Appendice

Nihonio

IL 109 04.03.2019

James Nicholls

 Nel 2019 si celebrano i 150 anni della Tavola periodica di Dmitrij Mendeleev e il centenario della nascita di Primo Levi, scrittore, ma anche chimico, autore del magistrale “Il sistema periodico”. Per celebrare il doppio anniversario, abbiamo chiesto a quattro scrittori, tutti provvisti di una formazione scientifica, un racconto “ispirato” a uno degli ultimi elementi accolti nella Tavola: nihonio, moscovio, tennesso e oganesso. In più, due guest star che uniscono scienza e scrittura, John D. Barrow e Marco Malvaldi, ci raccontano i loro rapporti con il geniale chimico russo e con il grande autore italiano. Ecco il racconto “Nihonio” di Piersandro Pallavicini.

Nella Tavola periodica, superato l’uranio, ci sono elementi creati in laboratorio attraverso reazioni nucleari. L’uranio, nell’isotopo più comune, nel nucleo ha 92 protoni e 146 neutroni. Dopo di lui, oltrepassato il suo numero atomico, più aumentano protoni e neutroni, cioè più gli atomi degli elementi che chiamiamo transuranici diventano pesanti, meno questi sono stabili. Così, più in là ci spingiamo nella Tavola periodica più rapidamente gli elementi decadono, letteralmente non stanno più insieme, vanno a pezzi in frazioni di secondo. Però, secondo una certa teoria che riguarda determinati numeri cosiddetti “magici” di particelle nucleari, se riuscissimo ad aggiungere abbastanza protoni e neutroni rispetto a quelli dell’uranio, diciamo una ventina dei primi e una trentina dei secondi, si otterrebbe un gruppo di elementi super-pesanti insolitamente durevoli. È la famosa isola di stabilità, e il nihonio vi appartiene.

«Makoto me ne parlava spesso. Lo trovava ironico».

Questo mi sta dicendo Dino Hauser. È ospite del mio dipartimento per due giornate di lezioni nel nostro corso di dottorato, siamo stati compagni di studi in università negli anni Ottanta, lui è ordinario in Sapienza, a Roma, io qui in provincia. Gli ho pagato l’aereo con i miei fondi di ricerca che però sono al lumicino, dunque, per risparmiare qualcosa, quest’unica notte che passa in città resta a casa mia. È quasi l’una, stiamo bevendo un cognac prima di andare a dormire.

«Ironico?».

Hauser prende un sorso inarcando le sopracciglia. Sono ancora più folte di quando facevamo l’università, diresti inselvatichite, cespi inestricabili perfettamente candidi.

«Un nuovo elemento dell’isola di stabilità che viene generato in Giappone e che da questo prende il nome. Riesci a immaginare un’isola meno stabile del Giappone?».

Poi mi guarda arricciando impercettibilmente le labbra. È il suo tic, anzi no, il suo modo consapevole, solo apparentemente involontario, di mostrare disappunto quando il suo interlocutore non capisce qualcosa per lui ovvio. Siamo seduti ai due capi opposti del mio divano, Hauser si alza, va alla finestra, prende un altro sorso di cognac. Mi ritrovo a pensare: per lui sono così ottuso che non sopporta di starmi vicino. Anche ai tempi dell’università faceva così.

«C’è ancora la nebbia, qui», dice, guardando non me ma fuori. «A Milano pare che non ci sia più».

«Ma tu di Makoto hai più saputo niente?».

«Non si vedono nemmeno le case dall’altra parte della strada, la città è sparita», dice Hauser. Di nuovo si gira verso di me. «Più niente, no. Sparito anche lui. E tu, hai notizie?».

Makoto Kodama mi aveva scritto un’email sul finire del  2008, diceva che gli interessavano le ricerche che facevamo nel mio laboratorio. Era docente all’università Kondo, nella città di Okayama. Non l’avevo mai sentito nominare nel giro relativamente ristretto degli scienziati che facevano ricerche nel mio campo, anche le sue pubblicazioni erano pochissime, solo una dozzina nonostante all’epoca avesse quarant’anni, e su riviste irrilevanti. Voleva fare un anno sabbatico in Italia, da me. Avevamo tirato in lungo per l’inevitabile burocrazia ma poi a metà 2009 era arrivato davvero. Ero andato a prenderlo a Malpensa in un giorno di fine maggio ritrovandomi davanti un giapponese lucido di sudore, scarruffato, di molto sovrappeso, che appena aveva visto me e il cartello con il suo nome mi aveva implorato di uscire dall’aeroporto, aveva fatto un volo di quattordici ore senza scalo, aveva bisogno di fumare.

Makoto era un bravo scienziato e un brav’uomo. In quell’anno trascorso da noi aveva fatto amicizia con me, con i ragazzi del laboratorio, con i colleghi del dipartimento. Io e gli altri l’avevamo invitato a cena nelle nostre case decine di volte, l’avevamo portato nei ristoranti della città e delle colline, l’avevamo guidato nei weekend in lunghi giri sui laghi, al mare, nelle città d’arte, avevamo passato Natale e ultimo dell’anno insieme. Per me e per tutti era diventato un vero, caro amico. In Italia aveva cambiato alimentazione, solo dieta mediterranea. Aveva smesso di fumare e aveva preso a camminare. Faceva lunghe passeggiate di cinque, dieci chilometri al giorno, beveva litri d’acqua, alla fine dell’anno sabbatico era un altro uomo, pesava quindici chili di meno, sembrava ringiovanito. Era sereno, anzi no: felice. Quando gli chiedevamo come fosse la vita in Giappone rispondeva «stress, competition, anguish», poi cambiava discorso. Non era sposato. Non era fidanzato. Chi lo sa, forse non aveva nemmeno amici. Era stato per quello, per ritardare il ritorno allo stress, alla competizione, all’angoscia, e alla solitudine, che, presentato da me, prima di rientrare a Okayama aveva voluto trascorrere, a sue spese, un altro mese a Roma? Da Dino Hauser, la stella più fulgida della chimica inorganica italiana, a fare misure raffinate, con gli strumenti della Sapienza, su quanto aveva preparato nel mio laboratorio. In quell’ultimo mese ci eravamo sentiti al telefono tutti i giorni, Makoto mancava a noi, e noi, nonostante il bel laboratorio di Hauser, mancavamo a lui. Poi, preso l’aereo per il Giappone, era sparito.

