Appendice

Moscovio

IL 109 11.03.2019

James Nicholls

 Nel 2019 si celebrano i 150 anni della Tavola periodica di Dmitrij Mendeleev e il centenario della nascita di Primo Levi, scrittore, ma anche chimico, autore del magistrale “Il sistema periodico”. Per celebrare il doppio anniversario, abbiamo chiesto a quattro scrittori, tutti provvisti di una formazione scientifica, un racconto “ispirato” a uno degli ultimi elementi accolti nella Tavola: nihonio, moscovio, tennesso e oganesso. In più, due guest star che uniscono scienza e scrittura, John D. Barrow e Marco Malvaldi, ci raccontano i loro rapporti con il geniale chimico russo e con il grande autore italiano. Ecco il racconto “Moscovio” di Simone Marcuzzi

 

Sebbene l’elemento con numero atomico 115 sia stato introdotto nella Tavola periodica soltanto sul finire del 2015, c’è chi ne aspettava il battesimo ufficiale da tempo: noi. Certo non potevamo indovinare che sarebbe stato infine denominato moscovio, in onore degli studiosi russi nei cui laboratori è stato sintetizzato per la prima volta, per noi era semplicemente l’elemento 115 e in qualche modo ne seguivamo le vicende dai tempi delle scuole dell’obbligo.

Noi: nati all’inizio degli anni Ottanta nella provincia friulana, svezzati a pane e Capitan Harlock, a Nutella e Goldrake, siamo cresciuti con la certezza che ritenere popolato soltanto il nostro piccolo pianeta Terra in un Universo talmente esteso da non intuirne nemmeno i confini, era quantomeno presuntuoso quando non proprio bacchettone. A rafforzare le nostre convinzioni erano arrivati in età adolescenziale gli agenti Mulder e Scully. La serie X-Files colmava il fabbisogno di storie paurose per la nostra generazione, arrivata troppo tardi tanto per Visitors quanto per Twin Peaks. Della prima sapevamo pochissimo, era un’eco distante, il titolo lasciava intendere molto ma non costituiva materiale strutturato. Del capolavoro di Lynch ne avevamo sentito parlare dai nostri fratelli maggiori, ne avevamo visto la pubblicità, ne potevamo forse canticchiare la sigla di Angelo Badalamenti, ma la serie no, i genitori non ce l’avevano concessa. Per X-Files eravamo grandi abbastanza per poter stare sul divano con la televisione sintonizzata su Italia 1 in fascia serale. Mulder e Scully avevano anime complementari, incarnavano la fede e la ragione, il credulone e la scienziata. Indagavano su serial killer, vampiri, mutanti, ma soprattutto sugli alieni. Avvistamenti, contatti, rapimenti. Sfondavano una porta aperta. Noi non eravamo disposti a credere: ci credevamo già.

Eravamo però cresciuti in famiglie perbene, educati all’importanza dell’onestà e dello studio, a scuola ci applicavamo per prendere voti alti, attribuivamo valore alla conoscenza. Ciò valeva anche per le questioni extra-scolastiche. Insomma: sapevamo di poter parlare di alieni solo a fronte di qualcosa. Bramavamo evidenze scientifiche, prove incontrovertibili, documenti. Per questo ci arrabbiavamo a morte non soltanto con i negazionisti per partito preso, di solito adulti disillusi da tutto, ma anche con chi esibiva verità da cartone animato. Vivendo non lontano dalla base aeronautica statunitense di Aviano, ci sono stati periodi in cui ogni esercitazione di volo serale o notturna dell’esercito americano si traduceva in fittissimi sciami di avvistamenti di oggetti volanti non identificati nei cieli del Nord-est. Non era affatto strano imbattersi in ufologi più o meno improvvisati nei salotti delle tv locali. Uno addirittura sfoggiava stimmate fluorescenti in fronte e ai polsi e diceva di parlare regolarmente non solo con gli alieni, pure con Dio. Quella gente non ci piaceva. Non avevamo bisogno di predicatori fantoccio che gridavano sciocchezze in un italiano rivedibile, volevamo qualcuno che si mettesse a scrivere equazioni incomprensibili su una lavagna. Abbiamo allora comprato delle VHS dove si ricostruivano gli avvistamenti più (in)credibili, dove si interpretavano i messaggi contenuti nei crop-circle, dove si parlava delle indagini segrete della mitica Area 51. Avevamo addirittura visto il filmato dell’autopsia di un extraterrestre – vagamente antropomorfo come da copione del tempo – rubato proprio dagli inaccessibili archivi della base del Nevada (scorgevamo appena la contraddizione nella libertà di divulgare al grande pubblico materiale militare sottratto ai presunti padroni del mondo).

