Appendice

È la geografia il nostro destino

11.03.2019

Consumiamo suolo e sottosuolo, abbiamo smesso di ascoltare la poesia del territorio. Vogliamo davvero il cambiamento, quello più profondo? Allora mettiamo al centro delle nostre vite e delle nostre politiche il rapporto con il paesaggio che ci circonda

Ho capito molto tempo fa che la geografia parla una lingua libera. Ero in auto, guidavo lungo la circonvallazione interna di una città pedemontana di Lombardia (…). Gli edifici che mi sfilavano davanti agli occhi erano stati costruiti, almeno mezzo secolo prima, in quella che un tempo era stata la cintura esterna, dove la conurbazione aveva iniziato a mangiare suolo, campagna, storia, geografia. Almeno tre generazioni di miei simili avevano dovuto adattarsi a un affaccio angosciante, privo di orizzonte e all’incombente presenza di un limite: l’invalicabile confine rappresentato dal non paesaggio di cemento, asfalto, cielo grigio, gas di scarico. E molto rumore per ventiquattro ore al giorno. Un contesto simile a quello catapultato all’attenzione pubblica internazionale dopo il crollo del Ponte Morandi a Genova nell’agosto del 2018: l’atroce immagine che continua a interrogare sul senso di costruire viadotti a pochi metri da tetti, finestre, vite umane. (…)

Quella mattina di molti anni fa, dentro di me quelle forme grigie si fecero sensazione; la conoscenza e il rigetto assunsero i contorni di una presa di coscienza definitiva che sentivo il bisogno di rappresentare, raccontare, condividere. A ridosso di quella circonvallazione e degli edifici più vecchi notai diversi condomini nuovi laddove prima sopravviveva un ultimo spazio libero: una sorta di cuscinetto d’aria, di “distanza della dignità” tra il viadotto e le palazzine già esistenti. Il senso della misura era scomparso definitivamente a vantaggio della bulimia che si evidenzia nel consumo di suolo – la geografia era stata uccisa e al suo posto erano sorte cellette urbane con affaccio sul traffico.

Nei mesi seguenti intere famiglie si sarebbero trasferite lì dentro con la certezza che, per ambire a un minimo di tranquillità, avrebbero dovuto recidere qualsiasi connessione sensoriale con ciò che stava al di là delle loro finestre. Avrebbero abdicato all’idea di un orizzonte prossimo e visibile nel proprio quotidiano, magari creando un piccolo orto di consolazione sul terrazzino, cercando di portare bellezza nel cielo perennemente opaco con qualche fiore, pianta, o un oggetto colorato. Pensai che quel non paesaggio era un messaggio classista. La geografia che osservavo generò in me emozioni che erano frutto di un incontro tra le mie conoscenze, il mio stile di vita, l’idea di abitazione e di orizzonte: un’emozione forte e intessuta di fibre diverse, legate all’inesorabile e ormai accettata prepotenza della società di massa che omologando cancella le individualità. Non avrei dovuto stupirmi visto che abbiamo trascorso gli ultimi quarantamila anni a distruggere la biodiversità del nostro pianeta, perché di quella biodiversità fa parte anche la nostra singola differenza tra esseri viventi appartenenti alla stessa specie (…). Non avrei dovuto stupirmi del fatto che la poesia del territorio, capace di ispirare le attività che ci hanno permesso di sopravvivere nei millenni, non venisse inclusa nei parametri di valutazione della vita sociale, ovvero nel triste elenco le cui uniche voci che contano sono le spese e i ricavi del “prodotto umano”, se non, al massimo, a quella del “turismo”, anch’essa regolata da spese e ricavi.

Eppure, il paesaggio non è una colpa. Non posso sentirmi in errore se osservo un orizzonte ricco e diversificato. Incontro moltissime persone ogni anno che condividono questa percezione, magari inespressa a parole, ma ben rappresentata nelle scelte di ogni giorno. Non solo il paesaggio non è una colpa, ma è talmente reale da apparire come una rappresentazione di simboli profondi e archetipi collettivi e come tale non manipolabile nell’immediatezza che la nostra esistenza, così regolata da impulsi reattivi e dalla poca elaborazione, esige. Progettare ancora edifici del genere alla fine del ventesimo secolo, dopo decenni di cementificazione incontrollata, significava dare corso all’idea massificante secondo la quale ognuno di noi è una merce da collocare su uno scaffale dal quale attingere profitto (…). Allora come oggi mi era chiaro che chiunque fosse finito in abitazioni del genere avrebbe dovuto negoziare, ogni giorno, una via di fuga dall’inferno urbano dove respirare non è un diritto, camminare è un fastidio, avere uno spazio vitale – dunque spirituale – un optional. Ora le cose sono in parte cambiate, talvolta migliorate in favore di chi non utilizza mezzi a motore, ma il percorso per trasformare la cultura alla base di queste prepotenze è ancora tutto da immaginare. Per uno come me che aveva deciso di lasciarsi alle spalle la vita di città per entrare nello spazio della montagna (…) tutto ciò appariva insopportabilmente sbagliato e si configurava, politicamente, come un reato contro l’umanità e il paesaggio. (…)

