Un alunno intraprendente, un professore frustrato e una famiglia borghese in un testo che ha il sapore del thriller: “Il ragazzo dell'ultimo banco”, così ricco di temi e di ambiguità da perderci la testa

Partendo dalle parole dell’autore («Non è detto che perché abbia scritto una commedia sia anche capace di comprenderla: lo faccio precisamente perché gli altri mi aiutino a capirla») e dalle premesse di un testo che ha rivoluzionato la critica (Opera aperta di Umberto Eco), Il ragazzo dell’ultimo banco del madrileno Juan Mayorga è una pièce che dà luogo a un diluvio di interpretazioni. Con un’avvertenza: non è per tutti. Nonostante l’efficace lavoro registico di Jacopo Gassmann (38enne ultimogenito del grande Vittorio), bravo a muovere le scene usando video a tutto schermo e quinte semoventi che diventano box claustrofobici, la densità di temi nel testo è tracimante.

La storia ruota intorno al rapporto tra Germàn, un professore di letteratura frustrato e collerico, e Claudio, un suo introverso studente senza madre e con un padre assente. Il giovane lo sorprende scrivendo temi che contengono descrizioni all’insegna del più crudo “verismo”: con la scusa di aiutare in matematica Rafa, un compagno di classe, Claudio penetra nella sua casa osservando e descrivendo, lucidamente rapito, le dinamiche della famiglia benestante che non ha mai avuto. Il cinico gioco di Claudio, che porta avanti con la complicità del professore, è indovinare i segreti della famiglia “adottiva”, e catturarli in puntate che diventano via via capitoli di un romanzo sempre più simile a un piccolo noir hitchkockiano.

Presenza fissa nella famiglia di Rafa, carattere nichilista e autodistruttivo da cui non è attratto, così come neppure dal padre, Rafa Sr., noioso profilo commerciale con un’assurda passione per le partite dei Grizzlies, anonima squadra di basket americano, Claudio trova infine una luce in Ester. L’infelice madre di Rafa si astrae occupandosi ossessivamente della casa ma desidera segretamente una nuova vita. Germàn, nonostante gli avvertimenti della moglie Juana, si fa prendere la mano e proiettandosi nell’allievo lo manipola per arrivare a un finale col botto. Ma il professore è a sua volta manipolato da Claudio, che lo prende sottilmente in giro giocando al gatto col topo con le sue richieste.

L'autore, Mayorga, nato nel 1965 a Madrid, laureato in matematica e filosofia, ha alle spalle un lungo periodo di docenza

Il pregio della pièce – e torniamo all’incipit di Mayorga – è che la cosa sfugge di mano a tutti: Germàn si rivela goffamente condizionato dal suo passato di scrittore fallito, mentre Claudio cade vittima di un surrogato edipico, innamorandosi di Ester e scrivendole una poesia scoperta da Rafa. È qui che parte il primo dei finali possibili della storia: in un gioco all’autosvelamento, i protagonisti seduti uno di fronte all’altro provano a descrivere a parole il finale, senza metterlo in scena. Irrompe così una forma di straniamento artistico, di azione meta-drammaturgica che disorienta lo spettatore: l’autore mostra di non credere fino in fondo alla sua storia, fornita di un finalino che passerà quasi inosservato, ma che è la lama catartica della vicenda. Sull’orlo della caduta nel vortice, Ester si ridesta, si nega alla tensione erotica pseudo-edipica e sceglie di abbracciare “maternamente” Claudio, rivelando la vera posta in gioco: il bisogno negato d’amore.

In questa specie di finale convergono tutti i temi che affastellano questa scrittura teatrale, e anche la mente di un autore colto e complesso (brillante matematico passato al teatro e alla letteratura): la perdita dell’aura della letteratura nel nostro tempo, l’impossibilità di trasparenza nelle relazioni a causa di pulsioni contradditorie, la caduta malinconica in un mondo mercificato in cui nulla sembra più avere un senso. Con un però. Il bisogno d’amore e di riconoscimento reciproco resta una piccola, ma aurorale risorgenza. Il ragazzo all’ultimo banco non vuole in realtà diventare uno scrittore famoso, vuole essere amato per il solo fatto di esistere, come il bambino piccolo che fu, abbandonato dalla madre a 9 anni. E qui irrompe anche la psicoanalisi a shakerare il tutto, e anche la soglia di concentrazione dello spettatore, bombardata dagli incroci filosofi e meta-teatrali della pièce.

Il ragazzo all’ultimo banco, prima produzione del Piccolo Teatro per la regia di Jacopo Gassmann, è al Teatro Studio Melato di Milano fino al 18 aprile e poi in tournée nel resto d’Italia.
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