Dev’essere stato in quel periodo che abbiamo sentito parlare per la prima volta di Bob Lazar e, con lui, dell’elemento 115. Bob Lazar, sedicente fisico, dichiarò di aver lavorato nell’Area 51 ad alcuni progetti di ingegneria inversa a partire dai resti delle navicelle spaziali con cui gli alieni erano venuti a farci visita. In particolare il suo obiettivo era indagare la natura del combustibile che rendeva possibili i viaggi interstellari. La premessa era ottima: si dava per assodato il contatto, e si passava direttamente al metodo scientifico per arrivare a dimostrazione. La conclusione degli studi di Lazar fu che gli alieni per muoversi a velocità prossime a quella della luce usavamo un isotopo stabile dell’elemento 115. Probabilmente siamo corsi a recuperare dallo scaffale la Tavola periodica degli elementi allegata al nostro manuale di chimica del liceo, per constatare con disappunto che l’elemento 115 non c’era. La sua esistenza era del tutto teorica. Peggio: in natura gli elementi con numero atomico superiore al 92, salvo pochissime eccezioni, non esistevano proprio. La loro vita era puramente sintetica, circoscritta dalle tristi mura di un laboratorio. Più che altro quindi Bob Lazar filosofeggiava, o se vogliamo lanciava una sfida alla scienza. Fossimo riusciti a sintetizzare l’elemento 115, avremmo potuto anche noi terrestri organizzare qualche scampagnata interstellare. Ci capivamo poco, ma dopo un indubbio entusiasmo ci siamo ritrovati a borbottare perplessità. Bob Lazar diceva di essere scienziato, ma le foto che avevamo trovato di lui – camice bianco, occhialoni – parevano un travestimento più che una divisa da lavoro. Le sue presunte evidenze erano inoltre del tutto vaghe e piene di omissioni. In quegli spazi si poteva infilare più o meno qualsiasi cosa: magari anche un po’ di scienza, di certo tantissima non-scienza.

Abbiamo lasciato perdere, o piuttosto la vita ci ha suggerito di lasciar perdere. Terminate le scuole, il mondo del lavoro ci ha accolti a porte in faccia e ci ha fatto diventare adulti con una rudezza cui non eravamo abituati. Ci siamo innamorati e siamo stati lasciati. Qualcuno si è innamorato di nuovo ed è riuscito addirittura a costruire una famiglia, a diventare “genitore”, un ruolo che fino a pochi anni prima ci sarebbe suonato come un’onta, passare dalla parte di chi ci sgridava dicendo: «Stai guardando ancora quelle stupidaggini? Spegni».

Nel frattempo, a nostra insaputa, l’elemento 115 ha goduto di un’autentica fortuna narrativa. In Tomb Raider III, il meteorite che Lara Croft deve trovare contiene l’elemento 115. In un altro videogioco, Call of Duty, l’elemento 115 è utilizzato per descrivere il funzionamento di alcune armi all’avanguardia. Nella serie Seven Days la macchina del tempo Backstep è azionata da un isotopo stabile dell’elemento 115. Infine, quasi per beffa, anche nella decima serie di X-Files, quella trasmessa quattordici anni dopo la precedente e che noi ci siamo rifiutati di guardare perché sappiamo quanto è facile rovinare un ricordo, ecco anche in X-Files si è parlato dell’elemento 115, in riferimento a una qualche tecnologia aliena per rendere invisibili i mezzi volanti.

Tutto molto bello, ma ancora parecchio distante dai territori della non-fiction che agognavamo da ragazzi. Ora i nostri figli giocano con i Lego di Star Wars, inscenano la lotta tra i buoni e i cattivi e ci fanno domande su chi esiste e dove e come. Noi, resi pudichi dal nuovo ruolo nel quale ancora fatichiamo a sentirci a nostro agio, ci nascondiamo nelle profondità della letteratura. «È tutto finto, perciò è tutto vero», diciamo saputi, e poi portiamo avanti il combattimento per evitare un’altra domanda.

Quello che sappiamo oggi è che in un laboratorio russo hanno bombardato americio-243 con calcio-48, e hanno così ottenuto alcuni atomi di moscovio-288 poi decaduti in nihonio-284 con emissione di particelle alfa. Un’altra cosa che sappiamo è che il moscovio inserito nella Tavola periodica non è l’elemento 115 congetturato anni fa da Bob Lazar. Per il resto, nelle nostre vecchie camere, alle pareti c’è ancora il poster con la scritta I want to believe sotto un ufo dalla forma affusolata.

 

Simone Marcuzzi è ingegnere meccanico e scrittore. Lavora come responsabile della logistica in un’azienda che produce radiatori. Il suo ultimo romanzo è “Ventiquattro secondi. Autobiografia di Vittoriano Cicuttini” (66thand2nd) 
 

ILLUSTRAZIONI DI JAMES NICHOLLS

Nel progetto “The Illustrated Periodic Table” (2015-2017) James Nicholls mostra gli usi scientifici e quotidiani di tutti gli elementi. Per quanto riguarda invece gli elementi sintetici che non hanno una funzione, i disegni raccontano il luogo in cui sono stati ottenuti e gli scienziati che li hanno studiati.
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