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Ora più che mai facciamo tutti la cosa giusta

IL 110 28.03.2019

Spike Lee sul set di “BlacKkKlansman”, con Adam Driver e Topher Grace

«Ogni volta che qualcuno guida una macchina... Io perdo!». Intervista a Spike Lee che con “BlacKkKlansman” ha (finalmente!) vinto almeno un Oscar per la miglior sceneggiatura non originale

Per lui ha sempre contato fare la cosa giusta. Spike Lee, sorridendo ironico da sotto un paio di occhialini tondi e un cappellino da baseball, me lo disse la prima volta che l’incontrai di persona, anni fa, e non ha perso occasione per ripetermelo in seguito. La penultima volta che l’ho visto era alla libreria Book Soup di West Hollywood, a Los Angeles, il giorno prima degli Oscar, dove parlava per l’ennesima volta del libro Fa’ la cosa giusta, uscito cinque anni fa per il venticinquesimo anniversario del suo omonimo, e iconico, film. Pareva leggermente nervoso. «Prima di tutto, perché è un momento importante… Anche se la strada per la parità in America è ancora lunga, qualcosa sta cambiando…», aveva profetizzato.

Il pomeriggio seguente si è presentato sul red carpet a modo suo: doppiopetto viola (di Ozwald Boateng), occhiali dello stesso colore, sneakers dorate Air Jordan. Di solito, gli attori odiano il viola, perché si dice porti sfortuna: «Ho voluto onorare altri artisti che hanno contribuito a ispirare e sostenere il mio lavoro. Il viola è per Prince (la sua interpretazione di Mary Don’t You Weep accompagna i titoli di coda di BlacKkKlansman, ndr)». Anche la catena al collo era dedicata al cantante scomparso tre anni fa, mentre alle mani portava anelli con scritto “love” e “hate”, ricordo di Radio Raheem, il personaggio interpretato da Bill Nunn in Fa’ la cosa giusta. Non pareva troppo fiducioso, e anche stavolta è rimasto in parte deluso: il suo film aveva ottenuto sei nomination, ma si è aggiudicato solo la statuetta per la migliore sceneggiatura adattata di BlacKkKlansman. È la prima volta che Lee vince un Oscar (quello onorario del 2015 non conta). Soprattutto, il regista ha avuto una reazione molto esplicita quando Green Book (che tratta di razzismo «visto ancora una volta dalla parte dei bianchi») ha vinto per la miglior fotografia. Ha cercato di lasciare la sala, ma è stato bloccato per motivi di sicurezza, perciò ha dato la schiena al palco finché non si è conclusa la premiazione del film. «È che ogni volta che qualcuno guida una macchina… Io perdo!», ha sottolineato ridendo.

Siamo ripartiti proprio da lì, dopo la cerimonia: «Ho visto ripetersi la scena del 1990, quando non fui premiato per Fa’ la cosa giusta. Mi sentii ancora più ferito e oltraggiato nel vedere come, invece, stravincesse un film “bianco” come A spasso con Daisy. Dove, come in Green Book, c’è qualcuno che guida tutto il tempo!».

Ha comunque, finalmente, ottenuto il primo Oscar…

Se ho sempre detto che conta il lavoro che si fa e non vincere un premio, devo confessare che fa molto piacere ricevere un Oscar. E sono tanto fiero di averlo ottenuto durante il Black History Month, il mese della storia afro-americana: quest’anno ha segnato i 400 anni dall’arrivo dei primi schiavi dalla terra dei nostri antenati, l’Africa.

Lo celebra pure con un film importante come BlacKkKlansman

Mi hanno contattato per riscrivere la sceneggiatura di questo progetto, che già esisteva. Il soggetto era incredibile: ho detto immediatamente di sì e da subito mi sono lasciato coinvolgere nella regia e nella produzione. Tutto accadeva prima dell’“era Trump”. È stato come se, ancora una volta, avessi previsto in anticipo certi avvenimenti.

Quest’anno cade il trentesimo di Fa’ la cosa giusta. Si sente cambiato da allora?

Sono rimasto un anticipatore dei tempi. Era un film che parlava di gentrificazione, di cambiamento climatico, di razzismo, temi che oggi sono ancora più attuali.

Spike Lee

Lei ha sostenuto fin dal principio Bernie Sanders come leader democratico e ha combattuto strenuamente contro Donald Trump. 

È incredibile che quell’individuo sia alla Casa Bianca. Tutti che sono con lui hanno scelto il lato sbagliato della storia… Non considerano i suoi crimini, la mancata condanna ai neonazisti – che sono veri terroristi –, la sua connessione con la Russia, le madri separate dai propri figli alla frontiera… L’America non ha mai avuto un elemento simile come presidente. È una vergogna.

Non a caso, in BlacKkKlansman i membri del Ku Klux Klan ripetono più volte lo slogan “America First”, lo stesso di Trump…

Il Klan era contro gli immigrati e tutti coloro che erano diversi, e ora la storia si ripete. Si sente dire che gli immigrati sono criminali, ci portano via il lavoro, violentano le nostre donne. È come se la stessa ideologia venisse riciclata. Mi auguro che tantissima gente veda questo film in tutto il mondo, perché parla di un fenomeno pericoloso che si sta diffondendo ovunque, non solo negli Stati Uniti.

