Appendice

L’aria di Baghdad, nel 1944

29.03.2019

Il nuovo romanzo di Elena Loewenthal “Nessuno ritorna a Baghdad” (Bompiani) racconta l’epopea di una famiglia di ebrei che attraversa tutto il Novecento, tra Medio Oriente, Europa e America. Nell’estratto che pubblichiamo siamo in Iraq, durante la Seconda guerra mondiale

FLORA, 1944

Un giorno Flora partì per andare a cercare sua madre a New York e riportarla a casa.

Era una sera d’estate, a Baghdad. Un’estate già avanzata, quando la calura stanca, la polvere troppo pesante per levarsi nella brezza che non c’è più, il cielo opaco e denso di qualcosa che non è aria fanno pensare che non finirà più, che il tempo si sgranerà lento e imperturbabile sempre dentro la stessa stagione. Un’estate indifferente a quello che le succedeva intorno, come se esistesse solo lei. La guerra in Europa era un’eco sorda, sconclusionate tentazioni naziste, una diffidenza che serpeggiava ovunque, fra tutti, ma prendeva di mira gli ebrei. No, la guerra con i suoi orrori non era poi così lontana da Baghdad, nel 1944. Sulla carta geografica sì, migliaia di chilometri separavano la città dai bombardamenti, dalle battaglie, dai treni piombati.

Ma nel 1939 era morto Fayṣal, l’ultimo vero re dell’Iraq, che chiamava il suo Paese “un grande albero” e diceva che tutti erano suoi rami, e due anni dopo Norma se n’era andata, quando tutto a un tratto l’ebreo arabo era diventato un ossimoro. Anche se quasi metà degli arabi di Baghdad erano ebrei che forse vivevano lì fin dai tempi dell’esilio di Babilonia, nella biblica notte dei tempi. Gente che non avrebbe mai pensato di vivere altrove prima che iniziasse il Farhud: una lunga ondata di violenze contro gli ebrei fatta di soprusi sottili e di veri e propri pogrom, di nazionalismo arabo ancora disorientato e veleno nazista in dosi non proprio omeopatiche.

«Yahud! Yahud!», era questa l’unica aria che tirava a Baghdad, nell’estate del 1944: dagli all’ebreo.

È l’intruso, l’usurpatore, il sionista. Dagli al venditore di pellame, al gioielliere, al banchiere, al musicista, al mercante, al hamal che portava l’acqua di casa in casa, due secchi per volta sospesi a un bastone che gli faceva da giogo sopra le spalle. Dagli al yahud, all’ebreo e alle sue donne dagli occhi chiari, chissà che cosa nascondono dietro quegli sguardi trasparenti. Dagli ai loro poeti che cantano in arabo da prima di tutto, loro e le loro cetre appese ai salici.

Quella era l’unica aria che tirava a Baghdad, nell’estate del 1944.

Non un alito di brezza, non un sospiro di foglie sulle rive del fiume immobile, dove l’acqua color ocra pareva una lastra solida, abbandonata da ogni vita.

Appena scendeva l’ombra, appena il sole malefico si piegava dietro il grappolo di case a occidente, dalla parte opposta del fiume, al di là dell’ampia ansa che formava una vera e propria penisola a est, Violette e Ameer salivano sul tetto. A volte Ameer ci andava anche prima, quando il sole ancora batteva sul pergolato di canne e tramortiva le foglie della siepe di oleandro rosa che correva lungo il davanzale e che in quella stagione non aveva più fiori, solo un tappeto di petali morti e secchi ai piedi: gli piaceva guardare il sole che se ne andava e chissà a che cosa pensava. In quell’estate del 1944 a Baghdad tutto si trascinava con una lentezza sfinita dietro la quale stava annidata la paura del futuro. Era così per tutti, non solo per loro tre, che più di tutti erano smarriti. Quanto erano lente quelle giornate chiusi fra le mura del qasr, il palazzo d’estate, sulla riva del Tigri, nel quartiere di Al-Karrada – un mondo a sé, dentro Baghdad –, ad aspettare che la calura si mitigasse appena. Ad aspettare chissà cosa d’altro. Senza mai uscire, un po’ per il caldo, un po’ per la guerra lontana, e perché un ebreo di Baghdad, in quel periodo, meno si faceva vedere meglio era. E per andare dove, poi?

Violette saliva di malavoglia perché di malavoglia si alzava dalla montagna di cuscini su cui dormicchiava per tutto il giorno nel vano tentativo di sognare qualcosa. Ogni tanto singhiozzava, chiamava mâma con la bocca chiusa, il labbro inferiore che vibrava appena per fare uscire le a. Tanto lei non sentiva. Lei era lontana. Chissà quanto, chissà dove.

 

 

«Su, alzati», disse Flora senza nemmeno voltarsi verso l’alcova piena di cuscini dove Violette trascorreva le sue giornate. Dall’inizio di quell’estate aveva deciso che la sorella minore era un caso senza speranza di malinconia adolescenziale, che dell’assenza di mâma in realtà non le importasse più di tanto. Perlomeno, non più di quanto importasse a lei, che di anni ne aveva ormai diciannove. L’unica soluzione sarà trovarle un marito il prima possibile, si era detta Flora un giorno, Violette ha bisogno di un marito anche se non sono più i tempi in cui ci si sposa a quattordici anni. In fondo che male c’è. Ma non era mai riuscita a parlarne sul serio con gli zii, di questa faccenda.

