Appendice

Oganesso

IL 109 25.03.2019

James Nicholls

Nel 2019 si celebrano i 150 anni della Tavola periodica di Dmitrij Mendeleev e il centenario della nascita di Primo Levi, scrittore, ma anche chimico, autore del magistrale “Il sistema periodico”. Per celebrare il doppio anniversario, abbiamo chiesto a quattro scrittori, tutti provvisti di una formazione scientifica, un racconto “ispirato” a uno degli ultimi elementi accolti nella Tavola: nihonio, moscovio, tennesso e oganesso. In più, due guest star che uniscono scienza e scrittura, John D. Barrow e Marco Malvaldi, ci raccontano i loro rapporti con il geniale chimico russo e con il grande autore italiano. Ecco il racconto “Oganesso” di Fabio Deotto

 

Aveva trovato il libro negli scatoloni che mamma aveva preparato prima di andarsene. A cinque anni, Marta sapeva già leggere parole e frasi, ma ancora non padroneggiava la magia necessaria a trasformarle in immagini, suoni e odori, perciò aveva scelto quello con più figure e se l’era portato in camera.

Aveva acceso lo stereo al minimo e aveva cominciato a sfogliarlo, sforzandosi di ignorare gli scricchiolii, le frasi di circostanza, i tonfi inattesi, i rumori di un carrozzone famigliare che fino a pochi giorni prima aveva proceduto spedito e ora, per ragioni che non le era dato comprendere, cadeva metodicamente a pezzi.

Dopo aver girato qualche pagina, con una certa delusione, Marta si rese conto che le figure erano tutte simili: c’era sempre un uomo – solitamente un vecchio con una lunga barba, avvolto in una spessa palandrana – che corrucciato scrutava ampolle fumanti in stanze illuminate da luci rarefatte, circondato da pile di libri opachi e drappeggi polverosi. A volte nella scena comparivano dei bambini, o dei giovani aiutanti, altre volte dei signorotti vestiti in modo buffo che attendevano perplessi con i pugni sui fianchi; ma il vecchio canuto c’era sempre, e pareva sempre oltremodo preoccupato. Mentre sfogliava il libro, il suo dito si soffermò su un’immagine, un dipinto di Joseph Wright intitolato L’alchimista alla ricerca della pietra filosofale: in questo caso il vecchio era inginocchiato davanti a una grossa ampolla da cui emanava una luce intensa, aveva gli occhi spalancati, la bocca schiusa, il braccio destro teso a far segno ai ragazzini dietro di lui di quietarsi: stava accadendo un miracolo.

Quella sera, scendendo in un soggiorno insolitamente silenzioso, Marta chiese a suo padre cosa fosse l’alchimia, e lui finse di dovere andare in bagno. Quando tornò, col cellulare ancora in mano, la informò che era «come la magia, solo reale». Ben presto, Marta avrebbe scoperto che l’alchimia non era né magica né reale. Nel libro di sua madre c’era un errore: il quadro di Wright in realtà si intitolava L’alchimista, alla ricerca della pietra filosofale, scopre il fosforo, e si diceva fosse ispirato alla storia di Hennig Brand, un alchimista tedesco che, distillando urina di cavallo, al posto della lapis philosophorum si ritrovò a osservare un’inattesa fiammata verde pallido e un materiale solidificato a cui diede il nome di phosphorus (in greco: portatore di luce). Brand pensava di stare assecondando le leggi dell’alchimia ma era inciampato in quelle della chimica. In un certo senso, dunque, suo padre aveva ragione, qualcosa di simile alla magia esisteva, e permetteva di estrarre del buono da ciò che buono non era affatto. Lui stesso, senza rendersene conto, aveva trasformato la fine di un giorno terribile nell’inizio di un lungo viaggio.

Finito il liceo, Marta si iscrisse a Chimica, dove imparò a trascorrere lunghi giorni in laboratorio, a miscelare composti e calibrare reazioni, a lasciarsi sedurre da concetti – come la chiralità, l’affinità chimica, la costante di dissociazione – che tuttavia, per quanto utili e interessanti, presto cominciarono a farla sentire troppo ancorata al suolo, un albatro incatenato al ponte di una nave sconfinata. Si era appassionata alla chimica perché voleva portare a galla l’ignoto, ma aveva l’impressione di stare solo aumentando la definizione di un’immagine che già tutti conoscevano.

Arrivata al secondo anno, suo padre e sua madre ormai si parlavano sempre di meno, lo facevano solo in presenza sua, e ne approfittavano sempre per litigare; Marta era diventata un errore di calcolo, un legame sempre più debole tra due atomi che appartenevano da tempo a molecole diverse. Mese dopo mese, un pianto per volta, iniziava a comprendere che la vita aveva dinamiche precise e inaggirabili, che nulla avevano da spartire con i sogni e le speranze, ed era dunque inutile opporvi resistenza: l’alchimia si era rivelata una truffa, l’infanzia un’illusione senza sbocco, e così l’amore, la famiglia e ora la chimica. Cominciò a saltare le lezioni di Biochimica, a intrufolarsi in quelle di Filosofia, a saltare gli appelli regolari per poi accettare voti molto bassi. Era pronta a cambiare facoltà, e probabilmente l’avrebbe fatto, se poi non avesse incontrato un “vero” alchimista.

