Uguale a ogni altra città russa: stesse piazze squadrate, stesse statue di Lenin. Diversa da tutte: la capitale degli Urali vive in bilico tra Europa e Asia. Qui morì l’ultimo zar, qui nacque Boris Eltsin: la fine dell’impero russo e quella dell’impero sovietico

Con quante altre città russe potrebbe essere gemellata Ekaterinburg? Neve, bàbushke in fila sul marciapiede con in mano qualcosa da vendere, il braccio teso di un Lenin che ancora declama. Piazze squadrate e vialoni su cui si affacciano i palazzi del potere, colonne neoclassiche e gradinate che si alternano alle krusciovke d’epoca sovietica – case popolari a cinque piani – e ai palazzoni-formicaio di periferia, con i condizionatori arrugginiti e i balconcini trasformati alla bell’e meglio in verandine per strappare un po’ di spazio al gelo. Luoghi identici, riprodotti all’infinito. Un film di culto ai tempi dell’Urss si fa gioco dell’uniformazione architettonica dell’era Brezhnev. Ironija sudby, ili c ljogkim parom: ironia del destino, o: buona sauna! Bisogna guardarlo rigorosamente a Capodanno: quando un gruppo di amici, dopo aver festeggiato appunto in sauna, per sbaglio mette su un aereo Zhenia, completamente ubriaco. Lui dovrebbe raggiungere la fidanzata a Mosca: ma quando atterra a Leningrado ancora intontito dalla vodka e dà l’indirizzo a un tassista il nome della via, il numero, il palazzo, l’ingresso e la chiave sono identici; perfino l’interno dell’appartamento è standard. In questa commedia degli equivoci, Zhenia si rende conto della differenza solo al ritorno della padrona di casa.

La Russia ripete se stessa: scorri alcune immagini di Ekaterinburg e potresti essere ovunque, nel grande Nord di Murmansk o a Grozny, Cecenia; fuori Mosca o a Volgograd, oppure a Khabarovsk, Estremo Oriente. Anche ora che l’impronta del presente si intreccia con l’eredità sovietica. Nella capitale degli Urali ci sono grattacieli moderni, centri commerciali e Burger King: ma davanti al mercato c’è un venditore di valenki – gli antichi stivali di feltro dei contadini – e le vie si chiamano ancora, come altrove, Proletarskaja, Pervomajskaja (del primo maggio), Prospekt Lenina, uliza Mashinostroitelej (via dei metalmeccanici). È solo parte del quadro. Il Cremlino intende trasmettere le comodità, la bellezza e lo sviluppo di Mosca e Pietroburgo (la Leningrado di Zhenia) alle altre città russe, aiutandole a recuperare il passato e la loro diversità. A partire da quelle più fortunate per risorse economiche, naturali e culturali.

Venditrici nelle vicinanze di uno dei tanti mercati della città

Venditore tagico con il suo banco di “valenki”, i tipici stivali in feltro

Un macellaio proveniente dall’Asia centrale

Uno dei mercati della città

Ekaterinburg, tra queste, è unica. Per prima cosa perché è nata dove l’Europa finisce. Sbilanciata un po’ verso l’Asia, di 41 chilometri per la precisione, proiettata verso la Siberia dagli Urali che le hanno regalato grandi ricchezze minerarie. Per questo nel 1723 Pietro il Grande, uno zar che di creare città dal nulla se ne intendeva, diede ordine di fondare questa roccaforte-fabbrica rivolta alla parte più remota dell’impero. E ne fece la propria capitale del ferro: se Pietroburgo doveva essere la finestra sull’Europa, la città di Caterina, moglie di Pietro e poi zarina, sarebbe stata la finestra sull’Asia. Lo testimoniano oggi i suoi figli, mescolanza di tratti asiatici e tartari e slavi sui volti per le strade, al mercato, nei bar. A passeggio sul fiume ghiacciato.

Fabbriche, miniere, snodo ferroviario lungo la Transiberiana, e non solo: per proteggere dall’attacco tedesco l’industria pesante convertita alla difesa, Stalin la fece trasferire qui. E qui rimase. Per questo Ekaterinburg è stata città chiusa agli stranieri fino al 1990. Il passato a poco a poco riemerge, e nella città delle miniere è spesso archeologia industriale. Un gruppo di studenti, per esempio, sta ridando vita alla Torre Bianca, simbolo del costruttivismo degli Anni 30. La più grande torre-serbatoio d’acqua al mondo sembra una navetta spaziale caduta dal cielo. Ha servito la gigantesca fabbrica Uralmash fino agli anni 60. Ora è su TripAdvisor.

Piazza 1905, cuore della città e sede del consiglio comunale di Ekaterinburg, edificio di epoca sovietica

Il bar accanto al Teatro dell’opera e del balletto

Museo comunale di arte e artigianato. Accoglie manufatti con le pietre preziose provenienti dalle miniere circostanti e mostre temporanee

All’interno dell’Ural Federal University. L’università cittadina ha una grande tradizione, specialmente per ingegneria e architettura

Oltre alla geografia, la storia rende unica Ekaterinburg. Qui morì l’ultimo zar; qui nacque l’uomo che strappò l’iniziativa a Mikhail Gorbaciov per affrettare lo scioglimento dell’Urss. Nicola II e Boris Eltsin. La fine dell’impero russo, quella dell’impero sovietico. Quanti contrasti.