Trasformare la nostra geografia fisica significa modificare anche quella interiore: la macchina produttiva, persino quella sempre più smaterializzata e digitale di oggi, per funzionare ha bisogno che l’essere umano non aspiri al cambiamento e al miglioramento della propria condizione psicologica, spirituale, interiore, relazionale, territoriale.

Eppure la geografia è prima di tutto una poetica, un atto creativo in continuo fluire, divenire, evolversi. Nel momento in cui venisse riconosciuta la sua importanza, nel momento in cui il paesaggio dell’urbe dovesse imporsi definitivamente al centro del discorso pubblico, ne scaturirebbe l’esigenza di una reale ricerca di metodi che diano vita a comunità costituite da interconnessioni sociali, politiche, culturali, ricreative. Un’impresa che oggi come oggi costerebbe sforzi enormi, perché implica un lavoro capillare sulla cultura sociale e civile finalizzato alla liberazione delle forze e delle energie creative degli individui, invece che alla loro sottomissione al ruolo di ingranaggi al servizio di funzionalità che non hanno un vero volto e che producono effetti devastanti. Un lavoro culturale che in questo millennio sta faticosamente prendendo l’abbrivio: dove è la dichiarazione del percorso di crescita della società? A cosa si ambisce? All’incremento del Pil? Al consumo? Oppure a un cammino di consapevolezza? (…)

Mi sono convinto, in tanti anni di viaggi, cammini, esplorazioni e incontri con persone comuni, politici, docenti, accademici, amministratori, manager d’azienda, burocrati – che la geografia è pericolosa perché non mente. La geografia rende liberi, invita all’esplorazione, alla scoperta, alla realizzazione di un legame più forte con tutto ciò che sta intorno a noi. Per questa ragione una relazione primaria e fondamentale è stata trasformata, per una larga maggioranza dell’umanità inurbata, in un coacervo di paure e istinti aggressivi, inevitabilmente destinati a scaricarsi sul territorio in forma di prevaricazione, noncuranza, distacco: una relazione che tanto somiglia a quel criceto che invece di procedere resta immobile correndo nel cerchio, e che dunque a sua volta si riflette nell’impoverimento dell’alfabeto emozionale dell’immaginario collettivo.

La geografia (dal greco γεωγραϕία: “descrizione e rappresentazione della terra”) è la più antica scrittura conosciuta dal pianeta: una lingua vera e propria che il territorio, da noi modificato e vissuto, ci ha sempre insegnato e che abbiamo ascoltato e appreso. Una scrittura talmente diffusa che gli esseri viventi, spostandosi sulla Terra e sui mari, hanno unito fiumi, montagne, pianure, promontori, vallate, altopiani, canyon e deserti così come si uniscono vocaboli, verbi, aggettivi, congiunzioni, avverbi per esprimere emozioni, pensieri, idee, teorie; letteralmente sillabando nuove narrazioni fatte di storie, scoperte, dubbi. Quei capitoli compilati in un arco di tempo lunghissimo compongono il grande libro che abbiamo iniziato a scrivere fin dall’origine della vita umana e che ora si trova a un punto di svolta decisivo: siamo noi, i narratori, a dover decidere se sarà davvero possibile fare a meno di questa scrittura, e conseguentemente alla consapevolezza di essere in relazione con l’ambiente, con la poesia della geografia che nasce ogni giorno fuori e dentro di noi.

Questo testo

Il breve saggio qui pubblicato è un estratto da Il geopoeta. Avventure nelle terre della percezione, il nuovo libro di Davide Sapienza (Bolis Edizioni, pagine 128 pagine, 14 euro), in uscita nei prossimi giorni. «Rappresenta la conclusione di un lungo viaggio, è il libro della vita», dice l’autore. Sarà presentato il 13 marzo a Bergamo (Sala Viscontea, Orto Botanico, Città Alta, all 18.30 con Luca Rota ed Elena Maffioletti) e il giorno dopo a Milano (libreria Il Tempo Ritrovato, Corso Garibaldi 17, con Gianni Canova ed Elena Maffioletti).
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