Lei è sempre stato un’icona della lotta per la parità di diritti, per il suo attivismo e per l’impegno a favore della comunità nera.

Penso che nella vita si debba fare quello in cui si crede, a costo di rimetterci. Spesso sono stato criticato per le mie posizioni, le mie idee o decisioni, ma sono convinto che sia fondamentale, ed etico, essere fedeli a se stessi. Idoli come Malcolm X e Martin Luther King hanno ispirato tutto il mio lavoro, anche se non ho mai pensato di rappresentare tutta la comunità nera: ho solo diffuso le mie idee, accettando che non tutti la pensassero come me.

Mi ha detto diverse volte che è stata prima di tutto sua madre a ispirarla, quando era bambino.

Era un’insegnante, amava le arti e la letteratura afro-americana. Mio padre odiava andare al cinema e quindi lei portava sempre me, come spesso mi trascinava a teatro a Broadway, a vedere i musical. In genere non ci volevo andare, ma poi uscivo sempre entusiasta. Devo esserle grato, perché ci teneva che avessi un’educazione. Ho frequentato il Morehouse College, un’istituzione afro-americana, e poi ho preso un master in arte, cinema e televisione alla celebre Tisch School of the Arts di New York. Ho frequentato anche quella che è ora chiamata la Clark Atlanta University: grazie a un meraviglioso professore, Herb Eichelberger, mi appassionai selvaggiamente al cinema. È grazie a lui se sono diventato il primo regista afro-americano di successo.

 

John David Washington e Laura Harrier in “BlacKkKlansman”

Topher Grace interpreta David Duke in “BlacKkKlansman”

Che cosa si augura per il futuro?

Vorrei vedere un’America dove tutti i bambini, non solo quelli ricchi, possano avere un’adeguata educazione, che possano frequentare buone scuole pubbliche senza dover spendere un patrimonio. Purtroppo, se si continua così, molta gente finirà sul lastrico. Specialmente a New York, ormai si assiste a un fenomeno di gentrificazione costante in quasi tutti i quartieri.

Che consiglio offre a chi vuol farcela nel mondo del cinema?

Di lavorare sette giorni su sette, come faccio io. Non basta il talento, ci vogliono sacrifici e duro lavoro. E di non abbattersi, ma di continuare a lottare quando le cose non vanno per il verso giusto. Questo l’ho imparato anche dal mondo dello sport.

Lei ha una grande passione per lo sport. Ha realizzato anche un documentario su Kobe Bryant (Kobe Doin’ Work, ndr).

Amo le partite di pallacanestro degli Knicks al Madison Square Garden, come quelle di baseball e di football americano. Lo sport ha una fortissima capacità di unire, di creare un legame. È stato mio padre a instillarmi questa passione, che ho cercato di trasmettere ai miei figli (Satchel e Jackson, nati nel 1994 e nel 1997, ndr), oltre a quella per la musica jazz.

Suo padre, appunto. Era un famoso musicista jazz, ma per anni avete avuto una relazione difficile. 

Lui ha pensato sempre e solo alla sua arte, ma io non trovo ci sia nulla di romantico o affascinante a essere un artista che muore di fame. O che non vede i suoi film prodotti, come è capitato a me per un certo periodo. Quando lui riteneva che una scelta non corrispondesse alla sua etica, come cambiare il suo stile musicale o suonare strumenti elettronici, si rifiutava di lavorare. Ora lo comprendo di più, perché anch’io ho sempre voluto essere fedele ai miei princìpi, anche se in maniera meno radicale, ma quando ero un ragazzino e vedevo mia madre lavorare duro per mantenere me e i miei fratelli era impossibile. In molti mi hanno fatto notare che era un artista incredibile, e ha collaborato anche alla colonna sonora dei miei film. Sono felice di essere stato nella posizione di essere io a offrire a lui del lavoro.

Sua moglie Tonya Lewis è avvocato, produttrice, scrittrice, imprenditrice e attivista per i diritti delle donne, una battaglia che anche lei sostiene da vicino.

Sono molto fiero di lei. Ha presentato lo scorso anno al Sundance il film Monster, storia di un ragazzo di colore che viene accusato di un crimine non commesso. Amo quel festival, come pure Robert Redford, un grande visionario. Tonya è appassionata di serie tv ed è stata lei a spingermi a lavorare anche in questo campo. Amo le donne forti, sono cresciuto circondato da donne forti. Mia nonna, la cui antenata – non mi stancherò mai di dirlo – era una schiava, mi pagò il college e l’università per studiare cinema, oltre ad aiutarmi a produrre un film. Voleva che studiassi e che inseguissi il mio sogno, perché lei aveva fatto duri sacrifici per finire il college. Non dobbiamo dimenticare che l’America è stata costituita da immigrati…

Ci ha tenuto a ricordarlo anche nel suo discorso agli Oscar, insieme al genocidio dei nativi americani.

È importante non dimenticare la storia, il passato, per crescere esseri migliori e riconquistare la nostra umanità. Per questo sollecito gli americani a votare la persona giusta nel 2020. Conto sul senso morale ed etico, su scelte basate sull’amore invece che sull’odio, sulla tolleranza e sulla generosità. Ricordo a tutti di fare la cosa giusta.

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