Appendice

Tennesso

IL 109 18.03.2019

James Nicholls

 Nel 2019 si celebrano i 150 anni della Tavola periodica di Dmitrij Mendeleev e il centenario della nascita di Primo Levi, scrittore, ma anche chimico, autore del magistrale “Il sistema periodico”. Per celebrare il doppio anniversario, abbiamo chiesto a quattro scrittori, tutti provvisti di una formazione scientifica, un racconto “ispirato” a uno degli ultimi elementi accolti nella Tavola: nihonio, moscovio, tennesso e oganesso. In più, due guest star che uniscono scienza e scrittura, John D. Barrow e Marco Malvaldi, ci raccontano i loro rapporti con il geniale chimico russo e con il grande autore italiano. Ecco il racconto “Tennesso” di Javier Moreno

 

Benché la sua scoperta fosse stata annunciata nel 2010, il tennesso non è stato accettato come elemento chimico dall’Unione internazionale di chimica pura e applicata (IUPAC) fino all’anno 2016. Il suo numero è il 117, in riferimento alla quantità di protoni contenuti nel suo nucleo. Il tennesso è un elemento chimico sintetico, prodotto quindi in laboratorio. Deriva dalla fusione nucleare di un bersaglio di berkelio (elemento 97) con un fascio di ioni di calcio (elemento 20). È stato classificato come un elemento alogeno, nel gruppo 17 del sistema periodico, insieme con il fluoro, il cloro, lo iodio, il bromo e l’astato. Come tutti gli alogeni, ha uno strato più esterno con sette elettroni. Un elettrone aggiunto al suo strato più esterno lo convertirebbe in un gas nobile, stabile, indifferente al resto dell’universo.

Non è questo il caso.

Il berkelio si produceva in esclusiva nel Laboratorio nazionale di Oak Ridge in Tennessee (Stato a cui devono il loro nome l’elemento chimico e una varietà di whiskey americano). Nel 2009 il Laboratorio nazionale di Oak Ridge produsse ventidue milligrammi di berkelio che fu spedito verso la città russa di Dubna, sede dell’Istituto unificato per la ricerca nucleare, che ha il maggior acceleratore di particelle del mondo destinato alla creazione di elementi superpesanti. Il berkelio, isolato in cinque pesanti casse di piombo, fu respinto in ben due occasioni dalla dogana russa e inviato di nuovo verso gli Stati Uniti. Alla fine, al terzo tentativo, fu accettato dalle autorità russe. A quel punto il berkelio, elemento radioattivo, aveva perso più della metà del suo peso. Una volta che fu arrivato all’Istituto unificato per la ricerca nucleare, il berkelio poté essere fissato a una sottile pellicola di titanio per trasformarsi nel bersaglio degli isotopi di calcio-48.

Dubna è una città piccola, un nucleo abitativo organizzato intorno a una centrale elettrica e all’Istituto unificato per la ricerca nucleare. L’Istituto fu costruito dai prigionieri di un gulag condannati ai lavori forzati. A Dubna si incontra il secondo monumento più alto dedicato a Lenin, di 25 metri di altezza. Dubna fu il luogo di residenza e di lavoro di Bruno Pontecorvo, il fisico italiano che prima collaborò al progetto Manhattan e poi defezionò, per passare sulla sponda comunista. I suoi fratelli e sua moglie erano comunisti. Chiamò suo figlio Tito in omaggio al maresciallo jugoslavo. La faccenda non lasciava spazio a dubbi. Se ne andò dagli Stati Uniti prima che l’FBI si rendesse conto che due più due fa quattro. Si sospetta che Pontecorvo sia stato il responsabile dell’appropriazione da parte dell’Unione Sovietica dei progetti della centrale nucleare canadese NRX, così come di un campione di uranio prodotto nel suo reattore.

Dal momento che la probabilità di fusione è molto bassa (a causa dell’enorme spazio che separa gli elettroni dal nucleo atomico, simile a quello che c’è tra il Sole e la Terra), gli scienziati russi dovettero insistere per mesi nel bombardamento del campione di berkelio, usando ingenti quantità di atomi di calcio. Quella tavola della graphic novel di Frank Miller in cui un milione di soldati persiani scoccano le loro frecce su Leonida e i suoi 300 forse si avvicina abbastanza alla descrizione della scena che ha coinvolto gli atomi di berkelio nell’acceleratore dell’Istituto unificato per la ricerca nucleare. Quando finalmente i nuclei di calcio-48 hanno avuto la meglio sul bersaglio, il nuovo elemento chimico, il tennesso-293, fugace Frankenstein, è rimasto in vita per 14 brevissimi millisecondi.

Le condizioni per qualsiasi scoperta sembrano essere la tensione drammatica e l’avventura. Tuttavia, i modelli teorici assicurano che l’isotopo tennesso-326 potrebbe avere una vita media di più di trecento anni.

Quante nuove cose può creare in questo preciso istante la natura, senza che ce ne accorgiamo. Cose la cui breve vita fa sì che la parola “istante” risulti eccessiva. Migliaia, forse milioni. Tutto è questione di scala. La vita di un uomo, vista dalla prospettiva di una stella, risulta appena un battito di ciglia.

Nessuno può assicurare che nel corso della storia del nostro pianeta non si siano create le condizioni naturali perché si originasse qualche atomo di tennesso-293. Il problema è che non ci sarebbe stata nessuna apparecchiatura umana per osservare la sua brevissima vita. È possibile che esistano isotopi di tennesso-326 distribuiti in lungo e in largo nel pianeta, nascosti in uno strato geologico, sotto il ghiaccio dell’Antartide, fluttuanti nell’aria o aderenti alla pelle di qualcuno di noi come un parassita invisibile.

