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Giorgio Poi: cantautore, viaggiatore e sedentario

22.03.2019

Giorgio Poi (nome d'arte di Giorgio Poti) è nato a Novara nel 1986

federico torra

«Mi piace viaggiare, ma mi piace anche restare nello stesso luogo. Ho vissuto tanto all’estero, ma sto bene in Italia». Il “golden boy” della scena indie italiana (che ha da poco pubblicato ”Smog”, il suo secondo disco) ci racconta come ha imparato a sentirsi a casa ovunque si trovi

Il linguista K. David Harrison sostiene che ci siano 99 parole eschimesi per dire “neve”. Al contrario, noi italiani abbiamo parole che hanno due significati. Una di queste è “musica”. Te ne accorgi parlando con Giorgio Poi, ma non subito. Gli fai delle domande sulla metafora nascosta dietro il verso «Dalla stanza accanto le canzoni sembrano meglio», o su quale sia il brano che avrebbe voluto saper scrivere («Jealous Guy di John Lennon”, risponde), e a un certo punto lui dice. «È musicalmente ineccepibile, la trovo perfetta». Allora capisci che quando dice “musica” Giorgio Poi si riferisce proprio alla musica, intesa come suono creato con gli strumenti. Quindi gli chiedi, in un misto di delusione e sorpresa: «È il testo?!». «Il testo viene dopo», ci spiega, «ci sono testi che senza una determinata musica sotto non genererebbero alcuna emozione”.

D’altronde, quello che molti hanno definito “il nuovo golden boy dell’indie” è prima di tutto un musicista: «Sono uno strumentista, ho studiato chitarra, per me la parte vocale è venuta dopo». Ma dopo di che cosa? Dopo 7 anni passati a Londra e 4 a Berlino, inseguendo il sogno della musica. Un chitarrista in fuga, dunque, che però dai suoi viaggi ha imparato una cosa importante: «Ho sviluppato questa teoria: quando lasci la casa dei tuoi genitori, quel senso di casa non lo avrai mai più. Ma lo ritroverai diluito in ogni posto in cui vivrai. Io ho imparato a sentirmi a casa ovunque». “Casa” adesso è a Bologna, ma per un po’ sarà itinerante, visto che il 26 marzo parte il tour che lo porterà in giro per l’Italia.

federico torra

federico torra

«Flaiano diceva che ci sono lavori che sono la prosecuzione dei doveri dell’infanzia, altri che sono la prosecuzione dei piaceri dell’infanzia: per me fare il musicista è così, non ho mai considerato la musica un sacrificio, ma una grande passione”. Lo testimonia il fatto che negli ultimi anni abbia suonato tantissimo: con Calcutta, con Carl Brave, con Frah Quintale, per esempio. E adesso è tornato a suonare da solo, nel suo nuovo disco Smog. «Non è un concept album perché non ha un unico tema, ogni canzone è un piccolo racconto”. L’intero disco è come quelle vignette della settimana enigmistica in cui devi unire i puntini: alla fine, l’immagine che emerge dallo sfondo bianco è il ritratto di un equilibrista. «Mi piace essere in posti diversi, ma non mi piace spostarmi. Mi piace viaggiare, ma mi piace anche restare nello stesso luogo. Ho vissuto tanto all’estero, ma sto bene in Italia».

Qualcuno la chiamerebbe instabilità, ma a sentir parlare Giorgio Poi sembra che non sia così difficile trovare un punto di sintesi. «Se c’è un verso del disco che più degli altri mi racconta è “Con una mano afferri le chiavi, con l’altra dici: Non esco”: ecco io sono proprio così». La stessa cosa gli succede con la musica: «Mi piacciono entrambe le fasi, quella della scrittura e quella del tour. E soprattutto mi piace che, quando sono quasi stanco di una, inizia la seconda, e viceversa. Perché in fondo io sono uno che si annoia nelle situazioni statiche». Eppure i 7 anni a Londra sono stati lunghi… «Sì, ma dopo 3-4 anni ero già pronto a spostarmi di nuovo, anche perché Londra è una città molto faticosa. È stato un processo lungo, come quanto ti lasci con una persona, ma c’è sempre un momento preciso in cui decidi. Nel mio rapporto con Londra, io quel momento me lo ricordo: eravamo in furgone con il mio gruppo, e ho detto che mi sarei spostato a Berlino. La mia storia con quella città, e in parte anche con quel gruppo, è finita in quell’istante».

Dopo Berlino, c’è stato il ritorno in Italia: «Io sono sempre stato un esterofilo, ma le esperienze all’estero mi hanno insegnato alcune cose sull’Italia, sulla sua musica, sul suo cinema e sulla sua letteratura. E, soprattutto, su di me: vivere in un altro Paese ti mette alla prova, non conosci nessuno, non hai alcun trucco per nasconderti a te stesso, e lì capisci finalmente chi sei».

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