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Scene di solitudini in un interno

19.03.2019

Silvio Orlando (il secondo da destra) e gli altri quattro attori dello spettacolo “Si nota all’imbrunire (solitudine da un paese spopolato)”

Maria Laura Antonelli

Un ex medico in esilio dal mondo (Silvio Orlando) circondato da familiari preoccupati che, in fondo, non stanno molto meglio di lui. È “Si nota all'imbrunire”, riflessione teatrale dolce-amara sulle nevrosi (e i bisogni) di tutti noi

Gran parte del teatro di Lucia Calamaro ruota intorno al concetto di sorpresa, o meglio di stupore, che talvolta irrompe come epifania, altre aleggia come impalpabile atmosfera lungo la pièce. Nell’Origine del mondo, spettacolo del 2012 vincitore di 3 premi Ubu che le ha regalato la fama, ad esempio, le tre protagoniste (nonna-mamma-figlia) passano il tempo a cercare di smascherarsi a vicenda, con scambi verbali colmi di ironia e disincanto; lo stupore scatta nel finale, nella strana forma di amore che lega indissolubilmente le tre nonostante tutto. Nel caso del suo ultimo lavoro, Si nota all’imbrunire (solitudine da un paese spopolato) – in scena al Teatro Grassi di Milano fino al 31 marzo e in tournée in Italia fino all’estate –, invece, la sorpresa è l’innesco iniziale: 3 figli adulti con lo zio, spiazzati dalla decisione del vecchio padre vedovo di ritirarsi in totale solitudine nella casa di campagna, decidono senza avvertirlo di fargli visita nel weekend. In questo che si delinea come una specie di incipit cechoviano, Silvio, un medico in pensione interpretato con sopraffino mestiere da Silvio Orlando, ribalta le speranze dei congiunti, demolendo a colpi di ironia e melanconico humor i loro tentativi di smuoverlo e farlo tornare in città.

Nonostante la drammaturgia si regga, come recita il sottotitolo, su una recente indagine dell’American Psychological Association che ha battezzato, per la prima volta, un nuovo e pericoloso male nazionale (la “solitudine sociale” che in America ucciderebbe ormai più di quello storico, l’obesità), ciò che preme a Calamaro è svuotare la cornice innervando il contenuto nell’intimità, che è il suo vero “paesaggio teatrale” di cui è acclamata esploratrice scenica. È quindi nelle dinamiche personal-famigliari che compare e scompare questo isolamento sociale, che in Silvio ha preso le fattezze di un autocompiaciuto esilio, di una maschera che indossa per proteggersi dal mondo ma soprattutto dai suoi problematici familiari. A colpi di arguzie, li demolisce man mano mostrando come uno specchio distorto la vera condizione di irrisolutezza di ciascuno: il figlio maschio, Riccardo, arranca stancamente di lavoro in lavoro «inseguendo come tutti una ricchezza che non arriverà mai». Alice, la più fragile, è intrappolata nel proprio io che prova a sbrogliare facendo la poetessa senza aspettative. Maria come il padre fa il medico e si occupa di tutti, ma è sopraffatta dal proprio zelo da crocerossina, che la paralizza fino alla noia. Zio Roberto, fratello maggiore di Silvio, si nasconde dietro un citazionismo compulsivo ma è più che altro un bambinone che vive di rêverie e rimpianti.

Di nuovo irrompe la sorpresa e lo straniamento: è più solo Silvio, che vive di fantasmi, si aggrappa a stupide abitudini e alle manie per «far passare le ore», ma che si conosce più a fondo tanto da dire che il suo mondo interiore è «spopolato», o a essere più soli sono i famigliari, i quali, sebbene inseriti nella società sembrano più di lui imprigionati dalle proprie maschere e dalle proprie paure? Decisivo e ancora sorprendente “rivolgimento”, che sbriglierà la matassa, è la decisione finale di Silvio di abbandonare l’esilio. Il padre compie un sacrificio: svestendo la propria maschera di vittima risentita si apre di nuovo al mondo, ma nella forma della cura dei figli (anche se a parole se ne lamenta a lungo nella pièce), perché ha inteso che sono loro ad aver bisogno di lui almeno quanto lui di loro. Ma Silvio capisce anche di essersi stancato del lutto per la perdita della moglie, amatissima e ancora viva in lui: il suo io era spopolato proprio perché invaso dall’ombra nostalgica della consorte. Catarticamente, nell’anniversario della sua scomparsa Silvio va, da solo, sulla tomba e la saluta sciogliendo il proprio nodo e affrancandosi dal mondo fantasmatico.

Calamaro, col suo sapiente impasto linguistico, fatto di piccoli fatti e situazioni in apparenza banali alternati a squarci e illuminazioni di spessore, conduce in un viaggio interiore in cui la solitudine si rivela paradossalmente una chimera. Come Godot, la teorizziamo ma non si realizza mai, perché in realtà non esiste se non come nevrotizzante arma difensiva. Proseguendo il cammino intrapreso ne La vita ferma, la penultima pièce, Si nota all’imbrunire mette a fuoco la nostra società ombelicale in cui l’Altro non esiste se non in quanto funzionale al nostro disperato, e segreto, bisogno di sostegno. Non esistono più i padri e i figli: le generazioni. Esiste un crogiolo meta-generazionale in cui tutti siamo relegati, impegnati a isolarci e a chiedere aiuto in continuazione ma senza un senso e una cognizione precisi. Attendiamo il nuovo annunciato lavoro, Nostalgia di Dio, per capire se l’autrice, alzando lo sguardo al cielo ci sorprenderà questa volta con una via d’uscita.

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