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Ballare con il proprio lato oscuro

IL 110 25.04.2019

La cantautrice neozelandese (che ora vive a Cardiff) Aldous Harding

Il nuovo disco “Designer” della cantautrice neozelandese Aldous Harding (nata Hannah Harding) suona più elegante ed equilibrato rispetto al precedente “Party”. E le sue canzoni seducono anche quando i testi su dolori, desideri e paure sono rompicapi per solutori più che abili

Aldous Harding parla malvolentieri delle sue canzoni. Le rare volte in cui lo fa, misura le parole, fa pause interminabili, risponde come se ogni domanda la cogliesse di sorpresa. A volte offre spiegazioni astratte e incomprensibili. A un certo punto cita Walt Whitman: «Contengo moltitudini». Si riferisce alle personalità che assume nel magnifico terzo album, Designer, che uscirà a fine aprile. Ogni canzone è interpretata con una voce diversa. «Cantare è come dipingere e io non voglio rappresentare tutte le volte la stessa scena».

Neozelandese che ora vive a Cardiff, dove nel tempo libero lavora come tosatrice di cani «ché si deve pur far qualcosa quando non si è in tour», Harding è una delle cantautrici più strane e originali emerse negli ultimi cinque anni. Ha un grande merito: ha ridato carattere al folk acustico, ripristinandone carisma e mistero. Nata Hannah Harding nel 1990, figlia di due musicisti, è conosciuta da pochi, ma quei pochi l’adorano. Gente come Lorde, che un paio d’anni fa l’ha definita «la musicista più interessante in circolazione», o come John Parish. Il braccio destro di PJ Harvey dice che Harding può fare cose incredibili con la voce senza mai ostentare la sua bravura. È stato Parish a produrre Designer, riempiendolo di dettagli semplici e raffinati, graffi penetranti di violino, suoni naïf di flauto dolce, frasi di marimba, tappeti di percussioni insolitamente sexy per una folksinger che fino a ieri pubblicava canzoni austere e solenni che prendevano vita in concerti perturbanti. Quand’è su un palco, Harding scruta il pubblico, si contorce in smorfie inquietanti, seduce e mette a disagio. Mai fatto teatro? «No, però mia madre è attrice e burattinaia», dice, ed effettivamente le performance della cantante sono state paragonate al teatro giapponese Bunraku.

Quest’intensità quasi maniacale è attutita in Designer, che suona più elegante ed equilibrato rispetto al precedente Party. «È più leggero. Forse perché sono cresciuta, mi sento più sciolta, a mio agio». Oggi come ieri, ascoltare le canzoni di Aldous Harding significa addentrarsi in un territorio inesplorato. Sono intense ed enigmatiche, piene di metafore e visioni sorprendenti. Seducono anche quando i testi su dolori, desideri e paure sono rompicapi per solutori più che abili. «Concepisco le canzoni per immagini, comunico tramite metafore». E così, nel video del singolo The Barrel, che la cantante ha diretto con Martin Sagadin, la camera s’infila sotto enormi lenzuola. E lì, in un mondo parallelo, appare lei, bella e severa, con addosso un vestito nero vagamente da amish. In testa ha un cappello dalla cupola altissima, come quello di Alejandro Jodorowsky alchimista nel film La montagna sacra. Alla fine della canzone, Harding resta in biancheria intima e manifesta una gioia spudorata agitando delle maracas. Ha ragione la cantautrice Fenne Lily quando dice, più o meno, che questa ragazza ha un modo stranamente affascinante di ballare col suo lato oscuro.
 

Aldous Harding, Designer, dal 26 aprile

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