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Brexit, un pericolo anche per fish&chips

IL 110 22.04.2019

Il Billingsgate Fish Market di Londra

Tra le materie da affrontare, Londra ed Europa dovranno parlare anche di pesca. Il rischio è che il celebre fritto diventi una costosa rarità

Il fish and chips è il piatto simbolo della tradizione britannica. Durante la Grande guerra, il governo fece di tutto per mettere al sicuro le scorte dei due ingredienti principali; negli anni della Seconda guerra mondiale, fu uno dei pochi cibi a non venire razionato. Ne parlava, citando un «magazzino di pesce fritto», Charles Dickens nelle puntate di Oliver Twist pubblicate sulla Bentley’s Miscellany nel 1838. Ora, a causa della Brexit, il fritto di patate e pesce (da tradizione, solo cod o haddock, cioè merluzzo ed eglefino), rischia di trasformarsi da popolare street food a costosa rarità.

Le ultime statistiche annuali sulla pesca parlano chiaro. Le specie più catturate dalle navi che battono la Union Jack sono sgombri e aringhe: 95mila tonnellate i primi, 44mila i secondi. In totale, fanno il 31 per cento del pescato britannico. Nessuno dei due viene utilizzato per il famoso street food. Entrambi finiscono in larga parte sui mercati esteri. Ben l’81 per cento degli sgombri pescati, cioè 77mila tonnellate, viene esportato. Così come il 93 per cento delle aringhe, 41mila tonnellate. Il primo acquirente? In entrambi i casi, i Paesi Bassi. Il discorso si ribalta se analizziamo i dati di merluzzi ed eglefini, gli unici due che – come dicevamo – possono essere utilizzati, secondo la tradizione, per il fish and chips. Ogni anno, le navi britanniche catturano 33.600 tonnellate di haddock e 21mila tonnellate di cod, cioè rispettivamente il 7 per cento e il 5 per cento del pescato del Regno Unito. Il quale, esportando soltanto 1.200 tonnellate di merluzzo, ne importa ben 47mila, cioè oltre la metà (il 58 per cento) del consumo annuale del Paese. Ancora più sbilanciate sono le cifre dell’eglefino: 16.800 tonnellate su 21mila vengono vendute all’estero, ma ben 110mila, pari all’83 per cento del consumo, vengono importate. Da dove? Soprattutto Norvegia, che fa parte dello Spazio economico europeo (Eea), e dall’Islanda, membro dell’Associazione europea di libero scambio (Efta).

Sarà durante il periodo di transizione post Brexit che Regno Unito e Unione Europea dovranno trovare un accordo commerciale. Anche per quanto riguarda la pesca. C’è tempo fino a luglio 2020. E un’intesa conviene a tutti, a partire da Danimarca, Francia, Paesi Bassi, Belgio e Irlanda, le cui navi pescano nelle acque britanniche; ma soprattutto al Regno Unito, che, pur riprendendo il controllo sui suoi mari, rischierebbe di perdere l’accesso ai mercati più importanti per il suo export e a quelli che riforniscono l’isola di merluzzi ed eglefini. Con pesanti ricadute sia per i pescatori sia per i consumatori. Quelli di fish & chips, soprattutto.

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