L’università aveva organizzato un incontro con Jurij Oganesian, il fisico russo che aveva contribuito a isolare gli elementi 113, 115, 117 e 118, gli ultimi a essere aggiunti alla Tavola periodica. Il comunicato stampa che Marta e i compagni di corso ricevettero via email lo descriveva come «un vero alchimista contemporaneo», ma non fu tanto vedere quel termine in una comunicazione universitaria a colpirla, quanto piuttosto scoprire che nonostante quell’uomo vecchio e bonario, così diverso dai vecchi barbuti dei quadri rinascimentali, avesse addirittura dato il proprio nome a uno di questi elementi – l’ultimo, l’oganesso – non sembrava affatto considerarlo un traguardo. Era più interessato al lavoro che ancora poteva fare, agli elementi che ancora dovevano essere scoperti. Aveva inventato un modo per strappare atomi sconosciuti alla fortezza ritrosa della materia, e intendeva passare il resto della vita a bombardare elementi radioattivi finché non fosse arrivato a stravolgere l’intera Tavola periodica. Marta era ipnotizzata: eccola, la magia reale.

Ancora non era sicura di volere imboccare la via degli elementi superpesanti, ma da quell’incontro aveva capito una cosa: la fisica nucleare era un campo d’indagine più adatto a lei di quanto lo sarebbe mai stata la chimica. Era una strada complessa, sicuro, e Marta allora non poteva dire di aver davvero capito dove potesse portare, ma dopotutto Fleming aveva scoperto la penicillina coltivando stafilococchi per tutt’altra ragione; Fahlberg aveva creato la saccarina mentre studiava il catrame di carbone; persino Paracelso, che pure si considerava un alchimista, si era comunque ritrovato a isolare lo zinco. Più ripensava a quello che aveva studiato, più Marta si rendeva conto che molte delle più importanti scoperte dell’umanità erano inciampi su percorsi che portavano altrove. Tanto valeva scegliere percorsi lunghi e rischiosi.

La prima volta che visitò un laboratorio di fisica delle particelle, Marta sapeva già da tempo che gli alchimisti, nel mondo reale, non indossavano pesanti palandrane, non trasformavano il piombo in oro e, soprattutto, non ricevevano sontuose commissioni; al contrario, portavano camici bianchi e anonimi, le stanze in cui lavoravano erano enormi costruzioni asettiche, faticavano ogni anno per ricevere finanziamenti e tutto l’oro che ottenevano erano elementi che a volte restavano intatti pochi millesimi di secondo. Quello che ancora non sapeva, era che la differenza principale tra gli alchimisti delle favole che l’avevano distratta da bambina e quelli del mondo in cui si ritrovava a crescere era che mentre i primi facevano di tutto per tenere nascosto il proprio sapere, i secondi lavoravano precisamente con l’obiettivo opposto. Certo, i nuovi elementi non avevano alcuna utilità pratica, ma ogni bombardamento, oltre a un nuovo materiale, sprigionava nuova conoscenza.

Al momento della laurea, Marta aveva ormai capito di aver fatto la scelta giusta, ma questo apparentemente non bastava a considerarsi contenta. Per qualche bizzarra legge esistenziale, più imparava ad assecondare le dinamiche della materia più la sua vita al di fuori del laboratorio si faceva precaria. Suo padre si era ammalato e sua madre si era sentita costretta a rappezzare il loro rapporto per dargli sostegno, il che se possibile aveva peggiorato ulteriormente le cose. Marta intanto collezionava relazioni brevi e disfunzionali, a volte si convinceva che lo studio compromettesse la sua capacità di dedicarsi a un’altra persona, a volte che fosse l’esatto contrario.

Quando si trattò di decidere se fare domanda di dottorato, fu ancora una volta Oganesian a indicarle la strada, seppur involontariamente. Dopo la scoperta dell’oganesso, il fisico russo non aveva mai smesso di forzare barriere: non si trattava più soltanto di snidare nuovi elementi, bisognava anche trovare il modo di renderli vagamente stabili. Negli anni Sessanta Glenn Seaborg aveva proposto questa teoria secondo cui esiste una “isola di stabilità” in cui alcuni elementi possono sopravvivere più a lungo, a patto che abbiano un “numero magico” di protoni e neutroni. Oganesian e i suoi colleghi avevano dedicato una vita intera alla ricerca di numeri magici e isole di stabilità, e nonostante non ci fossero arrivati, nei loro occhi Marta vedeva brillare la stessa determinazione che un tempo aveva imparato ad attribuire ai bambini, ai pazzi, e ai vecchi barbuti dipinti a olio.

Oggi, Marta ha un assegno di ricerca a Dubna, e ogni giorno si trova a lavorare a pochi metri dall’ufficio di Oganesian. A differenza dei suoi colleghi, non ha mai sentito il bisogno di andare a presentarsi, a elemosinare un autografo o qualche parola di incoraggiamento; l’alchimista russo è già stato fin troppo generoso con lei, anche se probabilmente non ha idea di chi sia. Sopra la sua scrivania, tra le foto dei suoi genitori, Marta ha appeso una stampa dell’Alchimista di Joseph Wright; nei momenti più difficili si sofferma a guardarla a lungo, la aiuta a ricordarsi da dove viene, certo, ma anche dove ha deciso di andare; a tenere a mente che la magia è il rovescio fulgente dell’ignoto e spesso è custodita dagli ostacoli lungo il tragitto; e se anche non esiste un porto stabile a cui mirare, sarebbe da stupidi tenere le vele ammainate.

 

Fabio Deotto è scrittore e ha una laurea in Biotecnologie. Traduce libri e scrive su giornali e riviste di molte cose (spesso anche di scienza). Il suo ultimo romanzo è “Un attimo prima” (Einaudi Stile libero)

ILLUSTRAZIONI DI JAMES NICHOLLS

Nel progetto “The Illustrated Periodic Table” (2015-2017) James Nicholls mostra gli usi scientifici e quotidiani di tutti gli elementi. Per quanto riguarda invece gli elementi sintetici che non hanno una funzione, i disegni raccontano il luogo in cui sono stati ottenuti e gli scienziati che li hanno studiati.
Chiudi