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Amanda Palmer, l’empatica radicale

IL 109 08.03.2019

I finanziamenti dei fan le permettono di far la musica che vuole, con chi vuole, quando vuole. Ma un discografico vecchia scuola, la prenderebbe da parte per dirle alcune cose

Amanda Palmer ha imparato l’arte di chiedere facendo la statua vivente a Cambridge. Stava in piedi su una cassetta in Harvard Square, vestita da sposa, il viso dipinto di bianco, un fiore in mano. Portava a casa anche 90 dollari al giorno. La chiama The Art of Asking, ci ha scritto un libro, l’ha trasformata in un lavoro. I finanziamenti dei fan, fidelizzati in 15 anni d’attività inaugurata con il duo dei Dresden Dolls, le permettono di far la musica che vuole, con chi vuole, quando vuole. Quello di Palmer è diventato un caso di studio sei anni fa, quando la cantante ha raccolto un milione e 200mila dollari su Kickstarter. Per incidere il nuovo album There Will Be No Intermission, il terzo solista, ha invece usato Patreon, dove quasi 15mila mecenati le versano ogni mese una cifra che va da uno a mille dollari.

È un disco scarno e tetro, quasi uno studio sulla crisi esistenziale di una quarantenne. Amanda Palmer è convinta che mettersi a nudo, non solo metaforicamente, rafforzi comunicazione e fiducia fra gli individui come nessun’altra cosa al mondo. La chiama empatia radicale. La cerca e spesso la trova in queste 10 canzoni, nessuna sotto i 5 minuti di durata, tutte introdotte da brevi strumentali. Fanno 78 minuti senza svago, poco ritmo, niente humour. Sono canzoni solenni e teatrali sulla vita e su come viverla. Sulla violenza dei social media e sull’aborto. Sulla morte e sul potere che gli oggetti esercitano sulle persone. Su tutti noi che odiamo versioni a bassa risoluzione degli altri e su quando Palmer dimenticò il figlio di pochi mesi in auto. Sul fan francese violentato dal padre che le scrive per chiedere aiuto e sui personaggi dei libri di Judy Blume che le sussurrano all’orecchio: va tutto bene, Amanda, non sei strana, non è colpa tua.

Palmer s’accompagna per lo più al pianoforte, a volte all’ukulele, e arrangia le canzoni in modo scarno e con buon gusto. A volte, però, esagera. Un discografico vecchia scuola, uno di quelli appartenenti al sistema che lei ha liquidato, avrebbe preso Amanda Palmer da parte per dirle: amica mia, questo è un gran disco e la canzone sull’aborto è straziante in modo bizzarro e devi ricacciare indietro le lacrime quando arriva l’immagine dell’abortion shower coi palloncini, i fiori, i regali e tutto il resto, ma la libertà può essere una gran fregatura e far durare 10 minuti il valzer in cui racconti la paura di vivere non renderà le tue parole più vere, intense, profonde.

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