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Il genio della moda è morto due volte

14.03.2019

Il sincretismo estetico delle creazioni di Alexander McQueen

Che occasione sprecata, il film-documentario su Alexander McQueen appena visto al cinema! Un compitino privo di intensità drammatica. Avrebbe avuto senso andare dietro le quinte, sprofondare nei turbamenti dello stilista inglese, nella sua irrequietezza e in quell'insaziabile necessità di creare. Invece? Niente

Una volta Alexander McQueen spiegò a un giornalista che avrebbe bruciato tutto il suo lavoro, piuttosto che lasciarlo a qualcuno: «La persona che mi succede dovrebbe inventarsi delle sfilate troppo personali. Come ci riuscirebbe?» C’è del vero a giudicare dal documentario diretto da Ian Bonhôte e Peter Ettedgui, appena visto al cinema. Secondo McQueen, per creare qualcosa di buono nell’arte bisogna osare, e l’approccio politically correct scelto dai due documentaristi è all’opposto della sua poetica. Il genio della moda fa leva sul coinvolgimento emotivo del pubblico, poco importa se la pena è l’ultimo sentimento a cui McQueen, sabotatore di professione, era interessato. Le suggestioni che evocano le sue passerelle – Jack lo Squartatore insegue le sue vittime, Lo stupro delle Highland, È una giungla là fuori, Le streghe di Salem, La cornucopia d’immondizia, Atlantide di Platone – sono alternate a ovvietà e lacrime da talk show. Filmini amatoriali, interviste tradizionali, servizi televisivi, tutto infiocchettato in un’attraente quanto banale veste grafica: varianti animate sul tema del teschio, diventato simbolo della maison. Una soluzione decorativa anche deviante nella misura in cui evoca più Damien Hirst che Alexander McQueen.

Alexander McQueen nel backstage

Il compitino esteticamente è fatto bene, ma non raggiungere mai un livello accettabile d’intensità drammatica. Eppure, ci sono precedenti significativi – Yves Saint Laurent: L’amour Fou di Pierre Thorretton del 2010 ne è un esempio – che dimostrano quanto anche nel sottogenere “fashion doc” è possibile concepire capolavori. Sarebbe stato più onesto descrivere la parabola di una supernova come Alexander McQueen attraverso le negazioni, le deformazioni, le perversioni che hanno permesso alla sua stella di brillare e poi spegnersi per autocombustione. Invece, ecco una lista di eventi, come un bollettino di variazioni meteorologiche (a 16 anni lascia la scuola, comincia uno stage a Savile Row, diventa art director di Givenchi…) in cui l’unica evidenza è l’incapacità dei registi di suggerire qualunque interpretazione.

McQueen ai tempi della prima sfilata era poverissimo, la collezione l’ha finanziata con l’indennità di disoccupazione, nutrendosi di cibo in scatola. Della magnificenza delle sue sfilate ne sappiamo tutti, avrebbe aggiunto senso andare dietro le quinte, sprofondare nei meandri dei suoi turbamenti, nell’irrequietezza e in quell’insaziabile necessità di creare. Le interviste potevano essere orientate a indagare il rapporto con la madre, con il sesso, le collaborazioni con artisti come Björk e David Bowie (che neppure sono citati), a spiegare l’influenza di Leigh Bowery o di lsabella Blow sul suo lavoro… Niente.

Nato nel 1969, Alexander McQueen si è suicidato nel febbraio 2010

C’è una latente bellezza, nella morbosità degli eventi descritti, che gli autori sembra non abbiano colto. La malattia e il suicidio col diserbante della Blow, la paranoia e la morte di McQueen hanno del sublime, perché riflettono il processo creativo dell’artista. Invece, Bonhôte e Ettedgui risolvono nel melodramma. Di conseguenza, non si capisce il senso di show complessi come Voss, dove le modelle sono chiuse in una gigantesca teca specchiante che alla fine rivela, in un gioco di scatole cinesi, la riproduzione in carne ed ossa della foto di Joel-Peter Witkin, Sanatorium (1983). Come se non bastasse, i registi fanno un uso ornamentale anche delle musiche di Michael Nyman, invece di sfruttarne l’immenso potenziale. Non tentano neppure un’analisi incrociata coi film di Peter Greenaway, per cui tutta quella musica – ossessione di McQueen – era stata scritta, e che ha tanto in comune col suo lavoro. Time Lapse, per esempio, è il commento sonoro alla sequenza della decomposizione nello Zoo di Venere: un caso?

In questo documentario non c’è alcuna ricerca o nuova ipotesi. Gli autori si limitano a convertire la carica eversiva di una carriera folgorante in un sermone sul parvenu dell’East London che mangiava alla mensa degli operai. «Penso che per conoscermi dovreste guardare i miei vestiti», dice McQueen a un certo punto, e Ian Bonhôte e Peter Ettedgui, nella loro scarsa immaginazione, prendono alla lettera queste parole chiudendo il film con una sequenza d’abiti in un ambiente digitalizzato. Neanche fosse stato un film su Postalmarket.

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