Violette alzò lentamente il capo, lo rituffò nel cuscino con una disperazione affettata, gettando lo sguardo verso le scale che portavano al tetto. Ma come al solito non riuscì ad attirare l’attenzione di sua sorella, che non si degnò di scomporsi per quel gesto e, anzi, era già quasi in cima alla scala di malta grezza impastata con la paglia, abbracciando una grande scodella piena di hab, i semi da sgranocchiare. La scodella vuota e le tre montagnole di bucce filamentose che ognuno di loro lasciava dietro di sé durante la lunga sera, prima di andare a coricarsi sulle stuoie dalla parte opposta del tetto, le raccoglieva l’indomani la vecchia domestica Fatum, alle prime luci dell’alba, in punta di piedi per non svegliare “i bambini”, come li chiamava lei. Ciascuno aveva il suo modo di mangiare i semi: Ameer alzava il braccio e imprimeva nell’aria un movimento ampio, quasi teatrale, seme dopo seme, uno per volta. Flora aspettava di averne una manciata piena nella sinistra e lasciava cadere i semi con noncuranza. Violette trafficava a lungo con i denti e la punta delle dita per sbucciare i semi di zucca, e finiva per ritrovarsi in mano una poltiglia semimasticata che cercava sempre di rimettere di nascosto nella ciotola, trovandosi il più delle volte a dover sfidare lo sguardo indignato della sorella, che la costringeva a far strisciare il braccio lungo la natica. Lì dietro al momento di andare a dormire rimaneva un informe strascico di bucce.

Flora salì sul tetto, dove quella sera Ameer era già salito da un po’, a guardare il sole che finalmente moriva dietro le case, oltre l’ansa del fiume, lasciando un’aria pesante di odori e calura che avvolgeva tutto il corpo come una seconda, sgradita pelle. Era seduto sul tappeto, al suo solito posto. Con quel suo solito sguardo un po’ perso dentro gli occhi celesti. Flora depose la scodella piena di semi in mezzo al tappeto, senza rivolgere la parola al fratello. Poi tornò verso le scale e andò a prendere il vassoio pieno di cubetti di pasta di datteri. Scura e collosa, si faceva masticare per minuti interi prima di andare giù.

«Ti decidi a salire?», disse voltandosi verso la sorella mentre risaliva con il vassoio.

«Che gridi a fare?», domandò Ameer, «ha più orecchie un sacco di patate di lei».

Violette diede un calcio ai cuscini che aveva sopra i piedi, facendone volare uno e capovolgendo l’altro. Sbuffò due volte guardando il solito punto del soffitto che era capace di contemplare per ore, in quell’estate più malinconica che mai. Poi piegò le gambe, le abbracciò e con una spinta si ritrovò seduta.

Posò la fronte sulle ginocchia e trasse un sospiro sonoro nella speranza che qualcuno su dal tetto lo sentisse, si affacciasse verso la scala e dicesse: «Violette, stai bene?».

Ma non accadde.

Violette strisciò con il sedere fin là dove finivano i cuscini, si alzò, si rassettò la vestina, si guardò i piedi, ne alzò uno per controllare la pianta, la strusciò contro il polpaccio opposto, sbuffò e s’incamminò verso il tetto. Era così piccola e minuta. Quando fece capolino sul tetto, Flora la vide ed ebbe un moto di compassione quasi materno. Le strinse il cuore al pensiero di darla sposa: era ancora soltanto una bambina. Ce la farà a crescere? si domandò in quel momento. Lei era tutta un’altra cosa. Difficile immaginare due sorelle più diverse, e non era questione degli anni che le separavano. Flora ne aveva già diciannove, era bassa e massiccia e scura, con il seno grosso e i fianchi larghi. Le sopracciglia nere quasi si congiungevano all’attaccatura del naso, dandole un’aria perennemente imbronciata, anche quando sorrideva mostrando una chiostra di denti perfetti che parevano di porcellana cinese bianca, dalla vaga iridescenza.

«Vado a cercare vostra madre», disse Flora quando era ormai buio. Da lassù, sul tetto, il paesaggio non era altro che una tonalità appena più lieve di buio. D’estate, a Baghdad, quando calava il sole, chi poteva si rifugiava sul tetto di casa. Non c’era luce per le strade, non c’era luce nel dedalo dei vicoli sterrati. Non c’era luce dentro le case. Solo il fiume emanava di tanto in tanto qualche bagliore: il riflesso del chiaro di luna che si increspava sull’acqua, l’onda di un sasso gettato per gioco, il moto circolare di un remo che entrava e usciva senza quasi far rumore.

«Cosa?». Ameer drizzò le spalle e lasciò nella scodella la manciata di semi che stava prendendo.

«Ma se non sai dov’è», disse Violette.

«Per questo vado a cercarla. La troverò. Gli zii baderanno a voi fino a che io e vostra madre non saremo tornate».

A dire il vero era anche la sua, di madre.

Elena Loewenthal

Nessuno ritorna a Baghdad

Bompiani 2019
384 pagine, 19 euro
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