Viaggi

Socialista, déco, caraibica: L’Avana

di Emanuele Bompan
fotografie di BEATRICE PALLADINI IEMMA
IL 109 01.03.2019

Secoli di stratificazione sociale, culturale e architettonica hanno trasformato la capitale dell’isola in un caleidoscopio di stili. Nel 2019 la città festeggia 500 anni, e per l’occasione si è rifatta il trucco: 16mila edifici rigenerati, decine di luoghi storici riaperti al pubblico e in fase di restauro. Qualcuno anche grazie all’Italia e al progetto Innova Cuba

Il ghiaccio si scioglie lentamente nell’Havana Club Selección de Maestros mentre il dj reggaeton fa riverberare bassi possenti in un dedalo d’installazioni d’arte, corpi laminati di sudore e luci stroboscopiche. Un murale di Fidel Castro, in stile avant-pop, guarda silenzioso la folla stipata all’interno della Fábrica de Arte Cubano. Habaneros e turisti animano affascinati questo tempio moderno a L’Avana, tra foto di coppie transgender, concerti di electro rumba e un cocktail bar terrazzato dove si servono l’ajiaco e i tamales, i piatti della tradizione cubana, stravolti e rielaborati. Non lontano, sul Malecón, il lungomare della città, gruppi di ragazzi bevono birra Bucanero e rum blanco casalingo suonando trova e guaracha, musica folk cubana, o improvvisando strofe hip hop freestyle. «L’Avana è futuro e passato», mi dice uno studente di filosofia seduto sul muro foraneo. «Siamo una città a pezzi, non ci scrolliamo il passato, ma aneliamo e siamo il futuro». Alle sue spalle, il nuovo lussuoso hotel a cinque stelle Iberostar Grand Packard sovrasta palazzine in stile déco erose dagli uragani, dalla salsedine e dalla storia. Intorno, il canto dei ragazzi, le risate dei pescatori, i vestiti leggeri delle signore in attesa del bus.

Quest’anno L’Avana, la più antica delle grandi città del continente americano post-colonizzazione, compie 500 anni. Durante tutto il 2019 si festeggerà con eventi speciali, concerti, mostre. Ma soprattutto, si celebrerà il recupero della città stessa: 16mila edifici rigenerati, decine di luoghi storici riaperti al pubblico e tanti ancora da restaurare e da riscoprire. Più multiculturale di Miami, più intrigante di Rio de Janeiro, più libertina di Panama City e allo stesso tempo la meno internazionale di tutte, tagliata fuori dal mondo dall’embargo americano, L’Avana è un tableau vivant di tutta la sua lunga storia. Una città che fonde in un insieme caleidoscopico architettura moderna completamente restaurata e palazzi art déco in procinto di crollare, solidarietà comunitaria e burocrazia socialista, strade spazzate dal vento caraibico e piazze di gente rumorosamente china in accrocchi intorno a un cellulare alla ricerca di un wi-fi evanescente, mentre cerca di scaricare una foto del cugino fuggito in Florida.

Un edificio del quartiere El Vedado, a Ovest di Habana Vieja.

Uno degli spazi dei Jardines de la Tropical, nella zona di El Cerro.

Un’altra sala dell’edificio in stile moresco immerso nei Jardines de la Tropical.

«L’Avana è una summa delle correnti architettoniche, culturali e degli esseri umani che la abitano. I Caraibi sono come il Mediterraneo americano: come nel vostro mare civiltà e culture si muovono e ibridano da migliaia di anni, così accade nel Caribe», racconta Eusebio Leal, direttore dell’Oficina del Historiador, l’istituzione da lui creata per preservare L’Avana, il suo patrimonio storico e la sua personalità unica. «Il quinto centenario offre la possibilità di riscoprire questa città e di salvarla da una modernizzazione che potrebbe significare la perdita della sua identità», spiega mentre osserviamo i tetti di Habana Vieja. Autenticità: questa parola non è solo uno slogan da ente del turismo. Prosegue Leal: «Vogliamo evitare di finire come Venezia», dove i turisti hanno cacciato gli abitanti. E per sfuggire a questo destino L’Avana ha chiesto proprio aiuto all’Italia. Il progetto Innova Cuba, finanziato dall’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo e realizzato da Arcs culture solidali, sta lavorando per promuovere l’uso delle innovazioni tecnologiche e metodologiche nella conservazione e salvaguardia del patrimonio culturale, rafforzando l’offerta turistica e simultaneamente la crescita economica e sociale del territorio. «Dobbiamo rivalutare il patrimonio storico e culturale dell’Avana. Non solo con il trasferimento dei grandi saperi italiani su restauro e conservazione, ma anche realizzando percorsi di visita e centri d’interpretazione per comprendere davvero la cultura cubana proteggendo la sua fabbrica sociale», dice Mariarosa Stevan, direttrice di Aics-Cuba. Per questo l’Italia sostiene anche il recupero di case popolari restaurate per famiglie bisognose e numerosi altri edifici di rilevanza sociale.