Tutto si muove tra la previsione e l’imprevedibile.

C’è un’attrazione per lo sconosciuto. È come se la specie, qualunque specie, si riservasse la sua giocata con il caso e scegliesse alcuni dei suoi membri per dirigerli verso l’inesplorato in cerca di non si sa che cosa. La specie si comporta quindi come un elemento radioattivo che emette periodicamente individui fuori dal suo nucleo, esseri che perdono la bussola e seguono la traccia di un sogno. Il pinguino che volta le spalle al gruppo e finisce per scomparire tra i ghiacci nel film di Werner Herzog Encounters at the End of the World, il cadavere di leopardo congelato sulla cima del Kilimangiaro di cui ci parlava Hemingway, David Livingstone, oppure lo spermatozoo che contro tutti i calcoli finisce per fecondare l’ovulo. Così le specie manifestano il loro carattere instabile, la loro inclinazione a modificare l’ambiente circostante per opera della pazzia o della serendipità. Ben di rado questi individui tornano per raccontarlo. Quasi sempre il risultato consiste in un sacrificio incosciente e inutile. A volte, però, l’esploratore si imbatte in qualcosa di nuovo. E in alcuni casi ritorna per riferire la sua notizia alla comunità. In altri casi, al contrario, decide di riservare per sé il luogo che ha scoperto e di fondarvi una colonia, anche se è una colonia solitaria. O una nuova vita. Le probabilità che esista vita extraterrestre sono tanto grandi (o tanto piccole) come quelle di incontrare la Coca-Cola in natura in un pianeta dello spazio esterno. Nel corso di millenni il pensiero ha cercato di tracciare una chiara linea di demarcazione tra il naturale e l’artificiale, tra quello che è prodotto dall’uomo e quello che nasce spontaneamente dalla natura. Tuttavia, le probabilità che una qualsiasi invenzione umana esista o sia esistita in qualche recesso del cosmo, per quanto siano minuscole, non sono nulle. La natura è la maestra indiscutibile dell’arte combinatoria.

Il sudario dell’inverosimiglianza non impedisce l’insorgere delle realtà più strambe: l’orchidea, l’argentinosauro, la Ford Mustang Dragster. La chimica del carbonio è qualcosa di straordinario, inaudito dal punto di vista di un feldspato. La chimica del carbonio è quanto di più avanguardista sia capitato alla galassia negli ultimi milioni di anni.

Niente impedisce di immaginare che la Nike di Samotracia sia in realtà un meteorite.

La storia può convertirsi in una metafora dell’acceleratore di particelle. Colombo e i suoi compagni che si scontrarono con delle Indie che poi risultarono non essere tali. Oltre ad alcuni pappagalli e ad alcune cortecce di alberi che voleva far passare per cannella, Cristoforo Colombo nel viaggio di ritorno portò sulle sue caravelle dieci indios caraibici. Possiamo immaginare la scena dei dieci indios, agghindati con piume e perizomi e «anelli d’oro nelle orecchie e al naso», che arrivano a Barcellona e sono ricevuti dai Re Cattolici. In quell’occasione, sono gli indigeni che si scontrano con i Regni di Castiglia e di Aragona e da tale scontro nasce quello che più tardi si trasformerà in un impero. La Spagna come un elemento prodotto in quei laboratori che sono i viaggi di esplorazione, i troni, le alcove, i saloni del regno. Una mescolanza di previsione e di caso, come in tutte le scoperte. Il Re Ferdinando offre la sua mano a uno degli indios e l’indio non sa bene che cosa farsene. Alla fine, come ha visto fare ad altri prima di lui, la prende tra le sue. Portando l’indice al suo petto, l’indio pronuncia una parola che solo il Re sente. Colombo spiega al Re che l’indio desidera scambiare il suo nome con quello di Sua Maestà, che così fanno quei selvaggi quando incontrano un uomo degno di ammirazione e che adottare il suo nome è come diventare in qualche maniera partecipe del suo potere e delle sue ricchezze. Il Re Cattolico, gonfio di orgoglio, lascia correre. È così che il caraibico riceve nel suo battesimo il nome di Ferdinando d’Aragona, mentre il Re Cattolico custodisce in segreto il nome pronunciato dall’indio con il quale certe volte, quando nessuno lo sente, chiama se stesso, affascinato dalla possibilità che il Re di Spagna sia un indio. A simili paradossi conduce il nominalismo.

Un atomo di tennesso-326 ha fatto un salto da una delle piume del pennacchio dell’indio al regale naso del Re Cattolico; da lì passerà, con un bacio, alla guancia adolescente di sua figlia Giovanna, che lo tramanderà a suo figlio Carlo V, che a sua volta lo trasmetterà, con un abbraccio, a don Giovanni d’Austria, suo capitano e figlio illegittimo. Ne perdiamo definitivamente le tracce nel fragore della battaglia di Lepanto.

Ricordiamo, casomai, che da quelle parti si trovava Cervantes.

 

(Traduzione di Guido De Franceschi)

 

Javier Moreno, spagnolo, è scrittore, poeta e docente di matematica (ma ha studiato anche Letteratura comparata). Il suo ultimo libro, ancora non tradotto in italiano, è la raccolta di racconti Un paseo por la desgracia ajena” (Salto de página)
 

ILLUSTRAZIONI DI JAMES NICHOLLS

Nel progetto “The Illustrated Periodic Table” (2015-2017) James Nicholls mostra gli usi scientifici e quotidiani di tutti gli elementi. Per quanto riguarda invece gli elementi sintetici che non hanno una funzione, i disegni raccontano il luogo in cui sono stati ottenuti e gli scienziati che li hanno studiati.
Chiudi