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Quello che resta dei latitanti: una città di lapidi

IL 109 15.03.2019

La mappa di Milano con i luoghi dove sono stati compiuti gli omicidi pianificati da elementi dell'eversione di sinistra e di destra durante gli Anni di Piombo

Associazione Italiana Vittime del Terrorismo

Sparse per Milano, le targhe dedicate alle vittime del terrorismo combattono una silenziosa battaglia per la memoria. Testimoni di una stagione che, come dimostra il caso Battisti e quello dei tanti ancora in fuga, continua a essere aperta e dolente

È successo proprio qui. Qui dove ora una Lancia è parcheggiata sul marciapiede. L’autobus fa il pieno di passeggeri e la città cede il passo alla periferia. È successo qui, dove una mano pietosa ha lasciato fiori freschi e un biglietto: «Ora puoi stare in pace nel paradiso degli eroi». Una donna allontana la sigaretta e si fa il segno della croce. Un rider, con la pizza da consegnare, volge uno sguardo distratto; un pensionato scuote la testa e da un’auto, ferma al semaforo, arrivano note di musica dance. Ma il trambusto della metropoli è un sottofondo che non penetra il silenzio intorno al sorriso in bianco e nero di questo ragazzo di altre stagioni.

Sono in via Modica, a Milano, davanti alla lapide di Andrea Campagna, agente Digos, che in questo punto fu ucciso il 19 aprile di quel 1979 che in Italia segnò il culmine della lotta armata. E riempì la città di pietre, in memoria dei caduti. Qui non ci sono telecamere accese, guardie del corpo o dichiarazioni in diretta, come nei giorni del rientro in Italia del terrorista che sparò alle spalle di questo ventenne, Cesare Battisti. Qui c’è solo il viso di un giovane di quarant’anni fa a consegnare ai passanti la responsabilità della memoria.

È un viaggio in una storia ancora contesa e sofferta, quello che è possibile percorrere attraverso le lapidi della città. Capitoli di una stagione tuttora aperta. Perché in giro per il mondo ci sono almeno altri trenta uomini e donne che non hanno mai pagato per i loro crimini, latitanti di cui l’Italia sollecita l’estradizione (a cominciare dai 14 nomi collocati in Francia, dove tra gli altri vive Giorgio Pietrostefani, condannato per l’omicidio del commissario Luigi Calabresi). E perché «se la consegna di chi è responsabile di tante morti aiuta a superare il dolore, non basta prendere tutti, per pensare di ripartire da zero», riflette Alessandra Galli, figlia del giudice caduto sotto il fuoco brigatista: «Serve rileggere la devastazione di quegli anni, senza giustificazioni. E consegnare una verità senza schemi».

Di sicuro, il marmo freddo delle epigrafi ogni giorno prova a contrastare l’effetto rovinoso del tempo. Ripetendo nomi di poliziotti, magistrati, giornalisti, operai, la cui memoria rischia di dileguarsi, schiacciata pure dalla notorietà di chi li ha invece uccisi. Qui, alla Barona, tutti sanno chi è Battisti. Tra questi palazzoni, qualcuno ricorda anche i tempi del collettivo, frequentato dal leader dei Proletari armati del comunismo, che in quello stesso 1979 lasciò la sua firma di sangue anche in un’altra periferia industriale di Milano, la Bovisa, dove fu ucciso il gioielliere Pierluigi Torregiani e in un borgo del veneziano, Santa Maria di Sala, dove i Pac ammazzarono il macellaio Lino Sabbadin. Un messaggio del figlio, Adriano, mi informa della commemorazione unica delle tre famiglie, voluta per questo quarantennale di catture, lacrime e buone intenzioni.

Tra queste stradone non ancora troppo cementificate e avvolte da un nebiun ormai raro, la lontananza del presente sembra avvertirsi di meno. Ma quanto e cosa di quegli anni di bombe, morti ammazzati, lenzuoli stesi e plotoni serrati è rimasto imbrigliato nella memoria degli abitanti di oggi? Se in tanti hanno almeno sentito qualche volta il nome di Barbara Balzerani o di Mario Moretti, capi storici delle Brigate Rosse, quanti sanno chi erano Michele Tatulli, Rocco Santoro e Antonio Cestari, caduti sotto il fuoco del loro mitra? Il dubbio mi tormenta, mentre mi sposto di neanche un chilometro verso via Schievano. Qui dove altri angioletti svolazzano, nella loro immobilità, intorno alle facce di tre poliziotti, trucidati in uno degli attentati più oscurati. Forse non è vero, come è scritto nella pietra, che «il tempo non potrà cancellare la tragedia di quel giorno». Questo vale di sicuro per i cuori di chi li ha amati, ma in quelli del resto del Paese, sopravvissuto grazie anche al loro sacrificio? La domanda, ossessiva come un senso di colpa, mi tornerà in mente altre volte, in questa via crucis che tocca la periferia quanto il centro di Milano.