Nella città che dopo la Rivoluzione era divenuta Sverdlovsk demolivano cattedrali e monasteri, perché intralciavano il traffico. E Casa Ipatiev, dove la famiglia Romanov era stata confinata e dove Nicola, Alessandra e i figli vennero fucilati dai bolscevichi la notte del 16 luglio 1918, venne trasformata in museo dell’anti-religione. Il che non scoraggiò i fedelissimi dell’ultimo zar. Fu Eltsin, segretario del Partito comunista locale, a far demolire tutto, nel 1977, per evitare pellegrinaggi. Non ci riuscì. E più tardi si pentì di questo “atto barbarico”. Nel 1991, anno della fine dell’Urss e quello in cui Eltsin divenne il primo presidente russo, sulle rovine di Casa Ipatiev apparve una croce di ferro, sperduta nel fango. Nel 2000 ci costruirono una chiesa. La Chiesa sul sangue. Poco lontano c’è anche un monumento a Sverdlov, il leader bolscevico che firmò la condanna a morte dello zar. Chiesa e statua convivono sotto lo stesso cielo con l’olimpico distacco, l’accettazione di ogni punto di vista che lo scrittore Sergej Dovlatov attribuiva a Pushkin: «Come la luna, che illumina la strada sia al predatore che alla vittima».

Studenti del corso di design del prodotto dell’Ural Federal University intitolata a Boris Eltsin

Il negozio di un antiquario

Due pensionate vendono conserve fatte in casa. Nei mercati ci sono banchi riservati proprio a loro

A Eltsin invece resta quello che qualcuno vorrebbe demolire, e altri considerano l’unico monumento alla democrazia in Russia. Il Centro presidenziale a lui intitolato è un complesso scintillante, volto hi-tech di una Ekaterinburg moderna ed efficiente. Museo, archivi, sala concerti, galleria d’arte contemporanea: il tipo di cose che Vladimir Putin vorrebbe vedere in ogni città della Federazione. Il problema è che gli Anni 90 – l’epoca di Eltsin e degli oligarchi che lo circondavano mentre faceva muovere i primi passi al capitalismo russo – sono il passato che l’attuale presidente ha combattuto per affermare la propria era: la stagione della stabilità, della ripresa economica e della riaffermazione della potenza russa dove prima erano caos, corruzione, povertà. Ma quando nel 2015 inaugurarono il Centro dedicato a Boris Eltsin, Putin c’era. Gli deve tutto, del resto: di lui non parla quasi mai, ha probabilmente sentimenti contrastanti per l’uomo che il 31 dicembre 1999 gli affidò la Russia. «Prenditene cura», gli disse Eltsin. Come giudicherebbe oggi il Paese plasmato da Putin, se potesse?

La Chiesa sul sangue, costruita sul luogo dove fu uccisa la famiglia Romanov dell’ultimo zar Nicola II

Un ristorante uzbeko: questa cucina è forse la più diffusa oltre a quella russa. Ci sono molti immigrati e molti militari locali erano in distaccamento a Tashkent, capitale dell’Uzbekistan, nel periodo sovietico

Eltsin Center, centro polifunzionale dedicato al primo presidente della Federazione russa. Ospita spazi per l’arte, negozi e ristoranti

Un ristorante uzbeko: questa cucina è forse la più diffusa oltre a quella russa. Ci sono molti immigrati e molti militari locali erano in distaccamento a Tashkent, capitale dell’Uzbekistan, nel periodo sovietico

È possibile che Eltsin avrebbe preferito come erede un uomo divenuto sindaco di Ekaterinburg sei anni dopo la sua morte. Yevgeny Roizman, capo dell’amministrazione locale dal 2013 al 2018, assomiglia molto allo Eltsin degli anni della perestrojka. Imponente, impetuoso. Un outsider della politica. È divenuto famoso per il programma Città senza droga: raid contro gli spacciatori, riabilitazione dei tossici. Come sindaco è durato poco: nei suoi comizi non si faceva problemi a criticare apertamente il regime. Per bloccarlo, la Duma cittadina ha abolito l’elezione diretta del sindaco. Qualche giorno dopo, per protesta, lui si è dimesso. La sua è una figura multiforme e ricca come il passato di Ekaterinburg. Roizman è poeta, esperto d’arte, storico. Resta impegnato socialmente con la propria Fondazione e al venerdì, come ricorda ogni settimana su Twitter, raccoglie le richieste di aiuto: «Dalle 10 fino a quando c’è bisogno». Un raro tentativo di sopravvivenza politica nella Russia di oggi, dove per le voci controcorrente, per le alternative, non c’è praticamente spazio. Nel frattempo, dopo Ekaterinburg, altre città hanno rinunciato alle elezioni dirette. E a votare il sindaco ne restano ormai pochissime in un Paese, politicamente, sempre più uniforme.

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