La circolazione internazionale di merci e servizi ha radici antiche (persino sumere) e da sempre attira critici. Tra cui il filosofo latino, che rimpiangeva le culture locali spazzate via dell’omologazione. Con parole quanto mai attuali

Quando è iniziata la globalizzazione? La risposta che potrebbe apparire più ovvia è: qualche decennio fa. Lo stesso termine “globalization”, del resto, fa capolino solo agli inizi degli anni Sessanta    (negli stessi anni in cui l’illustre massmediologo Marshall McLuhan diffonde la nozione di “villaggio globale”). Ma si potrebbe anche rispondere che la globalizzazione è iniziata nel 3500 avanti Cristo a Uruk, in Mesopotamia. Proviamo, infatti, a prendere per buona la definizione dell’Oxford Dictionary of Economics, secondo il quale globalizzazione significa che «beni, servizi, capitale e lavoro sono trattati su una base mondiale e le informazioni e i risultati della ricerca si trasmettono con rapidità tra le diverse nazioni». Ebbene, proprio dalla città di Uruk, nell’antica terra dei sumeri, oltre cinquemila anni fa, iniziano a circolare «beni, servizi e risultati della ricerca» (uno per tutti: la scrittura) che in poco tempo diventano globali. Questa circolazione di merci e idee era sostenuta da una rete di scambi internazionali assai più estesa di quanto oggi siamo portati a immaginare. Chi avesse curiosità in proposito, e magari fosse pratico di cuneiforme, può consultare l’archivio commerciale dei mercanti assiri che, intorno al 2000 a.C., avevano aperto una loro agenzia a Kanesh, nell’odierna Turchia. Comunque sia, negli ultimi anni, gli storici hanno iniziato ad applicare il concetto di globalizzazione anche all’antichità. È il caso, per esempio, di Justin Jennings che, nel suo Globalization and the Ancient World (Cambridge 2011), fa iniziare la globalizzazione appunto da Uruk.

Anche gli antichi, dunque, erano globalizzati? Di certo l’idea di un mercato globale non l’abbiamo inventata oggi. Come scriveva già Lenin nel 1916 nel suo acuto e lungimirante saggio L’imperialismo, fase suprema del capitalismo (saggio che meriterebbe oggi attente riletture, specie per le pagine dedicate alle banche e all’economia finanziaria): «Da lungo tempo il capitalismo ha creato un mercato globale». Tra i sumeri e noi, insomma, potremmo mettere in fila varie globalizzazioni, almeno se vogliamo usare il termine in senso generale. È vero che l’antichità era un’epoca in cui un pezzo rilevante di globo (l’America) mancava ancora all’appello. Ma non mancava, per esempio, la Cina: un partner commerciale già allora, con tutte le carovane in viaggio lungo la Via della seta che collegava il Celeste impero a Roma e alle città greche d’Oriente. Mentre il Mediterraneo era già nel II millennio a.C. il fulcro di una serie di scambi che andavano dalle coste dell’Asia a quelle della Spagna, lungo rotte in cui il rame che veniva da Cipro incrociava lo stagno importato dalle isole britanniche attraverso i grandi fiumi europei. Globalizzazione, anche allora, significava creazione di una way of life transnazionale. In primo luogo tra le aristocrazie: nel VII secolo a.C., per esempio, tutte le élite mediterranee (greci, etruschi, fenici) avevano lo stesso stile di vita ed esibivano come status symbol gli stessi vasi illustrati con sfingi, grifoni o palmette. Ma anche l’Atene democratica del V secolo era, a modo suo, “globalizzata”.

In un suo discorso, secondo quanto riferisce lo storico Tucidide, il sommo Pericle diceva: «La potenza della nostra città è tale che da ogni parte della terra affluiscono merci d’ogni genere; ci troviamo così a godere dei prodotti delle altre regioni con un piacere non meno intimo e familiare di quello con cui gustiamo i frutti della nostra terra». Dal punto di vista dei tradizionalisti, però, questa Atene democratica, cosmopolita e “mondialista” era un abominevole melting pot. Un anonimo oligarca del V secolo a.C., in un pamphlet antidemocratico intitolato La Costituzione degli ateniesi, scriveva con sdegno: «Mentre tutti i greci parlano ciascuno il proprio dialetto, e seguono uno stile di vita e una maniera di vestire tradizionale, gli ateniesi mescolano elementi diversi, che prendono sia dagli altri greci sia dagli stranieri».

 

Un modo di ragionare non molto diverso, in fondo, da quello di chi oggi vorrebbe vietare i negozi di kebab perché li considera una minaccia alla civiltà occidentale. Eppure, secondo alcuni, il primo vero manifesto “no-global” risale al tempo di Nerone. Ne è autore il filosofo Seneca che, nella sua tragedia Medea, a un certo punto rievoca il giorno in cui la prima nave ha solcato i mari. Era la nave Argo, costruita dall’eroe Giasone per andare alla ricerca del Vello d’oro. Quel giorno, argomenta Seneca, diede inizio a nuova epoca che ha omologato il mondo, ha distrutto le forme tradizionali dell’esistenza, ha cancellato le culture locali. Una volta ciascuno viveva di quello che gli forniva la terra in cui era nato, scrive Seneca, in una specie di elogio ante litteram del “chilometro zero”. Poi, continua Seneca, il mare si è arreso agli uomini, e ora le navi lo attraversano in continuazione, le merci viaggiano da un angolo all’altro del mondo: «Non ci sono più confini, niente è rimasto al posto di prima, tutto il mondo è una strada. L’indiano si disseta nei fiumi delle steppe, i persiani bevono l’acqua del Reno».

Seneca era anche un politico: fu a lungo consigliere dell’imperatore Nerone che alla fine lo costrinse a tagliarsi le vene. E forse nelle sue parole non c’è solo la nostalgia di un paradiso perduto. Forse la sua requisitoria contro la globalizzazione è anche una critica all’espansionismo degli imperatori che in quegli anni mandavano le loro legioni fin nella remota Britannia. Ma le sue parole suonano stranamente attuali. Alcuni gli hanno attribuito addirittura la visione profetica della futura scoperta dell’America: «Giorno verrà, alla fine dei tempi, che l’Oceano scioglierà le catene del mondo, si aprirà la terra, il mare svelerà nuovi mondi». Questo forse è pretendere troppo. Comunque sia, ci permettiamo di dare un consiglio ai no-global più animosi: alla prossima manifestazione, piuttosto che spaccare le vetrine di un negozio, recitate Seneca. 

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