Rappresentazione di un bizzarro sogno di decadenza e progresso, gli studios romani vivono la vigilia di un vasto piano di rilancio, indispensabile per attrarre le grandi produzioni delle serie tv. Come “Il nome della rosa”, girata proprio qui, dal 4 marzo su Rai 1

Spariamola grossa: la differenza tra i Fori Imperiali e il Sunset Boulevard è che i primi sono percorsi dalla storia, il secondo dalla finzione. Mentre gli uni registrano il trascorrere del tempo, l’altro lo espande come se fosse spazio, inventandolo. Il risultato di queste due forze crea la materia stranissima che costituisce il cinema. Cinecittà sta nel mezzo, non meno strana, ma certamente più tangibile. Non‑luogo i cui estremi cronologici sono ascrivibili quasi solo per “interposto-posto”, la Città del Cinema a Sud-Est della Capitale è stata concettualizzata a New York nel 1928 dal critico cinematografico Luigi Freddi. Se la proiettiamo in un futuro in cui il formato-cinema non esisterà più come lo conosciamo adesso, i suoi resti potrebbero confondersi con quelli del Colosseo: le sue tracce registrate non nella cellulosa, ma nel suolo eternamente archeologico di Roma.

Immaginarne la fine non è d’auspicio migliore per raccontare il piano di sviluppo avviato sulla scia della Nuova Legge per l’Audiovisivo – il decreto ideato per rinvigorire l’industria cine-audiovisiva italiana e insieme, sborsando 400 milioni di euro annui, identità e cultura nazionali. Eppure, sia all’esterno che all’interno, Cinecittà appare come un Gulliver addormentato in mezzo all’operosità del personale – oltre 200 dipendenti tutti rintanati negli uffici e nei 19 teatri di posa. Un bizzarro sogno di decadenza e progresso che si estende all’interno di 2 chilometri di perimetro murato. Percorrendolo tutto, poco dopo il centro commerciale – sorto negli anni Ottanta sul terreno «dove facevano le corse con le bighe» – sporge un gigante di pietra grigia che regge una fiaccola, rimasuglio forse dei set di Ben Hur e apparizione magica quanto sinistramente toccante. Proseguendo, all’incrocio con la residenziale via di Torre Spaccata, un cespuglio inselvatichito camuffa le urla umanoidi di un gabbiano, mentre l’autobus non passa mai. Al di là del muro, in quella zona che il piano di sviluppo vuole trasformare in una “via delle Botteghe dei Mestieri”, si cela l’area ceppi degli studios, dove sono ammonticchiati alberi mozzati, tronchi concavi, rametti in cartapesta: esercizi di scena e props a imitazione del vivaio poco distante, dove un’ordinata fila di palmette annuncia, senza alcun bisogno di segnaletica aggiuntiva, l’attività svolta.

Sarebbe semplice se fosse davvero così, se ogni cosa fosse inequivocabile (come le scritte “Mafia Princess: Casting” o “Benvenuto a tutti meno che ad uno”, appiccata sulla porta dello scenografo Dante Ferretti che qui comanda). Ma siamo su una landa doppiamente impervia, perché non solo fabbrica dei sogni e dunque delle illusioni, ma anche italiana. Cinecittà ha una storia molto italiana, come direbbe Stanis La Rochelle di Boris, la serie Sky parodia dei giochi di potere delle fiction tv, molte delle quali vengono girate qui – la casa di Un medico in famiglia ha le crepe, ma resiste da vent’anni. Cinecittà sorse nel 1937 dal rogo doloso della Cines, confermato dalla rapidità con cui pochi mesi dopo, tra espropri e speculazioni varie, fu posata la prima pietra tra Quadraro e Tor Vergata. L’architetto Gino Peressutti progettò lo spazio con in mente gli studios californiani di Burbank, sancendo l’affinità climatica con Hollywood e ricreandone le funzionalità produttive nelle forme razionaliste tipiche del Ventennio. Come l’Istituto Luce, Cinecittà è una creazione fascista, e servì inizialmente obbiettivi propagandistici. Eppure il Neorealismo, che nacque in opposizione ai cosiddetti Telefoni Bianchi – le commedie del disimpegno che occupavano allora i teatri di posa – non filmò nulla a Cinecittà quando accolse nei suoi set quasi 3mila sfollati del Dopoguerra.

