Appendice

Come Limonov, ma nato in Romagna

07.03.2019

Gian Ruggero Manzoni è nato a Lugo (provincia di Ravenna) nel 1957

Paola Castagna

La vicenda di Gian Ruggero Manzoni raccontata da Pier Paolo Giannubilo con “Il risolutore” è talmente disturbante e travolgente che non può non ricordare la celebre biografia firmata da Emmanuel Carrère

Gian Ruggero Manzoni è un pittore e uno scrittore. È un artista bulimico, irregolare, strabordante. E, no, non è un omonimo: è un discendente di quel Manzoni, Alessandro, ed è cugino dell’altro grande Manzoni, Piero, e quindi anche di Pippa Bacca, la giovane artista milanese uccisa qualche anno fa mentre attraversava in autostop la Turchia in abito nuziale, durante la sua performance Spose in viaggio. Docente per alcuni anni presso l’Accademia di Belle Arti di Urbino, espositore frenetico delle sue opere in tutto il mondo, frequentatore di larghe falde dell’ambiente artistico e letterario italiano e pensatore compulsivamente antiamericano, Manzoni è stato anche altro.

Impigliato in una storia di pistole irregolarmente detenute durante il Settantasette bolognese in quota sinistra anarchica, barattò una chiusura d’occhi da parte dello Stato con un arruolamento “volontario” nelle Forze armate, poi trasformatosi in un’appartenenza, ovviamente segreta, ai Servizi. Quindi, azioni sotto copertura: in Italia alla bisogna, in Libano durante la Guerra civile, in Bosnia durante i massacri in cui sprofondò la Jugoslavia. Non un pranzo di gala. Intanto Manzoni manteneva la sua doppia, tripla, multipla vita: artista, docente, gestore di locali notturni, figlio, fidanzato, amante, padre, con qualche immersione nella malavita comune e, a tratti, nel corso degli anni, “risolutore” per i Servizi. In tutte le sue vesti, in ogni caso, Manzoni è un uomo disordinatissimo, spesso sgradevole, autoindulgente eppure autopunitivo, radicato nella quiete della sua terra, la Romagna, eppure larger than life.

Gian Ruggero Manzoni da giovane

Pier Paolo Giannubilo nel suo romanzo Il risolutore, che è nella longlist del Premio Strega 2019, racconta la storia, e le storie, di Gian Ruggero Manzoni. La domanda «Ma è tutto vero?» è oziosa e fuori luogo: non è una biografia e non è una tesi di laurea con le note a piè di pagina, ma è un (formidabile) romanzo. E poi la mitomania è talmente connaturata a Gian Ruggero Manzoni, è un suo tratto così scoperto e dirompente che paradossalmente, sì, è probabile che il suo racconto sia quasi tutto vero. Quella di Manzoni è una storia straordinaria, fastidiosa, travolgente e a questa storia si accompagna la vicenda di chi la scrive, la vicenda di Pier Paolo Giannubilo, professore in un liceo di Campobasso alle prese con la stagione più dolorosa della sua vita.

Giannubilo incontra Manzoni e ne nasce una reciproca ossessione. La storia di Manzoni si afferra alla voce di Giannubilo per emergere alla luce e Giannubilo si aggrappa alla storia di Manzoni per non affondare nella depressione. Da questo groviglio potenzialmente mortale, da questa violenta zuffa tra due uomini in difficoltà con loro stessi, nasce Il risolutore, un libro che riesce a tenere lontana la sua scrittura, ora sontuosa e ora petrosa, da ogni letteraturismo. Basti l’incipit, potentissimo:

Il bisonte è smandriato, confuso, incespica sugli zoccoli e ruzzola con la gobba nella polvere. Si rialza sulle zampe e si rilancia al galoppo nella prateria, seguendo la rotta obbligata che lo conduce sull’orlo del precipizio. Le urla degli inseguitori, provetti arcieri a cavallo. Le frecce che penzolano dal manto scuro, zuppo di sudore oleoso e sangue, come banderillas in una tauromachia. Prima dell’accelerazione finale, i cacciatori in formazione accerchiante lo hanno spinto in intrichi arbustivi fra rovi e spunzoni di pietra, perché si sfiancasse e si lesionasse i garretti; ora la folle sgroppata di preda e predatori è finita.

Il risolutore è un romanzo di carne, intesa come flesh, per volgerla in inglese. La carne ferita da una scheggia durante un’azione sotto copertura tra lo sparo dei mortai. La carne delle donne violate dalle soldataglie balcaniche. La carne maltrattata durante un’attività sessuale spesso disperata. La carne che si corrompe per la malattia (la patologia inguaribile della mamma dell’autore; il corpo ormai consunto di Pier Vittorio Tondelli, buon amico di Manzoni; il morbo di Crohn che affligge proprio lui, il risolutore). Ed è un romanzo che inghiotte il lettore con una forza irresistibile, in cui si insinua una lama di sottile, splendido disagio.

Infatti la mescolanza, nel Risolutore, di elementi apparentemente non miscelabili – Giovanni Testori e la mala marsigliese, Amelia Rosselli e i tatuaggi machisti da membro dei corpi d’élite, Valerio Magrelli e i tre uomini armati che corrono a bordo di una Bmw per le strade di Belgrado – fa sentire chi procede attraverso le pagine del libro con una lieve sensazione di “colpevolezza”, come se si camminasse con le scarpe infangate su una moquette chiara o si camminasse con le scarpe di vernice su un campo di battaglia. E lì sta la forza del Risolutore. La stessa del celebre Limonov di Emmanuel Carrère, con cui, pur senza esserne affatto un’imitazione né una versione all’italiana, il libro di Giannubilo ha una qualche parentela.

Tra l’altro nel Risolutore, almeno per il lettore italiano, c’è una spezia in più che nel Limonov carreriano. Perché se là le vicende – quella di Limonov e quella di Carrére – si svolgono a Parigi, a Mosca, a New York, qui le vicende – quella di Manzoni e quella di Giannubilo – si svolgono a Lugo di Romagna, a Senigallia, a Urbino, a Faenza, a Fano, a Campobasso, a San Severo, a Pescara. E questa quinta prospettica provinciale, adagiata lungo la dorsale adriatica, proietta un insostituibile riverbero sulla vita estrema di Gian Ruggero e dà una particolare vibrazione alla penna che la racconta.

Pier Paolo Giannubilo

Il risolutore

Rizzoli 2019
485 pagine, 20 euro
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