Appendice

Campioni

IL 110 18.04.2019

«Fece rimbalzare un paio di volte la pallina. Si fermò. Ruotò un paio di volte l’impugnatura della racchetta. Si fermò. Tutta la solita liturgia. Forse mi voleva far capire che non lo dovevo sottovalutare.
“C’è una sola cosa che devi promettermi”, mi disse. “Devi giocare sul serio, ok?”». Un fulminante racconto sulla vittoria e sulla sconfitta, dentro e fuori dal campo da tennis

Lo incrociavo sempre sotto casa. Era vestito di stracci. A volte allungava la mano per l’elemosina, altre volte restava immobile, chiuso in un silenzio sdegnoso.

Un giorno mi disse: «Voglio fare un game con te. Una partita non la reggo, ma un game ce la posso fare a tenerti testa. Ti vedo sempre in televisione, ho visto quasi tutte le tue partite. Almeno quelle che decidono di trasmettere quegli stronzi al bar dell’angolo».

Gli sorrisi e tirai dritto. Passarono alcuni anni, io ero sempre in giro ma tra un torneo e l’altro tornavo a casa e lui era lì sotto, qualche metro più indietro, qualche metro più avanti. Non era troppo vecchio, ma l’orgoglio era stato vinto dalla fame. Adesso chiedeva l’elemosina sempre, a chiunque. Negli occhi non gli restava più niente? S’era arreso? Credo che fu per i suoi occhi che glielo proposi.

«Vieni a farti un game?», gli chiesi.

«E dove?».

«Sul tetto di casa mia c’è un campo da tennis».

Prima di salire sul tetto gli feci fare una doccia. Fissavo gli stracci puzzolenti che si era tolto di dosso sparpagliati sulle mattonelle del bagno. Non so cosa cazzo mi fosse preso. Me ne ero sempre fregato delle ingiustizie sociali, era qualcosa che non mi toccava, non mi riguardava. Forse stavo invecchiando, forse ultimamente avevo perso qualche partita di troppo.

Oltre che una racchetta, gli diedi anche maglietta e pantaloncini.

«La roba bianca è chic», mi disse, con un sorriso. «Non mi piacciono quelle schifezze tutte colorate di adesso».

Annuii mentre lo vedevo incantarsi davanti alla bacheca dei trofei.

«Quanti Grand Slam ci sono qua sopra?», domandò.

«Diversi».

Il sole del primo pomeriggio cadeva a strapiombo sul tetto, facendo rilucere le linee del campo sintetico.

«Sei pronto?», gli feci. «Vuoi battere?».

«Certo che voglio battere io».

«Io ci sono».

Fece rimbalzare un paio di volte la pallina. Si fermò. Ruotò un paio di volte l’impugnatura della racchetta. Si fermò. Tutta la solita liturgia. Forse mi voleva far capire che non lo dovevo sottovalutare.

«C’è una sola cosa che devi promettermi», mi disse. «Devi giocare sul serio, ok?».

«Ok, gioco».

«No, davvero. Non pensare di infinocchiarmi, voglio un game solo e voglio che tu lo giochi al cento per cento. Come se avessi di fronte… Chi è quello stronzo che ti ha battuto al tie-break di recente?».

Sorrisi: «Rafael».

«Ecco sì, lui. Fai come se giocassi contro di lui».

Annuii e ci rimettemmo in posizione.

Provò a fare due battute forti e in entrambe le occasioni la palla finì sulla rete. 0-15.

«Invece di tentare l’ace prova a mandare di qua la pallina, ok?», azzardai.

«Non dirmi come devo fare, ok? Non accetto suggerimenti».

Disse di non accettarlo, ma in realtà lo accettò. Al terzo tentativo mi spedì una pallina al rallentatore. Con un dritto lo infilzai lungo linea, però almeno avevamo giocato. 0-30.

Il servizio non era davvero il suo forte, probabilmente non riusciva a inarcare la schiena correttamente. Era a pezzi, anchilosato, dolorante. Tuttavia la pallina riuscì a scavalcare la rete. In un balzo allungai la racchetta e gli rispedii un drop-shot velenoso. Lo vidi arrancare verso la rete. Se fossimo stati su un campo di terra battuta avrebbe potuto sperare in una scivolata, ma la gomma del sintetico non gli offriva speranza. La pallina toccò terra inesorabilmente. 0-40.

«Sei a zero?», gli feci notare, per motivarlo.

«Chi se ne frega», rispose, fuori di sé. «Chi è che c’ha qualcosa? Nessuno c’ha niente».

Batté ancora in quel modo spento che non gli dava nessuna possibilità. Era spacciato e lo sapeva. Lo fulminai con un passante incrociato. Mi ricordai delle sue parole, che non avrei dovuto prenderlo sottogamba, e picchiai sulla pallina il più forte che potei. Game. Neppure un punto gli avevo lasciato ed era stato giusto così. Le ingiustizie sociali non c’entravano più niente. Le avevo temporaneamente risolte offrendo la racchetta e la divisa. Il tennis andava più in profondità. Il tennis era spietato come la vita. Sennò a che sarebbe servito?

Andammo entrambi a rete per stringerci la mano.

«Non mi sono risparmiato», gli confermai.

Non rispose niente, gli occhi erano tornati quegli arcigni dei primi anni, quando tirava indietro la mano e si rifiutava di prendere l’elemosina.

«La racchetta puoi tenertela, se vuoi», gli feci. «E anche la divisa».

Arrancava, c’aveva il fiatone.

«Tra tutte, questa resterà la sconfitta più bella della mia vita», disse.

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