma che ignora il ruolo effettivo delle radio, degli streaming e che in generale sembra una risposta fuori luogo a una questione inesistente – basta vedere le quote di mercato attuali, per farsi un’idea. E poi, se non bastasse, tutto il polverone alzatosi intorno all’esclusione (incomprensibile) di Sfera Ebbasta dal cast dei giudici di The Voice, da parte della Rai.

Ora: ci sono una notizia buona e una cattiva, in tutto ciò. La buona è che erano anni che in Italia non si parlava tanto “sul serio” di musica. Davvero: è difficile stabilire da quanto il dibattito (sociale e politico) non conferisse questa centralità alla nostra industria discografica, o che sui social – per dire – non si scatenassero certe discussioni su una classifica, uno streaming o l’ultimo pezzo di un artista. Anche perché – questo va detto – qui da noi la musica è troppo spesso considerata un hobby, un giochetto, un banale intrattenimento, e si fatica quasi a ritenere, quello del musicista, un lavoro “vero”. Quindi sì, finalmente diamo la giusta importanza alla cosa, finalmente ci muoviamo. La cattiva notizia è che, però, lo stiamo facendo nella direzione sbagliata.

Mahmood, vincitore di Sanremo

Achille Lauro

Ecco: la base da cui partire – e cioè prendere con “serietà” le realtà discografiche – è sacrosanta, persino tardiva. Il problema è la piega distorta su cui si sta innestando il dibattito, che così rischia di perdersi in se stesso e mancare una grossa occasione per cambiare prospettiva. Al momento, è vero, tutta Italia si sta interessando alla musica, e gli artisti non passano più per nomi da ascoltare distrattamente in radio, e una volta l’anno magari anche ai concerti (rigorosamente negli stadi): sono invece volti che dividono, che mostrano le spaccature di opinione del nostro 2019 – vedi alla voce: il dibattito-ossessione sugli stupefacenti “citati” da Achille Lauro. Ci sta, è bello e giusto così. Ma se davvero vogliamo prendere “sul serio” la musica (e io spero che lo vogliamo), tutto ciò deve avvenire con il criterio opportuno: come se si parlasse di arte, e non di semplice intrattenimento.

Perché, alla fine, è di questo che si tratta: di arte. Va bene sensibilizzarsi sul tema (in Italia siamo ai minimi storici, figuriamoci), ma invocare censure, imporre quote da segregazione o parlare di “ruolo educativo” di un qualcosa che invece, per sua stessa natura, deve essere libero di esprimersi e contaminarsi, è la conseguenza peggiore del dibattito stesso, e non ha senso. Se vogliamo davvero interessarci alla musica, supportiamola: andiamo ai concerti, compriamo dischi (!), ascoltiamola attivamente. Diamole libertà, prendiamola “sul serio”, sì, ma senza pregiudizi, tifoserie da stadio o inutili veleni politici. Sviluppiamo un senso critico, interroghiamoci sulla direzione che la nostra musica sta prendendo e su quali siano i limiti e i punti di forza di tutto ciò: perché questo è ciò che fa un Paese che ha a cuore i suoi cantanti e la sua musica. Ah, e smettiamola, soprattutto, di pensare che sia “gratis”: l’arte si paga, perché quello dell’artista è un lavoro “vero”.

Luigi Di Maio di spalle durante un comizio

Questo clima da caccia alle streghe, figlio di un atteggiamento che non si sforza neanche di comprendere le radici, i riferimenti e i contesti culturali della nuova scena, non fa che strumentalizzare un dibattito che invece dovrebbe portare altrove: non quote tricolori, ma più fondi per la musica italiana; non la censura, ma progetti che diano ai ragazzi gli strumenti per potersi garantire un ascolto critico. Programmi di approfondimento in merito (non esistono quasi più), finanziamenti ai concerti e, soprattutto, ai festival, che qui da noi vivono difficoltà al limite del paradossale, in un ecosistema fantasma, inesistente e bullizzato dalle istituzioni. E ancora: investimenti nel comparto tecnico, nelle sale prove, oltre alla messa a punto di nuove infrastrutture (teatri e arene) e di valorizzazione del nostro patrimonio di musica “leggera”, pop o hip-hop che sia – non sarà ora che venga preso sul serio anche questo? Siamo indietro, ed è un problema serio, che non possiamo ignorare. E solo in questa consapevolezza c’è l’Italia sensibile alla musica che dovrebbe nascere; non quella delle censure puritane, delle inappropriate responsabilità “educative” e della segregazione radiofonica che non portano a nulla e strumentalizzano quello che è semplicemente il prodotto di artisti.

E sì, ci rendiamo conto che questa possa rappresentare una direzione difficile anche solo da concepire: ma se tutti, come pare, ci vogliamo mobilitare “per la musica italiana”, allora bisogna farlo con spirito costruttivo e inclusivo. Altrimenti finiremo a rimpiangere, molto presto, i tempi dell’indifferenza di qualche mese fa, ahinoi.

Chiudi