Lavori in corso sul tetto di un edificio di Habana Vieja.

Uno degli spazi della Fábrica de Arte Cubano: ci si va per proiezioni, musica dal vivo, esposizioni artistiche o anche solo per bere un cocktail.

Callejón de Hamel.

Il Malecón, celebre lungomare dell’Avana.

Il centro storico dell’Avana è il punto di partenza di qualsiasi visita. Impossibile non rimanere incantati dai palazzi di Plaza de Armas, il Palazzo dei capitani generali e il luogo simbolo del cinquecentenario, El Templete, il tempio che ricorda la prima messa e il primo consiglio cittadino svoltosi il 16 novembre 1519. E ancora la Plaza Vieja e le altre tre piazze della città storica, dove i caffè rigurgitanti di turisti da crociera si alternano ai negozi di Stato, con gli scaffali mezzi vuoti, a sparute boutique e a venditori improvvisati. La regola del turista vuole che si sorseggi un daiquiri al Floridita (Hemingway lo beveva senza zucchero, orrore per un cubano), si passi una notte nello splendido Hotel Nacional de Cuba – fumando sigari nel giardino che ha ospitato tutte le grandi stelle di Hollywood degli anni Cinquanta – si passeggi intorno al Capitolio Nacional e infine ci s’immortali a bordo di un almendron, le vecchie variopinte Ford e Chevrolet degli anni Quaranta che invadono le strade e i polmoni con le esalazioni delle marmitte.

Eppure L’Avana è una città da visitare perdendosi, fuori dai percorsi ufficiali, in un infinto détournement come solo le città uniche possono offrire. Gli edifici liberty trasformati in carrozzerie. Il reticolo di vie nel rione popolare afro-cubano di Cayo Hueso dove incontrare Salvador Gonzáles Escalona, creatore del progetto di street art di Callejón de Hamel. I numerosi bar e ristoranti del Vedado, frequentatissimi dai locali e dai pochi expats delle ambasciate. I giardini dimenticati come Los Jardines de la Tropical, nella zona di El Cerro, il parco di un’immensa birreria coperta da un padiglione sostenuto da finti tronchi d’albero in cemento e torri avvolte dalle radici e dalle piante, con un edificio in stile moresco da dove si domina tutto il parco (che ci auguriamo che anche esso venga un giorno recuperato). In pochi si spingono fino all’Instituto Superior de Arte (Isa), un complesso sorto sui resti dell’esclusivissimo Country Club (nemmeno il dittatore Fulgencio Batista era ammesso, poiché mulatto), voluto da Che Guevara e Fidel Castro per diffondere le arti tra la popolazione cubana.

Realizzato dall’architetto locale Ricardo Porro e dagli italiani Vittorio Garatti e Roberto Gottardi, questo complesso di edifici in semplici mattoni offre uno dei paesaggi più surreali del Caribe. Gli spazi sono il frutto avanguardista di una visione organica dell’architettura, dalle curve femminili (la fontana a forma di vulva tra due cupole-seni è l’antitesi del fallocentrismo del grattacielo moderno), avvolgente e onirica. Lo spiegò bene Garatti: «Non c’erano più padroni da rappresentare. Dovevano essere architetture da vivere e da godere, spazi di libertà e di vita». Per riportare lustro a questo luogo l’Agenzia per la cooperazione italiana inizierà a restaurare uno degli edifici, la Scuola d’Arte, di Gottardi, nella speranza che presto tutto il complesso venga riportato allo splendore iniziale.

Una parte del complesso dell’Instituto Superior de Arte (Isa).

Nel Vedado non è difficile finire su qualche terrazza e parlare con fotografi, studenti, attori. «Il cariño delle persone, la loro gentilezza, è parte fondamentale dell’Avana, vera città neo-realista», ci spiega l’attrice Laura de la Uz mentre sorseggiamo cuba libre nella lounge dell’ARTeHOTEL Calle 2. «Una città spontanea, di grande creatività, dove gli abitanti sono il bene più importante». Durante il vostro peregrinare accumulerete caffè bevuti in compagnia di una signora anziana che vi racconta la rivoluzione, ragazzi che fanno domande per conoscere i vostri gusti musicali, corridori che si affiancano a voi per percorre un pezzo di Malecón la mattina presto, venditori cortesi più interessati a raccontare una storia che a tormentarvi per un acquisto. «L’Avana è una città in movimento, di speranze e dubbi. Una città cosmopolita, di relazioni reali – e immaginarie, attraverso l’arte – che supera la logica del capitale, è una città che mette l’uomo al centro», racconta lo scrittore Rogelio Riverón. L’Avana non si visita. Si vive.

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