Io, i ricercatori, i dottorandi del laboratorio, ciascuno di noi gli aveva mandato un’email per salutarlo e sapere com’era andato il viaggio. Com’era stato il rientro? Come aveva trovato Okayama e la Kondo University? Gli mancava già la cucina italiana? Eravamo diventati veri amici, l’ho detto, e poi dovevamo anche scrivere un lavoro scientifico insieme. Niente di che, i materiali che aveva ottenuto lavorando con me e su cui aveva fatto le misure da Hauser non erano straordinari, ma un buon articolo lo si poteva preparare. I dati li aveva lui, vista la sua bibliografia striminzita quel lavoro poteva essergli utile, tra gli autori sarebbe stato il primo nome, gliel’avevo promesso, ma niente, alle email non rispondeva. Il telefono italiano, va da sé, l’aveva disattivato. Avevo anche un numero giapponese, era quello con cui avrei dovuto rintracciarlo al suo primo arrivo a Malpensa nel caso non avesse visto il cartello con il suo nome, ma telefonando si otteneva un messaggio registrato e la chiamata si interrompeva. Avevamo insistito per mesi, allo scadere del 2010 gli avevamo scritto tutti di nuovo, invano, sperando che lo smuovessero i nostri auguri, l’occasione, la commozione per la fine dell’anno. Poi nel 2011 c’era stata Fukushima. Okayama era a centinaia di chilometri dalla centrale, ma ugualmente eravamo in angoscia per lui. Non ci aveva risposto nemmeno allora. Sono passati cinque anni, ogni anno un paio di volte, qualche anno anche tre, ho provato a scrivergli: sempre senza risultato.

«Dopo lo tsunami, dopo Fukushima, ho mandato un’email al rettore della Kondo», mi dice Hauser, come se mi avesse letto nel pensiero. Ai tempi del corso di chimica, negli anni Ottanta, tutti eravamo convinti che lo potesse fare davvero.

«Mi ha raccontato che il terremoto non ha rotto nemmeno un matraccio», va avanti a dire. Giusto. Una celebrità come Hauser non poteva che conoscerlo personalmente, il rettore. Ha posato il cognac, ha ripreso a darmi le spalle, guarda fuori con la fronte appoggiata al vetro, con una mano si fa schermo dal riflesso del lampadario.

«I livelli di radioattività sono rimasti quelli del fondo ambientale, alti come in tutto il Giappone, ma niente di che», dice ancora. «Hanno ospitato degli sfollati di Fukushima nei dormitori dei loro collegi. Loro sì, erano radioattivi».

«E Makoto? Gli hai chiesto di Makoto?».

Hauser non risponde. Con le sue lunghe falcate basculanti raggiunge l’interruttore e spegne la luce. Il soggiorno piomba nel buio, c’è solo il lucore del lampione di strada smorzato dalla nebbia. Il mio ex compagno di studi lo vedo e non lo vedo mentre torna verso la finestra, è un’ombra lunga e sottile, una scultura di Giacometti al nero, una mantide religiosa nel buio.

«Mi sembrava. C’è qualcuno giù in strada».

«Siamo in centro, la gente sai com’è, talvolta esce», dico, stizzito. I suoi coup de théâtre da thriller di terza categoria contavo li avesse lasciati negli anni dell’università.

«Shht», mi fa lui. «È qua sotto. Non senti i passi?».

«Ma è qua sotto chi, Dino, per piacere. E riaccendi ’sta luce».

«Shht», mi fa di nuovo. Io taccio, e sì, dei passi sul selciato, in strada, adesso li sento anch’io.

«Il rettore», sussurra adesso Hauser, «mi ha detto che Makoto non è mai rientrato in università». Io, allibito, fisso la sagoma nera del mio collega. E ha aspettato cinque anni, a dirmelo?

«Ma l’aereo almeno l’ha preso? In Giappone ci è tornato?».

«Shht», sibila ancora. Anche i passi in strada hanno smesso. Poi, in un silenzio perfetto, suona il citofono.

«Kodama Makoto», sussurra Dino Hauser, mentre io resto seduto, paralizzato, con il cuore in gola.

«In Giappone prima il cognome, poi il nome», dice, come se questa fosse una spiegazione.

 

Piersandro Pallavicini è scrittore e docente di Chimica all’Università di Pavia, dove coordina anche il Dottorato in Scienze chimiche, farmaceutiche e Innovazione industriale. Il 7 marzo esce il suo nuovo romanzo: “Nel giardino delle scrittrici nude” (Feltrinelli)

ILLUSTRAZIONI DI JAMES NICHOLLS

Nel progetto “The Illustrated Periodic Table” (2015-2017) James Nicholls mostra gli usi scientifici e quotidiani di tutti gli elementi. Per quanto riguarda invece gli elementi sintetici che non hanno una funzione, i disegni raccontano il luogo in cui sono stati ottenuti e gli scienziati che li hanno studiati.
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