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Gli spettri siamo noi

IL 109 21.03.2019

The Rabbit, 1994, olio su tela

Ben Blackwell. Courtesy David Zwirner, New York/London

Le opere di Luc Tuymans, in cui la figura si staglia appena, avvolta nella nebbia dell’indistinzione, sono perturbanti. Perché parlano anche di chi le osserva. A Venezia, Palazzo Grassi, dal 24 marzo

Osservare un dipinto di Luc Tuymans (Mortsel, Belgio, 1958) è un’esperienza perturbante. Perché i soggetti dei suoi quadri sono spettri e quegli spettri siamo noi: confusi dalla retorica della storia ufficiale e della propaganda, trascinati nel vortice delle immagini che ci investono a ritmo sempre più serrato. «Non mi interessa l’estetica. Mi interessano il significato e la necessità», affermava già nel 1996. Una dichiarazione d’intenti che ha dato vita a uno stile unico e a una credibilissima – e necessaria – versione alternativa della Storia. Le fonti sono immagini trovate sulle riviste o sul web, tratte dalla televisione oppure scattate in prima persona con macchine poco tecnologiche, per favorire il processo di alterazione che si compirà sulla tela. I suoi oli tendono al monocromo, ma il colore affiora in piccoli particolari e occhieggia nei punti di transizione. La figura si staglia appena, avvolta nella nebbia dell’indistinzione: l’occhio deve calibrarsi per afferrare ciò che sta guardando.

Il campionario di soggetti sembra casuale, ma è selezionato con clinica (e cinica) precisione. L’Olocausto, il postcolonialismo, l’11 settembre sono alcuni dei suoi temi, trattati quasi sempre allusivamente, in qualche caso esplicitamente. In anni recenti, entrano nella sua gamma anche immagini tratte dai reality show. Per l’autoritratto del 2008 sceglie un’immagine della sua ombra scattata con l’iPhone. E quando ritrae la regina Beatrice d’Olanda nel dipinto Hm (2012), l’omaggio sconfina nella parodia.

Dal 24 marzo, la mostra La pelle (titolo del romanzo di Curzio Malaparte del 1949), riunisce ottanta lavori dal 1986 a oggi. Dai primi esperimenti sui toni del grigio si passa a dipinti dalla sconcertante “violenza minimalista” come The body del 1990, nel quale una bambola evoca un corpo umano disarticolato. Da dipinti “a chiave” come München (2014), in cui la misteriosa immagine è tratta da un corteo di carnevale svoltosi durante il primo anno del Terzo Reich, si arriva a lavori recenti dall’allucinato sapore hitchcockiano come Twenty seventeen del 2017. Un’antologica fondamentale per approfondire l’opera di un rivoluzionario dell’arte contemporanea, pittore dallo stile maestoso pur nell’economia espressiva e dotato di rara onestà e profondità intellettuale.
 

Luc Tuymans, La pelle, Palazzo Grassi, Venezia, dal 24 marzo 2019 al 6 gennaio 2020

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