Ma forse a Cinecittà si cambia regime come un cambio scena. Un ufficioso piano Marshall del cinema segna il periodo d’oro, con la produzione dei kolossal americani. Questa cosa de “gli americani” si sente fortissima ancora oggi, il business statunitense come salvaguardia e condizione di esistenza identitaria prima ancora che economica. Gli italiani «alla portata di mano ma tirchi da morire», non come gli americani («tranne Stallone»): clienti cruciali, che spendono ma vengono anche «per la piacevolezza dei luoghi dove si lavora», sottolinea il presidente di Istituto Luce-Cinecittà Roberto Cicutto, raccontando «la battuta di un produttore che gira tutti i film in Bulgaria. I costi sono così vantaggiosi che si è pure comprato i teatri di posa. Però quando chiama un attore principale, questo chiede 20 milioni di dollari in più di salario. Per venire a Roma no». Probabile infatti che John Turturro non si sia fatto pregare per girare qui (e a Perugia) la serie tv de Il nome della rosa – in onda su Rai 1 dal 4 marzo. Insieme a lui, Rupert Everett e Michael Emerson (il perfido Benjamin Linus di Lost), ma anche un nutrito gruppo di attori italiani (tra gli altri Fabrizio Bentivoglio, Alessio Boni, Greta Scarano). Una produzione che ha fatto le cose in grande: una messa in onda pan‑europea in primavera (in Germania con Sky, Gran Bretagna con Bbc, Francia con Orange), oltre venti settimane di riprese in inglese e un budget complessivo di quasi 26 milioni di euro.

Casualmente, anche il rilancio di Cinecittà costa intorno ai 26 milioni di euro. Verranno costruiti due nuovi teatri di posa di oltre 3mila metri quadrati per avvicinarsi agli standard internazionali, «grazie soprattutto allo sviluppo della fiction televisiva, che consente di pianificare meglio rispetto ai lungometraggi». Se non esistono ancora accordi-quadro con i maggiori broadcaster, sulla carta già alcuni progetti dovrebbero coprire il triennio: «C’è Netflix, Paramount, programmi televisivi come Il Grande Fratello». L’obiettivo è impiegare il 75 per cento degli spazi, «la capacità di occupazione indispensabile per arrivare al break-even nell’arco di tre anni». Ma come? «Ci sono attività collaterali, ma strategicamente importanti come l’apertura del Gaming Hub, mille metri quadrati destinati al videogame», interviene Marcello Minuti, che ha contribuito ai progetti di innovazione del sito. «Ci sarà una scuola di formazione, un incubatore di imprese e uno spazio coworking che affittiamo a prezzo agevolato». Riprende Cicutto: «Contiamo anche, con il Centro Sperimentale, di promuovere formazione in formato Erasmus, che non riguarderà i capi reparto, ma i mestieri propri del cinema».

