Sì, “Contro la meritocrazia”, che con il merito non c’entra più quasi niente. Tant’è che proprio quelli che gridano «Meritocrazia!» alimentano nel frattempo il rancore verso chi sa qualcosa e quindi è già qualcuno perché se l’è meritato

Ma come si fa a manifestare pubblicamente una diffidenza per la parola “meritocrazia” e a gridare la propria insofferenza per questo slogan, che ormai non è altro che una vescica vuota? Perché, certo, a sollevare dubbi sulla meritocrazia si fa la figura di chi sputa nell’acquasantiera, di chi difende l’opposto del merito e quindi approva i privilegi, gli steccati ormai marci delle ridotte aristocratiche, i diritti di nascita, le raccomandazioni, le spintarelle, le tangenti, i potentati, le conventicole, le lobby, le cerchie, il latifondo (La Casta! La Casta!! La Casta!!!). Eppure il merito non ha ormai più niente in comune con l’ecolalica ripetizione di «me-ri-to-cra-zia-me-ri-to-cra-zia-me-ri-to-cra-zia». Infatti, proprio dietro la maschera di una lotta meritocratica contro le baronie, si è nel frattempo fatto strada un fenomeno contraddittorio: il disprezzo per la conoscenza, l’esaltazione delle teorie raccogliticce costruite con metodi fai-da-te su internet, l’avversione per certe comprensibilissime sbrigatività à la Burioni – guai a chi, dopo aver studiato per decenni, non si mette pazientemente su un piano di parità, in una discussione nell’agone pubblico, con centinaia di mitomani, loro sì insopportabilmente presuntuosi, che sostengono bislacche controtesi che perlopiù hanno, come unica fonte in bibliografia, la Rete.

Quindi, incredibilmente, presso gli stessi propagandisti di un futuro radioso in cui tutti vedano finalmente riconosciuto il proprio valore, quel valore che lorsignori non hanno mai voluto apprezzare, il mantra della meritocrazia convive spesso con la rancorosa diffidenza verso chi sa qualcosa e quindi già è qualcuno, proprio perché se lo è meritato. E, allo stesso modo, il dogma del curriculum convive spesso con la ridicolizzazione dei professoroni che “pensano di sapere tutto loro”, proprio perché incidentalmente loro un curriculum ce l’hanno – un curriculum inteso, in questo caso, come stratificazione di un sapere profondo e di una competenza vasta, non come una paginetta compilata in formato europeo e con qualche dettaglio cosmeticamente aggiustato.

La meritocrazia, ormai, con il merito non c’entra niente. Ecco perché si può e si deve combattere se non la meritocrazia, almeno la “meritocrazia reale”, cioè quella mostruosa tirannia, ancora fortunatamente incompiuta, di quelli che sanno poco e meritano pochissimo, quella forma degenerativa e grottesca di meritocrazia che sta al merito come il socialismo reale stava al socialismo. Se sulla fronte di chiunque sappia fare qualcosa o dire qualcosa viene stampigliato il marchio di professorone e i portatori di questo stigma vengono spediti nelle latomie; se i rinnovatori sono affetti da una febbre palingenetica degna di Pol Pot e dicono di voler premiare quelli che se lo meritano, ma non lo faranno finché non avranno finito il loro lavoro di ripulitura e non sarà più rimasto nessuno a meritarsi alcunché; se l’idolatria del curriculum supera ogni barriera del ridicolo e per rappresentare il Paese all’estero la menzione del conseguimento di una laurea in Geopolitica del terrapiattismo all’Università di Atlantide vale più della trentennale carriera in qualche organizzazione internazionale di un laureato in Chimica; se ogni talento divergente e genialoide, che è evidentissimo per chi lo abbia frequentato in precedenti esperienze lavorative, ma è impossibile da intrappolare nella fredda schematicità di un c.v., non ha più alcun valore; se tutto è soltanto un punteggio, se tutto è un questionario a risposta chiusa e alla portata di tutti perché sennò non è democratico, se questa è la meritocrazia reale, allora ciao merito.

Il problema sta forse nel maledetto suffisso “-crazia”. Non serve essere anarchici per sapere che appena si attribuisce a qualcosa – anche alle cose più nobili, come il merito o perfino il demos – la legittimità di un comando in condizione di monopolio, ecco che questo potere esclusivo sbrodola in strapotere. E presto appare, in tutto il suo cupo sprofondo, la divaricazione sempre più larga tra una cosa come avrebbe dovuto essere nei sogni di chi era in buonafede e la sua versione realizzata – tra la meritocrazia, quindi, in questo caso, e la meritocrazia reale. Ma forse il problema sta invece nel sempre più frequente cortocircuito tra concetti opposti, ma contrabbandati come uguali e nella tendenza a nobilitare anche le pratiche più bieche con etichette che non c’entrano niente. L’apertura di credito nei confronti delle più risibili fake news è spacciata per controinformazione, quando non direttamente per controcultura. La trasformazione dei talk show televisivi in un gigantesco Hyde Park corner, in cui il luminare e il freak sono considerati alla pari, è spacciata per libertà di espressione. Lo spazio concesso a qualunque ciarlatano è spacciato per salutare incrinatura del pensiero unico. L’assalto sulla base del nulla a ogni consolidato sapere scientifico è spacciato per virtuosa coltivazione di quel dubbio che tanto ha fatto avanzare l’umanità. Non c’è quindi niente di cui stupirsi se, al dunque, il tentativo di applicare la meritocrazia, in Italia, in Europa e nel mondo, non sta avendo quasi niente a che vedere con il merito.

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