Alla spalle dell’arco della Porta Romana bella, cantata dalla Ligera e resa universale da Giorgio Gaber, ora c’è un giardino a ricordare l’esistenza di Domenico Bornazzini, Carlo Lombardi e Pierantonio Magri, vittime di un’altra strage «troppo a lungo dimenticata», come ebbe a dire l’ex sindaco Giuliano Pisapia. Si attardavano davanti a un bar di via Adige, la sera del primo dicembre 1978, quando furono massacrati dai fucili di Oscar Tagliaferri e Maurizio Baldasseroni, giovani che gravitavano nell’orbita di Prima Linea: il primo da anni trova rifugio in Perù, del secondo si sono perse le tracce, sempre in Sud America, laddove hanno iniziato una nuova vita più latitanti di quella stagione. Da Alessio Casimirri, di cui tutti conoscono il ristorante in Nicaragua, condannato a sei ergastoli per l’omicidio di Aldo Moro; a Manlio Grillo a Managua, a Leonardo Bertulazzi in Argentina. E tra Brasile e Bolivia è finita la lunga fuga dello stesso Battisti, la cui cattura ha riacceso le speranze di chi, come Debora Bornazzini, figlia di una delle vittime di quell’eccidio senza senso, esplora ogni strada per sollecitare la ricerca dei fuggiaschi. Per Baldasseroni, la famiglia ha ritirato l’istanza di dichiarazione di morte presunta, ottenuta, invece, per questioni di eredità, dai parenti di un altro fuggitivo di Prima Linea, Franco Coda.

Storie, nomi e destini si sovrappongono, in questo nugolo di strade antiche, tra lo sferragliare dei tram. Cerco di immaginare come fosse allora questa zona di Milano, rimasta quartiere, con le sue austere facciate pronte a svelare giardini segreti anche alle comitive di studenti diretti agli aperitivi. Ridono, mentre si aggirano, «in compagnia della loro estraneità», per dirla con Corrado Stajano in La città degli untori, tra pietre con le storie di chi veniva ammazzato davanti a un bar, mentre andava in tribunale o nei corridoi dell’università. A poche decine di metri da questi locali, in una fredda mattina di quarant’anni fa si accasciava sul sedile, trivellato di colpi, Emilio Alessandrini, il sostituto procuratore della strage di Piazza Fontana e dell’intuizione di mettere insieme e condividere tutte le informazioni sulla pluralità di attentati. «Emilio, come Guido Galli, suo collega in procura, sono stati colpiti perché non erano repressori implacabili, ma cercavano di comprendere il fenomeno. Anche per prevenirlo: una costante di molti caduti di allora», riflette il figlio Marco, a cui i grandi androni e corridoi del Palazzo di Giustizia progettato dal Piacentini continuano ad apparire «sontuosi canyon di marmo», come ai tempi in cui, bambino, li solcava insieme al padre. Un’austerità che, a chi lo frequenta,  ripete come i «tribunali non debbano mai essere luoghi emotivi, ma spazi dove un grande Paese cerca giustizia e non vendetta». E gli strumenti esistono anche per verificare, per esempio, l’eventuale ravvedimento dei terroristi dell’epoca, che «devono comunque permettere ai giudici di accertarlo e sottostare alle regole», ricorda Alessandra Galli, «e questo nessuno dei latitanti l’ha fatto». Parla con la misura del magistrato, oltre che con il bisogno di giustizia della figlia, Alessandra, che quel pomeriggio in cui tutto cambiò, mentre andava a una lezione di diritto greco con la gonnellona nera e la camicia rosa, riconobbe i capelli di suo padre, in quella sagoma a faccia in giù, con ancora il codice in mano.

Anch’io ricordo perfettamente cosa indossavo la mattina in cui mio padre ci ha lasciato. Ed è strano come il dolore a volte si travasi in dettagli insignificanti. Mi chiedo che cosa significhi per lei, che fa lo stesso lavoro del padre, nello stesso Palazzo di Giustizia, ogni mattina leggere quelle parole scolpite nella pietra, estratto della lettera della sua famiglia agli assassini: «La luce del suo spirito vivrà sempre, annientando le tenebre nelle quali vi dibattete». Una certezza, divenuta impegno concreto, per lei e per tantissimi altri familiari delle vittime del terrorismo che, attraverso l’associazione nata negli anni Ottanta, si impegnano proprio per rinnovare la memoria, «non solo dei caduti, ma dell’intero contesto. Una memoria non solo di persone individuali, ma di un’epoca e di un modo di affrontare la lotta politica divenuta carneficina». Per questo, tra l’altro, con l’associazione portano gli studenti sui luoghi degli attentati dove caddero le persone più note, come il commissario Luigi Calabresi, il giornalista Walter Tobagi, i magistrati Galli e Alessandrini, ma anche tanti civili sconosciuti ai più, come il direttore sanitario del Policlinico Luigi Marangoni, o agenti di polizia penitenziaria, come Francesco Rucci. Perché siano loro, i ragazzi, in prima persona, a ricostruire quelle storie. A farle proprie, a rinnovare nomi e destini, di una stagione che continua a essere aperta. E dolente.

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