A proposito delle famose maestranze – veramente il fiore all’occhiello di Cinecittà – i tecnici scenografi ricordano solo gli aspetti più ludici del lassismo romanesco ritratto in Boris. Intercetto Simona Balducci, architetto vice responsabile delle costruzioni di scena, e Marcello, uno dei pittori, mentre stanno andando «a Roma, per controllare la parete che chiude la Via Sacra». Ci vuole un attimo per capire che parlano del grande set a cielo aperto accessibile al pubblico. Tempo e spazio sono relativi. «Vedi lì, l’mdf si è sbriciolato», dice Simona, a Cinecittà da 19 anni. «Noi viviamo di modifiche: questo è durato e durerà forse altri 10 anni. Ma se arriva una grossa produzione che ha bisogno di questi 4 ettari, invece di Roma ci serve la New York dell’Ottocento». «Ti ricordi che sul tetto di Firenze [del Quattrocento] fecero quella pubblicità della Tim, quella con la mucca…». Però zero nostalgia, poiché «a volte siamo vittime dei capricci degli scenografi. E allora per farli incazzare diciamo: “Ma tanto non si vede!”». Altrimenti vige zelo estremo: nel teatro 14 è stata ultimata la biblioteca‑labirinto per Il nome della rosa, dove i libri sono letteralmente di coccio. «Cosa dici di questi sfondi con le ossa?», chiede Marcello, e il linguaggio si fa ancora più surreale: «Ottimo, sembra la chiesa dei Cappuccini. La cripta, no? C’ha pure i lampadari con le tibie». Quasi in tono con Chanel, che ricostruì Parigi per la sfilata dell’autunno/inverno 2015: Karl Lagerfeld volle tutto in bianco e nero per far risaltare gli abiti. «Prova a immaginare te quant’è difficile», sospirano. «Alla fine abbiamo trovato una gradazione di grigi. Soprattutto dandogli il vissuto con le patine: prendi un po’ di nero del Giappone, un po’ di terra d’ombra…». Centinaia di anni trascorrono in pochi giorni, a seconda di quanto rapidamente asciugano le vernici o i fondi di caffè.

Dopo un dibattito serratissimo su marchi di cera fuori commercio, mi portano da The Pope, un film su Papa Francesco. «Ti stupirai perché abbiamo rifatto la Cappella Sistina», e in effetti non c’è bisogno di girare film di fantascienza per rimanere a bocca aperta: «Gli affreschi e le pitture sono stampe digitali con tattoo-wall. Per la struttura ci abbiamo messo un mese e mezzo, è tutta in legno, con una rete di ferro e intonaco. Resina, marmi in cera, tegole. Finite le riprese, si butta tutto». Abbozzo una riflessione sul riciclo, ma vedo che Marcello – impiegato dal 1984, ma intrigante come un ragazzino che ha marinato la scuola – è impassibile. «E che te riposi qui? Tanti, tantissimi bei lavori che abbiamo fatto. Tutti via». Poi dal niente un gatto zampetta verso un affresco di Botticelli. Zoo o macchina del tempo, a coronare il rilancio di Cinecittà sarà il primo Museo Italiano dell’Audiovisivo e del Cinema. Situato nell’ex area sviluppo‑stampa pellicola, conserverà continuità con l’eredità analogica inglobando un laboratorio di restauro e digitalizzazione. Il visitatore «vedrà dei signori dentro un acquario con le loro mascherine. E per i 100 anni di Fellini metteremo a punto un protocollo di restauro proprio felliniano». In sostanza, prosegue il presidente Cicutto, «il Miac racchiuderà l’idea di moltiplicare le occasioni di valorizzazione del patrimonio: non solo l’archivio, ma anche lo sviluppo tecnologico dei mestieri. Perché la storia del cinema e la storia dello sviluppo sociale di questo Paese, forse più che in altre nazioni, si sono accompagnate». Parole da condividere, soprattutto se pronunciate con vigoroso senso pratico: «Io dico, creando panico in tutti quanti, che noi vorremmo essere agiti: ogni attività può diventare strumento per inventare modi di raccontare i saperi del cinema. Sarà un work-in-progress».

Va in onda a partire dal 4 marzo su Rai 1, in quattro appuntamenti da 100 minuti ciascuno, la serie tv Il nome della rosa. Tratta dal romanzo omonimo di Umberto Eco, e girata in gran parte proprio negli studi di Cinecittà, dove sono state ricostruite l’abbazia (foto a sinistra) e la sua enorme biblioteca, è una delle produzioni più ambiziose di Rai Fiction, insieme a 11 Marzo Film, Palomar e TMG. A dirigere il cast internazionale, capeggiato da John Turturro nei panni di Guglielmo da Baskerville, il veronese Giacomo Battiato.
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